Perché Bolzano è più avanti di Trento.

Ci si chiede spesso perché Bolzano sia molto più avanti di Trento in tutto. La ragione, a mio modestissimo avviso, può essere riassunta in una semplice frase: “Bolzano vive e pratica l’autonomia, Trento, no”. La differenza fra Trento e Bolzano sta tutta qui. L’ultimo spunto per questa riflessione viene da quanto scritto da Giorgio Tonini su queste stesse colonne domenica scorsa, in risposta all’articolo di Arrigo Dalpiaz sul presidente del Consiglio provinciale, Walter Kaswalder e sul ruolo delle Casse rurali trentine.  Tonini, che ebbi già a definire una delle rare teste politicamente pensanti in Consiglio provinciale, scrive che quando in Parlamento si affrontò il tema del credito cooperativo si pensò bene di lasciare a Trento e Bolzano libertà di scelta fra tre opzioni. Dare vita a un unico gruppo bancario nazionale; promuovere un gruppo nazionale a guida trentina; seguire il modello Raiffaisen di Bolzano. Balza evidente agli occhi, proprio da queste affermazioni, il grande solco che in tema di applicazione concreta dell’autonomia, divide Trento da Bolzano. A leggere bene quanto scrive Tonini  si nota come la norma in realtà sia stata fatta solo per Trento, per consentirgli di fare per l’ennesima volta in tema di credito, una scelta non autonomista. Non fosse così che senso avrebbe l’affermazione, sempre di Tonini, di “consentire a Trento di seguire il modello Raiffaisen di Bolzano”.  Quella norma a Bolzano non serviva, perché era già fuori discussione, era un fatto ampiamente assodato e scontato, che Bolzano mai e poi mai avrebbe rinunciato al suo modello Raiffaisen, come a suo tempo, al contrario di Trento, non rinunciò a mantenersi la sua Cassa di Risparmio. Essere autonomisti, praticare l’autonomia nei fatti e non solo a parole vuol dire anche e soprattutto questo: privilegiare le scelte territoriali. Proprio per scelte “non autonomiste” Trento oggi non ha praticamente più suoi istituti di credito storici, a differenza di Bolzano.

Può anche darsi che presi singolarmente, uno per uno, e valutati da un punto di vista esclusivamente economico, i vari progetti abbiano una loro valenza positiva, ma non possono di certo essere inquadrati in una visione complessiva, progettuale e di sistema dell’autonomia. A Trento purtroppo si agisce così, senza visione. A Bolzano invece il senso dell’autonomia, come valore universale di quella comunità, è talmente radicato, che ogni scelta ha come stella polare non tanto l’immediato tornaconto economico, o quello a breve termine, ma il disegno complessivo dell’autonomia. A Trento tutti si definiscono autonomisti, ma nelle decisioni e nei comportamenti concreti non sono di certo conseguenti. A Bolzano non c’è nessuna necessitò di definirsi ossessivamente autonomisti, perché lì l’autonomia è una pratica quotidiana, insita nei comportamenti singoli e collettivi, individuali e di gruppo. Qui dobbiamo ricordarcelo ogni giorno, senza capire bene cosa significhi essere autonomisti.

Vogliamo continuare a chiederci allora perché Bolzano è più avanti di Trento? Certo, la differenza può stare anche negli uomini, ma alla radice di ogni comportamento c’è sempre un concetto: l’Autonomia, che a Bolzano è vissuta, mentre a Trento è solo dichiarata.

Gli esempi potrebbero essere tanti (a cominciare dalle contrapposte filosofie a comune sostegno della famigerata riforma costituzionale del 2001, voluta da Trento per avere un sistema elettorale tutto suo e da Bolzano per depotenziare ulteriormente la Regione) come si potrebbe ricordare che non sempre in passato è stato così, basti pensare al momento in cui il Parlamento dette via libera all’Università di Bolzano (autunno 1996) che tante ripercussioni positive ebbe su quella di Trento proprio per l’azione della Giunta autonomista trentina del tempo. Si potrebbe continuare con l’Euregio, l’aeroporto, l’ospedale, la più recente diatriba sulla facoltà di medicina, ma il caso delle casse rurali ci sembra esemplare. E’ stata fatta una scelta, molto controversa: può anche darsi che economicamente sia vincente. Non si parli però di scelta coerente né con l’autonomia, né con i valori fondanti della cooperazione. Autonomia e spirito cooperativo sono tutt’altra cosa. Quest’ultimo valore  lo abbiamo già perduto, auguriamoci di non perdere a breve anche l’altro.

Vorrei aggiungere, sempre in tema di autonomia e da uomo di partito quale sono stato, anche una nota riguardante il mio vecchio Patt, anch’esso citato e difeso da Giorgio Tonini. All’inizio degli anni Duemila il Patt, anche a causa del sistema elettorale bipolare, ha voluto operare una scelta lacerante fra centrodestra e centrosinistra. Avrebbe potuto fare un ragionamento diverso e tenere un comportamento autonomista. Ha preferito immedesimarsi nel centro sinistra, ribattezzato nominalmente autonomista, guadagnando posti di governo e sottogoverno, prebende varie e financo voti. Ma a quale prezzo? Quello di snaturarsi, di perdere la sua identità per la quale era conosciuto e riconosciuto da tutti i trentini. Sembrava che con la scelta di correre da solo alle ultime provinciali avesse cominciato a rimettersi in carreggiata, rispolverando la vecchia idea di essere una sorta di SVP trentina, pur con tutti gli inevitabili distinguo. La recente opzione per le comunali di Trento, sembra invece riportarlo indietro, all’inizio degli anni duemila, con una scelta che può anche pagare in termini di potere, ma non di idealità e identità autonomista.

L’esercizio dell’autonomia è cosa ancor più difficile, se possibile, dell’esercizio della democrazia. Purtroppo oggi gli autonomisti veri, a parte qualche rara eccezione, sembrano alloggiare solo a nord di Salorno. E si vede.

 

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ndreCarlo Andreotti