Gentile direttore Franceschi,
allego quanto oggi pubblicato sul quotidiano “l’Adige“, anche per consentire la visione ai lettori di Opinione.
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Lucia Coppola, consigliera provinciale di Alleanza Verdi e Sinistra
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IL PIANO FREDDO VA RIVISTO
Il Piano Freddo nasce in Trentino per fornire indicazioni operative per l’accoglienza di persone senza fissa dimora in caso di eventi atmosferici straordinari, ma questo rigido inverno lo ha decisamente stravolto mettendone in luce tutti i limiti.
Quando ho avuto modo di leggere il documento mi sono meravigliata che soggetti così prestigiosi e qualificati, provincia, comune di Trento e di Rovereto, gestori degli sportelli e dei dormitori e strutture di accoglienza, protezione civile, abbiano potuto produrre un documento a dir poco carente rispetto ai bisogni di senza tetto e richiedenti asilo durante l’inverno. Tutti loro infatti devono fare i conti con significative diminuzioni delle temperature e con un meteo imprevedibile, posto che anche le giornate soleggiate possono essere rigide e neve e pioggia rendono complicata la vita di persone prive di un riparo.
Il Piano Freddo scatta allorché “freddo e piogge particolarmente intensi si protraggano per parecchi giorni, aggravati dal vento o da nevicate” e si configura come accoglienza invernale, da novembre ad aprile. Purtroppo le rigide regole che lo definiscono hanno prodotto situazioni assurde, sono stati chiusi infatti 65 posti letto sulla base di un lievissimo aumento delle temperature, da meno 4 a meno tre o meno due! Applicando alla lettera questo disumano, a mio parere, documento che prevede l’attivazione di posti letto straordinari con temperature che vadano dai meno quattro ai meno dieci gradi.
Dunque, esseri umani che per scelte di vita o per condizioni che non dipendono dalla loro volontà si sono all’improvviso trovati per strada, andando ad aggiungersi alla numerosa flotta di coloro che sono comunque tagliati fuori dall’assistenza e che passano le notti sotto qualche ponte o al riparo di tettoie e rifugi improvvisati, sopra cartoni e con coperte fornite dalle associazioni o da privati cittadini di buon cuore. Si parla di oltre 200 persone ma è probabile che siano molte di più.
Ora mi chiedo, e con me credo se lo chiedano molti cittadini trentini, come si possa pensare che con tre gradi sottozero si possa dormire all’addiaccio senza rischiare di ammalarsi gravemente o di morire, cosa che stava succedendo a un ragazzo, salvato in extremis, rimarcando il profondo disagio e la sofferenza che comunque accompagna vite già molto deprivate, con una salute precaria sia fisica che psicologica.
Servivano tutti questi qualificati soggetti per pensare alla gestione straordinaria di quella che non è più un’emergenza che riguarda pochi disperati ma una problematica strutturale che dovrebbe essere affrontata compiutamente ben prima che si verifichino condizioni meteo proibitive, prevedendo spazi, e ce ne sono!, che consentano almeno di notte un letto e un po’ di calore?
Credo che la nostra ricca provincia che non lesina su infrastrutture, eventi, importanti investimenti possa permettersi un surplus di impegno, facendosi carico dei più fragili, di chi conduce esistenze difficili, di coloro che in quanto richiedenti asilo avrebbero il diritto di essere accolti e sostenuti. Fra loro ci sono molte persone che pur avendo un lavoro non hanno un’abitazione e questo è davvero scandaloso. Solleva infatti un’altra criticità che ci riguarda, perché il diritto alla casa viene ampiamente disatteso, nonostante migliaia di appartamenti sfitti.
Per concludere, alla luce di quanto accaduto, che ha generato opportuni quanto tardivi ripensamenti consentendo nuove aperture in vista dell’ultima nevicata, credo che questo Piano Freddo debba essere rivisto, umanizzato, reso coerente col diritto alla salute e alla vita, adeguato al meteo invernale. Anche temperature di poco superiori allo zero consiglierebbero infatti un riparo e un ricovero almeno di notte. Il documento costitutivo riconosce la necessità di verificare l’efficacia del Piano Freddo attraverso la verifica periodica delle procedure contenute ed è, a loro dire, dinamico. Quindi può cambiare.
Ebbene, mi sembra il caso che il Tavolo si riunisca, riconosca le carenze che si sono evidenziate e proceda ad una opportuna ridefinizione dei parametri, all’individuazione di spazi e posti letto, imposti azioni strutturali e non emergenziali affinché nessuno debba più sopportare lo sfregio del “generale inverno”. In grado, storicamente, di sconfiggere eserciti e di determinare sconfitte e vittorie. Facciamo in modo che questa non sia la sconfitta del nostro restare umani.
