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LETTERE AL DIRETTORE

MAURO MARCANTONI * CCB – CASSA CENTRALE BANCA: « SI RISCHIA LA CENTRALITÀ DI TRENTO NELLA GOVERNANCE E DI NON MANTENERE LA SEDE LEGALE NEL TERRITORIO »

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09.45 - martedì 17 maggio 2022

Per il buon posizionamento in ambito nazionale e per le rilevanti ricadute sul territorio, Cassa Centrale Banca (CCB) ha per il Trentino un “valore strategico” di assoluto rilievo. Lo dimostrano i dati. Le città che in Italia possono oggi vantare di avere almeno una propria banca tra le prime dieci per entità dell’attivo sono solamente sette: Roma con ICREA e BNL; Milano con INTESA, UNICREDIT e BANCO BPM; Parma con CARI Parma; Modena con BPER; Siena con Monte dei Paschi, in situazione critica; Sondrio con BP Sondrio e Trento con CCB, collocata al settimo o ottavo posto della classifica, a seconda delle fonti. Non hanno invece più una loro banca, addirittura allargando il conto alle prime 20 del paese, importanti capoluoghi di regione come Torino, Bologna, Genova (perché Carige sta entrando in BPER) Firenze, Napoli, Palermo e Cagliari.

CCB ha saputo quindi optare per la “dimensione nazionale” seguendo un percorso fruttuoso, anche se non privo di qualche criticità, sintetizzabile in tre parole chiave: fragilità, insofferenza e rischio. La fragilità è quella tipica degli istituti di credito cooperativo vocati ad operare localmente. Una fragilità in parte superata, ma sempre incombente. Nell’ultimo decennio una quota importante di Casse Rurali era in difficoltà, perché queste non reggevano la concorrenza delle banche più grandi. Inoltre avevano prestato troppo, caricandosi di troppi rischi. La struttura cooperativa ne ostacolava la necessaria ricapitalizzazione. Insomma, il glorioso e meritorio sistema del credito cooperativo era diventato un problema per la Banca d’Italia, preoccupata della stabilità degli enti creditizi. La soluzione fu individuata in una sorta di aggregazione forzata delle Casse Rurali che furono sostanzialmente poste davanti ad un bivio: la liquidazione oppure l’affiliazione ad un Gruppo di settore. In questo contesto Cassa Centrale Banca ha avuto la capacità di realizzare un’operazione non banale: diventare uno dei due poli su cui il sistema nazionale del credito cooperativo ha finito per aggregarsi. Bolzano ha preferito una complessa via alternativa per rimanere ancorata alla dimensione locale.

Tornando al sistema nazionale, il rapporto che lega le due capogruppo (CCB e ICCREA) alle banche affiliate è di natura contrattuale. Un contratto che – oltre a prevedere una garanzia finanziaria solidale – impone alla capogruppo il potere/dovere di controllare le strategie creditizie ed i rischi delle banche affiliate. Alla luce dell’esperienza di questi anni possiamo dire che questa soluzione – ideata dalla Banca d’Italia e recepita dal legislatore nazionale – ha funzionato: in pochi anni il sistema si è rafforzato patrimonialmente, ha ridotto i rischi ed è ora senz’altro meglio attrezzato per affrontare un futuro che resta comunque impegnativo. L’insofferenza è invece generata dalla complessità della formula che ha portato al processo di aggregazione. Una cosa è governare una banca di cui si è proprietari, altro è governarla sulla base di un contratto. Una cosa è governare una piccola Cassa Rurale periferica, altro è governare Casse “cresciute” che – anche grazie alle aggregazioni – si sono rafforzate e sopportano sempre meno istruzioni e limitazioni che arrivano da una capogruppo che – a torto o ragione – ritengono di tenere in piedi con il loro lavoro.

Il tutto appesantito da un ulteriore dettaglio: la riforma del sistema attribuisce alle capogruppo del credito cooperativo un ruolo di controllore dell’applicazione della normativa bancaria. La quale a sua volta pretende si applichino a tutte le banche affiliate le pesanti regole che si applicano alle banche europee più grandi. Le Capogruppo sono quindi costrette a svolgere verso le autorità di vigilanza una sorta di ruolo di garante dell’applicazione di norme (ad esempio le limitazioni in tema di finanziamento a piccole imprese) che i controllati considerano eccessive e comunque di ostacolo allo svolgimento del tradizionale ruolo di banca di prossimità. Di qui, venendo al Trentino, l’insofferenza che si avverte nei confronti di CCB da parte di molte Casse Rurali. Una insofferenza per ora in sottofondo, ma da non trascurare. Chi governa CCB questa situazione la conosce bene ed è quotidianamente impegnato a gestirla. Resta comunque la complessità con i suoi problemi, compreso l’affievolirsi di quel “senso” di comunità che è l’anima del sistema.

Passando ai rischi, oltre a quello fisiologico del difficile confronto con l’aggressività dei mercati finanziari, il più preoccupante è che venga meno la centralità di Trento nella governance di CCB e che non si riesca a mantenere la sede legale in Trentino. È una questione estremamente seria perché, se questo dovesse accadere, le ricadute positive sul territorio verrebbero meno, o radicalmente ridimensionate. E siccome queste ricadute sono di fortissimo rilievo, una simile prospettiva sarebbe decisamente grave. Basti pensare che la direzione centrale di CCB significa 1500 posti di lavoro qualificati, un magnete di opportunità’ per neolaureati e quindi grande sinergia con l’università, un centro di competenze digitali avanzate, una centrale di acquisti di servizi sofisticati potenzialmente a beneficio anche delle imprese locali.

E’ quindi evidente che vi siano ragioni convincenti per mantenere Trento al centro del sistema CCB e, ancor più, di scongiurare l’eventualità di una sua fusione in ICCREA. Grazie ad una accorta modifica statutaria, se CCB rimane indipendente il rischio di trasferimento di sede legale è in realtà basso. Il rischio vero è la fusione con ICCREA. I numeri di capitale indicano che Cassa Centrale ha una posizione patrimoniale e reddituale più robusta di ICCREA. I risultati degli stress test della BCE del luglio 2021 evidenziano infatti una chiara superiorità patrimoniale di CCB. Questo potrebbe indurre i pubblici decisori nazionali a spingere per un rafforzamento di ICREA, che delle due è la più grande, proprio con l’assorbimento di CCB. Tanto più che il disegno originario del governo puntava a un unico gruppo, non a due. A ciò va aggiunto che alla vigilanza bancaria europea potrebbe fare comodo avere una unica intelligenza di coordinamento di tutto il mondo del credito cooperativo e quindi Francoforte potrebbe non vedere male una integrazione tra le due realtà.

Di fronte a tutto questo, le possibilità di reagire sono certamente significative, anche se CCB sconta due passaggi che non la hanno aiutata, né in termini di capacità competitiva né di immagine. Il primo è il brusco “divorzio “da Giorgio Crosina, creatore di Phoenix e grande esperto di informatica: oggi Crosina è una punta avanzata della concorrente ICREA. Il secondo è la tormentata vicenda Carige, che nei suoi andirivieni è costata al sistema una perdita a svariati zeri: una perdita mal digerita da molti e probabilmente concausa del recente cambio ai vertici di Cassa Centrale Banca.

 

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Mauro Marcantoni

Trento

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