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LETTERE AL DIRETTORE

DE BERTOLINI (CONSIGLIO PAT – PD) * AUTONOMIA E REGIONE: “NON INVOLVA (DE)GENERANDO IN MERA CONCEZIONE UTILITARISTICA, DI PRIVILEGI ECONOMICI”

Scritto da
15.12 - sabato 23 agosto 2025

Gentile direttore Franceschi,

come da cortese richiesta allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano il T, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.

Andrea de Bertolini

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AUTONOMIA E REGIONE

L’editoriale del direttore sullo stato di salute dell’Autonomia e sull’inestimabile
risorsa del poter riconoscere la nostra Regione non solo come apparato amministrativo ma come luogo che ha saputo superare drammatici conflitti interni in nome di una convivenza
pacifica sollecita nel dialogo.

Un intervento profondo che cogliendo nel segno richiama autorevoli voci che da tempo pretendono attenzione su due temi fra loro strettamente connessi.

Da un lato, il fatto che l’Autonomia viva nella comunità una difficile stagione con una regressiva perdita di carisma.

Da altro lato, la necessità di affrontare le sfide del nostro tempo con rinnovata capacità strategica.

Esercitando con lungimiranza l’ampia specialità legislativa soprattutto nei luoghi topici della nostra Autonomia (servizi pubblici essenziali, diritti collettivi, risorse energetiche, beni comuni, cooperazione, minoranze linguistiche) ma anche innovando con responsabilità la struttura ordinamentale delle nostre istituzioni.
Due temi che sottendono un monito.

Perché – nel contesto di una politica spesso
distante da crescenti urgenze sociali e di una comunità regionale troppo esposta a climi di antipolitica e a freddi venti nazionalpopulisti che stanno sbiadendo il senso della memoria e delle peculiarità della storia territoriale – l’Autonomia non involva (de)generando unicamente una mera concezione utilitaristica di privilegi economici.

Risolvendosi a sinonimo di apparati di potere e risorse espressivi di retroguardie conservative,
autoreferenziali, difensive.

Riducendoci ad enclave barricata in effimere mura di contenimento nel tentativo di arginare sempre più invasive pressioni esterne di un mondo globalizzato che palesa profonde crisi anche e soprattutto rispetto alle democrazie liberali.

Perché così fosse, saremmo (più realisticamente, saremo) destinati all’implosione in una mortificante nemesi proprio di quei contenuti virtuosi essenza autentica della nostra specialità.

In questo incedere un dato merita richiamare. In quasi cinquant’anni, in particolare con l’Accordo di Parigi del ‘46, il secondo Statuto del ’72, la Quietanza liberatoria del ’92, è stato tracciato un nitido percorso che non può esser perduto. Certo, sofferto, di profonda complessità per l’indelebile eredità delle fratture divisive precipitate dai due conflitti mondiali.

Eppure, un percorso che nel divenire di un transit umbra superante distanze e diffidenze ha consentito alle nostre comunità bi-provinciali di ritrovarsi, come bene dice Simone Casalini, in uno spazio di identità – la frontiera non nemica – in cui ciascuno sceglie come e quanto ridefinire una parte di sé accogliendo a comune denominatore quel pluralismo sociale inteso come primo fattore aggregante per un comune positivo progresso sociale. Non una ritirata, un ripiegamento su noi stessi, ma uno slancio culturale prospettico per un futuro migliore.

Ebbene, in questo percorso di crescente (esemplare) emancipazione, fermo l’impareggiabile impegno di una politica di rara caratura, determinante è stato, a mio avviso, un fattore ulteriore.

L’essersi le comunità bi-provinciali gradatamente riconosciute nel principio di tutela delle minoranze. Un principio cruciale – ne sono convinto – per molti talmente interiorizzato da aver trasceso il piano delle stesse minoranze linguistiche.

L’appartenenza ad un territorio alpino di frontiere mutate e subite è stato realisticamente il terreno fertile che ha via via favorito una reciproca e solidale consapevolezza di ciò che “l’altro” ha vissuto nella propria storia.

Facendo germogliare la sensibilità radicata di un’accezione lata, metagiuridica, di minoranze. Perché chi si è sentito tale, nel proprio progredire trattiene in sé un’inevitabile attenzione verso chiunque altro possa aver vissuto o possa vivere la medesima condizione.

Dunque, un “nuovo” comune principio – la tutela delle nostre minoranze sociali – che
pur nella sua atecnica più ampia accezione è sinonimo di equità sociale.

Rifiutando il paradigma della primazia del potere e del privilegio di pochi a scapito dei molti.

Riconoscendo il bisogno di prendersi cura di chi – espressione di contingenti minoranze
intese in senso lato – altrimenti patirebbe nelle nostre comunità una condizione di iniqua prevaricazione discriminatoria.

Proprio in questa nuova declinazione di tutela delle minoranze vedo oggi la premessa
di metodo e di contenuto per rinnovare la nostra Autonomia bi-provinciale.

Un principio che nel presupporre un dialogo necessario favorito da un alfabeto condiviso (un linguaggio valoriale comune) fra Trento e Bolzano, rigeneri le coscienze individuali, quindi collettive, nella consapevolezza della necessità di lavorare insieme per sostenere i territori nel comune denominatore di un’equità sociale più ampia possibile che aspirando a non lasciare indietro alcuno, sappia e pretenda andare “oltre”. Unendo forze e risorse migliori.

Rifiutando l’individualismo della coabitazione regionale per una convivenza pacifica “fra simili” in cui diritti e libertà siano patrimonio di tutti. Così prevenendo sperequazioni e nuovi conflitti sociali.

Dimostrando come la nostra Autonomia sia ancora modello virtuoso di coesione, solidarietà, cooperazione sociale espressivo non solo di apparati giuridico amministrativi ma di comunità di persone che nel riconoscersi in questa dimensione valoriale dichiarano in
modo rinnovato le radici dell’esperienza di autogoverno.

In questo senso, per perseguire questo principio di condivisa tutela sociale, il GECT e l’ente Regione possono, dovranno avere, un ruolo fondamentale.

D’altra parte, l’unicità dello Statuto di Autonomia, nel riconoscere – correttamente –
due comunità autonome, diverse ma al tempo stesso inscindibilmente legate, rimane asse
cardinale di primissimo orientamento anche nel ricordare l’insensatezza di autarchie
culturali e politiche.

E proprio questo Statuto, nella sua ferma unicità, chiede oggi nell’interesse di tutti di saper interpretare l’esigenza di un cambio di passo anche attraverso la sua stessa
evoluzione.

Da un lato, per disegnare una nuova forma di Regione.

Non per ritorni al passato, né per azzerarla. Con un’architettura ordinamentale che, senza ipertrofie degli esecutivi, preveda un’assemblea a Sezioni Unite per un modello che declini politiche comuni su quelle materie bi-provinciali ritenute nevralgiche per un futuro di autentica coesione sociale (per esempio sanità, scuola, università, ricerca, risorse energetiche, ambiente, previdenze sociali, mobilità).

Da altro lato, al tempo stesso, in chiave transfrontaliera ed europea, per reggere alle sfide globali, nel valorizzare sempre più il GECT, mirando alla costituzione di un’euroregione alpina con propria autonomia giuridica.

Consolidando l’asse Innsbruck, Bolzano, Trento sì da esser riconoscibili nelle nostre comuni istanze, ponendoci in un dialogo paritetico rispetto ad altri interlocutori europei oggi di ben più strutturato peso specifico.

Certo, un progetto politico ambizioso la cui percorribilità non può prescindere dal
sostegno delle comunità stesse, ma un progetto politico che oggi, ove condiviso il monito iniziale, ritengo sfida irrinunciabile da affrontare con coraggio, pena una più o meno rapida eutanasia. Una condivisione di intenti che non solo sappia superare i confini interregionali fra Trento e Bolzano ma che sia anche espressione del superamento di improduttive perciò nocive contrapposizioni partitiche.

Perché quel “altrove” cui si riferiva il direttore non rimanga una tensione ideale ma possa trovare la propria – la nostra – realtà.

*
Andrea de Bertolini
Consiglio provincia autonoma Trento (Gruppo Pd)

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