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CARLO ANDREOTTI * REFERENDUM: « LE RAGIONI ESPRESSE DA GIORGIO TONINI A FAVORE DEL “SÌ”, PUR NON ESSENDO POLITICAMENTE SCHIERATO DALLA SUA PARTE MI TROVANO TOTALMENTE D’ACCORDO »

Referendum: un voto libero. Mentre i partiti politici continuano a mantenere un assordante silenzio sul prossimo referendum confermativo riguardante la riduzione del numero dei parlamentari, sono i singoli personaggi politici a prendere posizione. Un segnale questo preoccupante per la politica in generale, che la dice lunga sulla profonda crisi in cui versa, un silenzio che sta lì a sottolineare il suo smarrimento attuale, il suo procedere per compromessi, per provvedimenti tampone, per picche e ripicche, senza un disegno complessivo, senza una strategia, senza avere come guida e faro il bene collettivo, ma esclusivamente quello “privato” dei singoli partiti e del mantenimento del potere a tutti i costi.

Dall’opposizione per tre volte consecutive il PD ha votato contro la riforma costituzionale sulla riduzione dei parlamentari, la quarta e decisiva volta, con una giravolta degna dei migliori saltimbanchi, ha invece votato a favore. Motivo? Molto semplice: dall’opposizione, dove si trovava, era passato al governo alleandosi con i populisti dei Cinque stelle (che ora, proprio perché alleati del PD, non vengono più dipinti come populisti). Del tutto naturale che ora il partito, chiamato a dire in maniera chiara la sua posizione, si trovi in difficoltà; una difficoltà causata da un unico motivo: quello di non compromettere una già precaria e conflittuale alleanza di governo con i 5 Stelle che gli ha permesso, ad onta della pesante sconfitta elettorale, di continuare a governare questo Paese. Alla faccia della democrazia.

C’è anche da chiedersi, sul piano generale, con quale coerenza partiti politici che in Parlamento hanno approvato non una leggina qualsiasi, ma addirittura una riforma della Costituzione, possano poi andare sulle piazze a sostenerne la bocciatura. Le loro posizioni nella campagna referendaria, dovrebbero rispecchiare con coerenza il loro voto in Parlamento. Cambiare idea è indubbiamente lecito, ma se a farlo sono gli stessi partiti nel loro insieme, come possono poi lamentarsi per il cambio di casacca, per il cosiddetto “salto della quaglia”, di loro singoli componenti, venendo il cattivo esempio proprio da loro?

In ogni caso, in assenza di prese di posizione ufficiali dei partiti, hanno cominciato ad uscire allo scoperto singoli personaggi politici. Il primo, anticipando il suo partito, è stato l’autorevole ex senatore e consigliere regionale del PD, Giorgio Tonini che ha elencato una lunga e circostanziata serie di motivi a sostegno del “sì”, pur non nascondendo alcune criticità della riforma. In sintesi, ha scritto, meglio una riforma monca che nessuna riforma.

A Tonini hanno replicato due ex democristiani di lungo corso e di prestigiosa carriera politica, Renzo Gubert e Lorenzo Dellai. Per anni militanti su sponde opposte dello schieramento politico, si ritrovano ora dalla stessa parte nel sostenere il “no” al referendum. Ridurre i parlamentari, sostengono entrambi, significa ridurre la rappresentanza politica. Dellai ci aggiunge anche un pizzico di sano, a suo dire, antipopulismo. Su questi temi però, con il suo “sì” alla riforma, Giorgio Tonini li aveva già contestati in anticipo con solide argomentazioni.

La questione è indubbiamente controversa e tutti hanno le loro buone ragioni nel sostenere sia il “no” (la strana coppia Gubert-Dellai), che il “sì” (Tonini). Pur nella loro contrapposizione c’è però un aspetto critico condiviso: la riforma è parziale. Andava accompagnata dalla attribuzione di nuove e soprattutto differenziate competenze alle due Camere, valorizzando magari anche il ruolo delle Regioni. Ineccepibile. La storia della nostra Costituzione (a mio avviso non la più bella del mondo, come si dice, ma la più vecchia) sta lì però a dimostrare che nessuna sua riforma è passata se non parziale (ottobre 2001, Titolo V).

Le grandi riforme complessive, di impianto, quella di Berlusconi e quella di Renzi sono state clamorosamente bocciate (giugno 2006 e dicembre 2016). Bocciate non perché non contenessero entrambe aspetti positivi e condivisibili, ma semplicemente perché quei referendum confermativi si erano trasformati in pronunciamenti pro o contro Berlusconi e Renzi, entrambi al momento sulla cresta dell’onda ed entrambi clamorosamente bocciati per non riconoscere loro troppo potere.

Questa volta, non essendoci un leader riconosciuto e imperversante come ai loro tempi Berlusconi e Renzi, o come in tempi più recenti lo stesso Salvini, c’è da augurarsi che i cittadini possano decidere liberamente “in scienza e coscienza”. Il popolo, cui per costituzione dovrebbe appartenere la sovranità di questo Paese, ha l’occasione di riappropriarsene, andando a votare in maniera libera e non condizionata dalla preoccupazione di dare con il proprio voto troppo potere all’uno o all’altro leader, al momento inesistente.

Non volendo infine fare la figura del cerchiobottista, aggiungo solo di ritenere personalmente che se vogliamo davvero riformare questo paese, da qualche parte dobbiamo pur cominciare. E le ragioni espresse da Giorgio Tonini a favore del “sì”, pur non essendo politicamente schierato dalla sua parte, mi trovano totalmente d’accordo.

 

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Carlo Andreotti

Già Presidente della Giunta provinciale di Trento