PROVINCIA AUTONOMA TRENTO

Covid-Free (undicesima puntata format Tv)

Siamo abituati a dedicare monumenti, vie, piazze, edifici pubblici, iniziative che si ripetono nel tempo, enti di vario tipo, a personaggi del passato ritenuti più o meno degni di memoria. Questi nomi tuttavia ben presto si cristallizzano perdendo il loro contatto con la realtà e divenendo solamente indicazioni semantiche. Gli indirizzi potrebbero essere tranquillamente sostituiti con numeri come fanno negli Stati Uniti. In Oriente si preferisce intitolare le vie a fiori, piante, alberi oppure a concetti astratti: a Pechino non si incontra viale Mao Zedong e la piazza più famosa, Tienanmen, significa porta della pace celeste.

Nel corso del tempo le motivazioni di queste dediche cambiano, si approfondiscono oppure vengono messe in discussione se non apertamente rigettate. Se aspiriamo alla pace che senso hanno ricordi di luoghi o figure significative magari per massacri e smanie di conquista? Solo perché un tempo si pensava che le guerre servissero a sanzionare la legge del più forte o ad esportare la presunta civiltà?

Sono questioni delicate perché non si possono giudicare gli uomini e le donne del passato secondo i canoni del presente. Improponibile però è anche far finta di nulla e mettere tutti sullo stesso piano: chi sosteneva la schiavitù non è stato certamente lungimirante, non ha contribuito al progresso nel riconoscimento della dignità umana. La maggioranza pensava così all’epoca? Non è un motivo sufficiente per cancellare ogni differenza. Altri hanno lottato per il cambiamento: ricordiamoci prima di loro. Per esempio sarebbe meglio celebrare Bartolomé de Las Casas, difensore dei popoli indigeni, piuttosto che il conquistador Francisco Pizarro; meglio Rosa Parks che Margaret Mitchell, autrice del famosissimo ma apertamente razzista romanzo “Via col vento”.

In questi giorni montano le polemiche per le statue prese di mira negli USA e non solo, per la rimozione di targhe commemorative. Gli antichi romani, dediti a monumenti celebrativi tipo archi di trionfo, non esitavano alla “damnatio memoriae” di imperatori considerati folli o tiranni, come nel caso di Nerone. La storia viene sempre scritta dai vincitori, così si dice ed è quasi sempre vero. Tuttavia la storia non si può cancellare né in un verso né nell’altro. Ed è giusto che la sensibilità contemporanea cerchi modelli da imitare piuttosto che fossilizzarsi nell’abitudine del “si è fatto sempre così”.

Ovviamente poi dipende dai contesti culturali e dalla capacità di scavo nella memoria, di comprensione delle proprie colpe e della rinascita attraverso un’analisi dolorosa del proprio passato. In Germania non si troveranno mai dediche non dico ad assassini tipo Adolf Eichmann ma neppure a un Erwin Rommel che pure fu valoroso soldato. In Italia si trovano strade intitolate a Rodolfo Graziani, un vero criminale di guerra. Sembra quasi che nel nostro Paese basti essere in qualche modo “famosi” per vedersi intitolare steli, parchi e piazze. Da questo punto di vista ci sono dediche aberranti che davvero andrebbero rimosse. Se non accade è perché siamo un popolo smemorato.

La strada maestra più che quella di cancellare sarebbe quella di dare spazio ad altre figure che, magari controcorrente alla mentalità dell’epoca, hanno visto più avanti e hanno pagato per quelle idee. Qui da noi per esempio si potrebbero moltiplicare le intitolazioni a Franz Jägerstätter piuttosto che a Ezio Maccani, caduto nella guerra civile spagnola naturalmente combattendo per le dittature fasciste. Non significa voler dimenticare ma tentare di fare passi in avanti.

 

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Piergiorgio Cattani