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LUCIA COPPOLA * VIOLENZA SULLE DONNE: « QUANDO LE PANCHINE ROSSE NON BASTANO PIÙ, LA MISURA È COLMA IN QUESTO PAESE CULTURALMENTE ARRETRATO »

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9:06 - 25/11/2021

Quando le panchine rosse non bastano più.

E dunque che si fa? Sta montando una rabbia incontenibile, caro direttore, perché il troppo è troppo. Muoiono donne, mamme, persino suocere, e bambini usati come clave da parte di uomini che ancora vengono giustificati da appellativi che ne esaltano la fragilità e magari anche un eccesso di amore. E non basta più dipingere panchine rosso sangue ed esporre scarpe rosse; non bastano più i cortei, le manifestazioni, le proteste, i funerali, le lacrime e i palloncini.

La misura è colma in questo paese culturalmente arretrato dove è usanza locale consolidata da nord a sud e in tutte le classi sociali e fasce d’età, insultare, maltrattare, picchiare, stalkizzare, violentare, violare e uccidere donne. I giorni passano, gli anni passano, la conta delle donne morte col loro strascico di dolore, figli orfani, madri, padri e sorelle disperati, attraversa indenne e sempre prodiga di vittime il panorama tristissimo del Bel Paese. Il cui meraviglioso paesaggio smette di essere paesaggio dell’anima quando non è in grado di proteggere, tutelare, salvaguardare neppure l’esistenza. Non una vita migliore ma la vita delle donne.

Mi chiedo cosa stia succedendo. I messaggi d’odio si sprecano. Una recente ricerca ci dice che sui social chi soffre di più da questo punto di vista lo sfregio di insulti irricevibili e minacce sono le donne, i musulmani e i disabili. Perfetto. Eppure questi uomini violenti sono figli, fratelli e padri. Mariti, fidanzati e conviventi di donne che si sono fidate e affidate a relazioni sbagliate, tossiche, pericolose. Eppure queste donne che subiscono spesso non sono in grado di cogliere segnali, la vita non ha insegnato loro il valore, l’autostima, i diritti propri di ogni essere umano.

E così si arriva a un altro 25 novembre con oltre 90 donne uccise dall’inizio dell’anno. Nomi, volti, storie, fatiche, giovinezze e maturità spezzate di cui ora resta solo una tomba su cui piangere. E in molti ancora non comprendono il confine tra omicidio e femminicidio, che in Italia è ormai una vera emergenza. Ancora di più lo è diventata quando la pandemia ha fato saltare nei numerosi lockdown la possibilità di uscire, cercare aiuto, denunciare, evitare, se pure per qualche ora al giorno, il clima malato di tante case italiane. La sofferenza di vedere figli inermi assistere ad atti di violenza o subirne a loro volta. In questi giorni si moltiplicheranno, giustamente, le panchine rosse e le installazioni. Gli appelli a fare rete tra istituzioni, centri antiviolenza, spesso privi di mezzi, media, circuiti parentali e amicali. Tra forze dell’ordine e vittime.

Il Codice Rosso ha istituito nuovi reati penalmente perseguibili e qualche risultato c’è stato perché più donne hanno denunciato i loro aguzzini per stalking, maltrattamenti in famiglia e violenze domestiche. Ma alla resa dei conti chi decide di uccidere alla fine ce la fa. Uomini vigliacchi che poi alla fine magari si suicidano o ci provano, pur di non dover rispondere di atti scriteriati e di delitti orribili. Anche la polizia ha studiato nuovi protocolli per prevenire e scongiurare gesti estremi, “Eva” per le donne maltrattate e “Zeus” per gli uomini maltrattanti. Ma chiedere aiuto non è sempre garanzia di salvezza se poi le donne vengono abbandonate al loro destino e agli uomini è concesso di avvicinarle, di avvicinare i loro poveri figli, di minacciare anche le famiglie d’origine che riaccolgono le vittime. Bisogna fare di più, molto di più. I divieti di avvicinamento sono sempre disattesi. Alla prima denuncia bisogna mettere in sicurezza senza indugio donne e bambini. Colpire pesantemente e con pene certe gli aggressori e potenziali assassini.

Non semplici raccomandazioni a diventare più buoni ma imposizione di percorsi contro la violenza di genere, cure psicanalitiche e psichiatriche obbligatorie. Custodia. C’è molta rabbia dicevo. Il cuore pulsante di questo nostro paese si ribella a tutto questo dolore. E allora perché non si lavora di più nelle scuole sulla violenza di genere, sui percorsi di educazione all’affettività e alla sessualità? Perché anche in Trentino si è smantellato un sistema che funzionava benissimo e consentiva di coinvolgere ragazzi e ragazze riflettendo sulla qualità del vivere insieme, sulla reciprocità, sul rispetto, sull’orientamento sessuale. Sul bullismo che già dall’infanzia, a imitazione di quanto magari avviene in famiglia, colpisce le bambine, facendole sentire inadeguate, brutte, grasse, meno brillanti solo perché sono miti e rispettose, non sgomitano per farsi avanti, sono inclusive e magari pure gentili e affettuose.

I canoni terribili a cui anche le giovani generazioni sono sottoposte, di bellezza e omologazione a standard pubblicitari, condizionano maschi e femmine, inducono ad atteggiamenti di sottomissione in un caso, di sopraffazione nell’altro. Se poi ci si mettono anche le famiglie a svalutare le une e a magnificare gli altri, a non pretendere parità nell’assolvere piccole mansioni casalinghe, a orientare verso studi e professioni discriminanti delle reali potenzialità delle ragazze allora il gioco è fatto. Purtroppo si impara a subire in silenzio, a non reagire, a retrocedere.

Tutti noi adulti siamo in qualche modo responsabili, da genitori, da nonni, da insegnanti dell’educazione, non solo familiare ma collettiva, che una società civile, equa, attenta a tutti e a tutte dovrebbe favorire. Mi sono chiesta in questi giorni il senso che può avere una giornata contro la violenza sulle donne se chi può realmente cercare di cambiare le cose più che di atti concreti si sostanzia di parole, se la la Commissione Pari Opportunità, ora molto depotenziata in Trentino, viene vista come un impiccio, se alcuni partiti danno spazio a individui che consigliano alle donne di farsela coi cavalli, se un gruppo di donne femministe viene inseguito e aggredito nelle vie del centro storico di Trento da un manipolo di fascisti, se i social sono invasi da parole d’odio destinate a influenzare spiriti deboli, diseducati e potenzialmente violenti.

E allora che ognuno faccia davvero la sua parte! Non fiori ma opere di bene si diceva una volta. Noi donne non siamo il sesso debole! Abbiamo forza, saperi, competenze, energia e coraggio. Chiediamo, pretendiamo, esigiamo considerazione e rispetto. Diritti. E non isoliamoci, perché nessuna si salva da sola.

 

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Lucia Coppola, consigliera provinciale-regionale Gruppo Misto/ Europa Verde

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LETTERE AL DIRETTORE

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