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LETTERE AL DIRETTORE

GIOVANNI WIDMANN * IL PASSARE DEL TEMPO: « LA MORTE SUBENTRA PER UN’INTERRUZIONE DEL TEMPO-MEMORIA, PER QUESTO CI SONO UOMINI GIÀ MORTI PUR ESSENDO VIVI »

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14.38 - giovedì 11 agosto 2022

Mai fu reso percettibile il Tempo e la condizione dell’uomo nel tempo come nell’immagine proustiana dei «vivi trampoli», dove il tempo come distanza diventa forma visibile del suo epilogo più tragico – quello della morte – e insieme parabola dell’umano destino, che è costituito da un precario incedere, dall’inevitabile perdita dell’equilibro e infine dalla caduta: «(…) come se gli uomini fossero appollaiati su vivi trampoli, crescenti senza posa, a volte più alti dei campanili, tali da rendere loro difficile e pericoloso il camminare, e da cui cadono giù all’improvviso.»

Si sta nel tempo come sui trampoli; con l’avanzare degli anni questi si fanno più lunghi, per cui portarli – portare gli anni e con essi una memoria del tempo vissuto – diventa esistenzialmente più pesante. Invecchiare è una condizione dello spirito, dell’anima, e consiste nel non reggere oltremodo i fili della memoria, ormai così vasta e distante. Già, distante, perché il peso è dato dal fatto che in molti capitoli di quel lungo passato che è il libro della nostra vita più non ci riconosciamo. L’età è la misura della propria distanza da se stessi, prima ancora che da un tempo passato. Per meglio dire, a passare veramente è stato il nostro tempo, il tempo del nostro cambiamento. Aumentano i ricordi, distanziandosi con la memoria da un primigenio inizio, invero mai assoluto, in quanto la memoria è uno sguardo retrospettivo che rivede e rinnova continuamente il passato.

Così i «vivi trampoli» si allungano inesorabilmente come gli anni e la morte è il naturale approdo. In fondo si muore prematuramente a tutte le età in quanto ognuno ha da prolungare la propria rappresentazione del tempo oltre l’arco temporale. La morte subentra per una caduta improvvisa, ovvero per una interruzione del tempo della memoria: per questo ci sono uomini già morti pur essendo ancora vivi. Ma poi, si può veramente cancellare una memoria? Forse quella volontaria, che possiamo isolare e selezionare, quella del giudizio e della ragione. Piuttosto non sono forse le circostanze impreviste della vita che si incaricano di resuscitare quella che Proust chiamava «memoria involontaria», sulla quale non abbiamo potere né controllo e che secondo la credenza celtica ricordata dallo scrittore risveglia i ricordi come fossero le anime di coloro che abbiamo perduto, imprigionate in qualche oggetto e che un giorno, quando entriamo in contatto con quello stesso oggetto, sussultano e ci chiamano, in modo che quando le abbiamo riconosciute l’incantesimo è svanito? Così come le anime, noi abbiamo liberato i nostri ricordi dalla prigione dell’oblio: essi hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi.

Si sta dunque sui trampoli del tempo che avanza come sul filo della memoria: avanzare è difficoltoso, dato il peso di un lungo passato da ricordare, e l’equilibrio è precario. La gravità della caduta è proporzionale alla distanza percorsa e all’altezza raggiunta, ovvero alla durata della vita e dei vissuti esistenziali. Non è vero che il passato ormai lontano attenua le ferite del tempo. I ricordi sono più dolorosi quanto maggiore è la loro distanza da noi, perché misuriamo tutta la nostra impotenza ad agire su un passato remoto. Per questo i ricordi più antichi e compromettenti sono anche i più radicati e persistenti: non vi sono fiori di loto per sedare la traccia della nostra responsabilità verso il passato. Così si cade per la vertigine, che è il sentimento della distanza e della mancanza di appoggi di fronte al vuoto del tempo trascorso; decade il precario equilibrio per eccesso di peso, cioè di durata.

Quando si è giovani i vivi trampoli sono bassi e perciò si riesce a camminare più spediti, più agilmente. Il breve spazio percorso, il breve tempo della vita intercorsa favorisce il dinamismo, ma impedisce la netta visione: si è veloci nei movimenti, ma incoscienti, impediti nella valutazione delle distanze e della direzione. Quando invece avanzano gli anni si risale la china del tempo e con ciò si guadagna una visione più larga, in quanto molto si è vissuto. Gli anni aprono orizzonti sull’avvenire in considerazione di un lungo passato esperito di cui non dispone la gioventù ignara, ma essi sono anche un peso che può determinare col tempo una paralisi dell’azione. Per questo si imputa ai vecchi di essere immobili e conservatori. Se lo sono, essi sono però anche veggenti.

La morte nell’anima, la paralisi dello spirito non subentra col tempo ma come epilogo di un tempo che si è fatto sempre più lungo, alto e vertiginoso – un tempo distante che ci distanzia dalla nostra età infantile (tempo innocente e felice perché incosciente) – tempo-memoria pesante da portare e talora da sopportare, opprimente come possono esserlo i ricordi; esso esige costantemente di essere alimentato con nuove rivisitazioni e si sostanzia del nostro presente. Il tempo memoria è esigente in quanto richiede di essere proiettato verso un futuro che ormai percepiamo come troppo breve e limitato per rinnovellarci, e di cui consideriamo piuttosto il destinato disincanto che non le risorse in termini di attesa e di avvento. La stanchezza subentra per troppa, disarmante visione.

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Giovanni Widmann

È insegnante di Storia e Filosofia al liceo Russell di Cles (Tn)

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