Con l’ultimo DPCM, tutta la politica responsabile si sta interrogando su dove sia il punto di equilibrio in questa situazione così complessa. Da un lato, la necessità di azioni che mettano il sistema sanitario in grado di dare risposte (perchè personalmente resto convinta che non possiamo lasciare morire nessuno, indipendentemente dall’età e dal quadro clinico), ma dall’altra non possiamo pensare che chiudere come decretato dal DPCM sia la soluzione. Le dichiarazioni del Premier che paventano un nuovo lockdown complessivo non stanno facendo altro che terrorizzare il sistema Paese, andando a tagliare le gambe di coloro che fino ad oggi hanno fatto sforzi enormi per continuare a rimanere a galla, per rimanere aperti, per continuare a dare dei servizi, per fare il loro lavoro, indipendentemente dal fatto che Conte definisca la loro attività essenziale o meno. Ma nessuna attività è da ritenersi “non indispensabile”, soprattutto per chi la esercita e vive delle entrate che quel lavoro gli dà, come imprenditore o come dipendente. I titolari di ristoranti, bar, palestre, cinema, teatri – solo per citare i più colpiti dall’ultimo provvedimento – in questi mesi hanno speso tempo, denaro ed energie per adattare la propria professione e i servizi offerti alla nuova situazione, a tutela di tutti, dai lavoratori ai clienti, rispettando le restrittive regole imposte.

Se chiusure debbono esserci, devono essere molto puntuali, andando ad individuare specifiche fasce di popolazione effettivamente in pericolo (ad esempio per patologie croniche) e fondandosi su dati relativi alla frequenza di contagio registrate nelle diverse attività, tenendo conto della diffusione dell’epidemia nelle diverse aree territoriali anche in relazione alle capacità del servizio sanitario locale. L’ordinanza del Presidente Fugatti si inserisce proprio in questa ottica: una decisione forte, che è autonoma e autonomista insieme. Il Governo centrale in questa situazione sbaglia a non considerare, per tempo, la specialità dei territori, in particolare di quelli che hanno già dato prova di grande senso di responsabilità ed efficacia dei provvedimenti adottati autonomamente. E ancora di più sbaglia con l’impugnativa, peraltro palesando una certa schizofrenia visto che ha impugnato l’ordinanza di Trento ma non quella di Bolzano, che pure ha gli stessi contenuti e si basa su un aggancio legislativo presso il Consiglio analogo. Se anziché di schizofrenia si tratta invece di esercizio di tutela del potere centrale rispetto a quello speciale, forse dimentica non solo oltre settant’anni di autonomia a dispetto di meno di un anno di emergenza, ma che in Trentino nessun malato è stato mandato altrove perché non poteva essere curato. Il nostro sistema sanitario ha retto il colpo, di questo si deve tenere conto. Come si deve tenere conto della nostra capacità di eseguire tamponi, di trovare vie nuove come quelle dei test rapidi eseguiti in farmacia, piuttosto che dell’esperienza, unica in Italia, fatta a giugno e luglio con la riapertura dei servizi 0-6 anni.

Chiudere due ore dopo, per tot attività, per tot giorni, in questo momento può rappresentare la differenza che c’è tra la vita e la morte di un esercizio e del futuro di una comunità. Perchè ricordiamocelo, perderne uno vuol dire determinare, a livello economico, un effetto domino esponenziale di ricadute negative che non coinvolgono solo la catena dei fornitori, dei dipendenti, dell’indotto, ma che incidono anche sul tessuto vitale di una comunità. Prima di Covid, dagli Stati generali della Montagna era uscita forte la volontà di preservare le “Terre alte” dallo spopolamento: ora sui giornali leggiamo qualche bel servizio di famiglie che hanno deciso di abbandonare metropoli e città per trasferirsi in piccoli paesi, ma in questi servizi non si dice della fatica di tenere aperto un bar in un paese di trecento anime se nessuno ci potrà più andare, e quello che quel bar rappresenta per la comunità, o non si cita l’importanza di un ristorante che dà pane a quattro o cinque famiglie del paese. Il turismo rappresenta il 18% del PIL trentino, e di questo 18%, due terzi sono realizzati in inverno. Agli operatori, in questo momento spaventano forse più le decisioni del Governo centrale che non il Covid in sé.

Ma non possiamo far venir meno la speranza, dobbiamo avere la capacità di tenere la barra dritta muovendoci in maniera puntuale, veloce, flessibile, e questo può essere fatto solo se abbiamo la capacità di incidere sul locale come con l’ultima ordinanza del Presidente della Giunta provinciale, che pur non essendo risolutiva vuole dare respiro ad una categoria già provata dalle precedenti chiusure, dando anche un segnale di positività e di difesa. Si tratta di un provvedimento che vuole permettere a delle persone di poter continuare a vivere del loro lavoro e soprattutto perché queste attività non chiudano per sempre lasciando uno spazio vuoto che difficilmente potrà essere nuovamente riempito in tempi brevi. Questo, e molto altro, vorremmo che da Roma non fosse più ignorato, nonostante l’innegabile difficoltà della situazione attuale.

 

 

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Vanessa Masè
cons. prov. La Civica