12.04 - sabato 20 settembre 2025
Gentile direttore Franceschi,
allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano l’Adige, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
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Lucia Coppola
Consigliera provinciale/regionale Tn-Aa Avd (Alleanza Verdi e Sinistra)
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Gli alberi della nostra provincia di Trebti hanno vissuto nella notte tra il 27 e 28 ottobre 2018 un ciclone extratropicale di proporzioni gigantesche, la tempesta Vaia, che ha di fatto modificato il paesaggio, con venti fino a 280 km orari, 14 milioni di alberi abbattuti, 9 milioni di metri cubi di legname al suolo, 42 mila e 500 ettari di foreste distrutte tra Trentino e Veneto, 3 miliardi di euro di danni all’economia dei nostri territori.
Il nostro patrimonio boschivo, a causa dei cambiamenti climatici, che sono qui e ora, non sarà più quello di prima. Lo si sostiene con nuove piantumazioni, in qualche caso si è lasciato fare alla natura e alla sua rigenerazione o si è permesso al prativo di continuare a svolgere la sua funzione.
Il paesaggio del nostro Trentino è cambiato, non sarà più lo stesso per tanti e tanti anni, perché le foreste che lo connotavano in modo meraviglioso e lo rendevano unico e irripetibile si sono arrese alla furia degli elementi. La grande opera di raccolta, il recupero di tutto il legname, il ripristino, la pulizia, creare le condizioni per la vendita, la lotta al bostrico che è subentrato a seguito degli schianti, gli interventi in ambito vivaistico, sono ancora in corso dopo 7 anni.
Questa è stata la grande e terribile lezione della tempesta Vaia. Improvvisamente tutti abbiamo compreso l’importanza degli alberi nella nostra vita, nel quotidiano di ognuno di noi, il senso profondo del loro generoso contributo ad infiniti aspetti della nostra esistenza. Da insegnante ho fatto in modo che i bambini e le bambine osservassero sempre il paesaggio e la natura, la sua composizione e la sua bellezza, senza darlo mai per scontato. Gianni Rodari, con la sua famosa filastrocca “Ci vuole un fiore”, poi musicata da Sergio Endrigo, già negli anni ‘70 ricordava la presenza degli alberi negli oggetti quotidiani, non solo nei parchi e nei giardini, nei boschi delle nostre montagne, lungo i nostri magnifici laghi alpini e prealpini, nei viali cittadini e lungo fiumi e torrenti.
Ci vuole uno sguardo attento e grato che va coltivato già nella prima infanzia. Dunque arredi, imbarcazioni, le pagine dei nostri libri, la carta di disegni e spartiti, il legnatico, e poi alimenti, medicinali, cosmetici e profumi. Serve creare consapevolezza. E servono alberi per produrre ossigeno, per respirare e contrastare l’inquinamento e le isole di calore. La storia dell’arte ci rinvia sempre ad immagini di alberi e vegetazione, tra cui l’albero della vita, sin dagli albori della nostra civiltà.
Ed è un letto di legno a convincere la prudente Penelope che il mendicante Ulisse, Odisseo, è proprio suo marito, perché il letto d’ulivo da lui creato e descritto racchiude un segreto che solo loro due conoscono e che gli permette di riconoscersi e ritrovarsi. Un premio all’ospitalità e all’amore è la metamorfosi in quercia e tiglio, uniti per il tronco, di due amorevoli coniugi invecchiati insieme, Filemone e Bauci, poverissimi ma capaci di grande generosità perché, unici, offrirono a Giove e a Mercurio, sotto spoglie mortali, ospitalità.
Corpi che diventano fronde, chiome, corteccia, ramoscelli, sangue che diventa linfa, lacrime che diventano resina. Così l’immaginario degli antichi ci insegna quanto alberi e umani si somiglino. Intensa la preghiera degli indiani Kwakiuti ad un giovane cedro, rivelando uno sguardo di umiltà, riverenza e gratitudine che purtroppo l’umanità ha perso. Ora sono molti i popoli del sud del mondo che contrastano la deforestazione, in un’ ostinata, tenace e necessaria resistenza, tesa alla conservazione, contro le vessazioni subite dai nativi della Foresta Amazzonica, il polmone del mondo, per proteggerla dai fuochi che quotidianamente la devastano.
Le lotte delle donne negli anni ‘70 in India diedero vita a un movimento di protesta. Il taglio di migliaia di alberi aveva avuto pesanti conseguenze sulla vita delle loro comunità perché la foresta era per loro la “casa materna”. Abbracciare per giorni gli alberi destinati all’abbattimento fu la loro forma di protesta. E vinsero.
Ma più vicino a noi, geograficamente e nel tempo, voglio ricordare l’impegno di questi ultimi anni dei movimenti ambientalisti a Riva del Garda per salvare dalla speculazione gli alberi antichi e le molte preziose specie della fascia lago, mentre, a causa della ciclovia in Gardesana, cipressi, arbusti, fiori tipici sono stati selvaggiamente strappati alle rive e alle falesie.
“E tutto mi sa di miracolo”, scriveva Quasimodo riferendosi al miracolo che ad ogni primavera ci consegna lo splendore della rinascita. Ma quanto sono belli anche gli alberi spogli che parlano col cielo d’inverno!
Purtroppo la presunzione antropocentrica ha reso sempre più artificiale la nostra vita e ha alterato anche quella degli alberi, violandola e svilendola. E’ necessario rafforzare la nostra capacità di rappresentare la loro “voce” regalando a noi e a loro un mondo di speranza, di pace, rispetto e armonia.
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LETTERE AL DIRETTORE