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ANDREA MASCHIO * SAN PATRIGNANO – SERIE TV ” SANPA “: « SEMPRE SONO QUESTE COMUNITÀ AD AIUTARCI QUANDO SIAMO INTERESSATI PERSONALMENTE DA QUESTA PIAGA, NON SICURAMENTE LO STATO »

Tutti i giorni si legge di lamentele, denunce, arresti, sequestri per spaccio di droga e praticamente mai e nessuno parla del problema dipendenze. Lo fanno solo gli addetti ai lavori che normalmente sono più impegnati a stare sul pezzo e aiutare queste persone che di andare sui giornali. Sono giorni che rifletto sulla miniserie “Sanpa”.

Lo ho guardato con interesse scoprendo qualche piccolo particolare che non conoscevo. Tuttavia praticamente tutta la parte fondamentale non mi era nuova ed in fondo non avrebbe dovuto esserlo a chi sia interessato alla questione della tossicodipendenza, dell’Hiv, dell’aids, delle comunità di recupero e di tutto ciò che vi è connesso come ad esempio la vita di famiglie intere travolte da questa tremenda piaga.

Tutto ciò che viene descritto è noto e pubblicato da sempre e fa specie veder prendere posizione di contrarietà oggi semplicemente a seguito di una serie tv.
Mi domando a chi possa mai giovare un taglio mediatico di questo tipo, perché è indubbio che si è volutamente cercato di evidenziare quasi solo gli aspetti negativi, i dubbi e le criticità.

Non ho sentito elencare i numeri degli ospiti guariti, non ho visto interviste approfondite a ragazzi in corso di terapia o recuperati, non ho sentito interviste a famigliari se non qualche slogan a spot.

Certo sicuramente il clamore della serie tv rimette in gioco l’argomento e fa tornare a parlare di quella comunità, permette sicuramente un nuovo confronto anche se rischia di esser solo polemico, distruttivo e sterile.

Quei ragazzi, quelle famiglie che oggi sono nelle comunità, che sono le comunità stesse, non hanno certo bisogno di questo tipo di messaggio. Sono mesi se non anni che dagli operatori del settore viene lanciato l’allarme in merito all’età ormai giovanissima dei consumatori di droghe di vario tipo. Sono mesi se non anni che viene denunciato il ritorno all’eroina, dato il costo davvero esiguo, al fianco di tutti gli altri tipi di droghe.

Ma pochi hanno ascoltato e ascoltano, troppo pochi se ne occupano in modo costruttivo ed utile, troppi si limitano a lamentarsi del fastidio legato allo spacciatore davanti casa. Nasce la serie tv e diventiamo tutti tuttologi.

Vediamo ciò che ci vogliono far vedere, tralasciando volutamente il resto, e parliamo di San Patrignano con la stessa facilità e “competenza” di quando commentiamo una giocata di Ronaldo o una schiacciata di Nimir Abdel Aziz. Siamo però in una società totalmente diversa da quei primi anni. Quelli di oggi sono tossicodipendenti invisibili.

Non ci sono più gli zombie degli anni 80 che si trascinavano nelle nostre vie alla ricerca di recuperare qualche lira per una dose. Erano quelli anni in cui eravamo totalmente ignoranti su cosa fosse l’eroina, cosa procurasse, che danni sociali si portava dietro. Oggi invece la conosciamo, forse, ma crediamo di saperne stare facilmente lontani.

Cosi conosciamo l’Hiv, o crediamo di conoscerlo. Non tutti conoscono la differenza tra Hiv e Aids ad esempio e sopratutto non tutti sanno che in Italia ci sono 4,2 nuovi casi per 100.000 residenti, che l’84,5% è attribuibile a rapporti sessuali non protetti di cui eterosessuali sono 42,3% e solo il 25,2% è di nazionalità straniera.
Nel 2019, più della metà delle persone con una nuova diagnosi di Hiv è stata diagnosticata in fase avanzata di malattia segno evidente che anche su questo vi è ignoranza e superficialità.

In quel periodo chi se ne prendeva cura allora di queste persone, di queste famiglie disperate? Nessuno se non chi come Vincenzo Muccioli decide di dedicarci la propria vita nel bene e nel male. È nei primi anni ‘70 che la nostra società viene interessata apertamente dalla tossicodipendenza. E fu il privato sociale ad intervenire prima ancora della funzione pubblica.

Al “tossico” di strada, lo zombie dipendente dall’eroina via endovena si contrapponeva il “ricco” sniffatore di cocaina. Strade disseminate di tossici, spacciatori, “spade”, fiale rendevano evidente una nuova piaga sociale e “davano fastidio”. Ma la disperazione segnava queste famiglie che non sapevano come gestire questo dramma, non capivano il perché ed il per come. Colpevoli i tossivi e non i motivi per quali erano diventati dipendenti.

Le morti di overdose dilagavano contrastate da leggi che punivano i consumatori mentre i privati pensavano ad istituire comunità per il loro recupero sanitario e psicologico. È in questo contesto che si inserisce Vincenzo Muccioli che certamente in tutto ciò che ha creato può avere fatto degli errori anche gravi, può aver guadagnato, può essersi creato un sistema di cui vivere ma che ha dedicato tutta la sua vita a tale progetto e che li ci è morto, accusato anche in questo di essere morto di AIDS.

Ed anche fosse? Saranno ben fatti suoi… Ma proviamo ad approfondire alcune di queste criticità. Da molti l’uso della catene, ed in generale della forza, per obbligare una persona in crisi di astinenza a superare le fasi più difficili è considerato un abuso.

Ma un abuso per chi? Per questa persona? Per i suoi famigliari? Per la società? E se questa persona appena scappa, commette un reato per procurasi la dose, come spesso succede, viene arrestato allora va bene che le catene gliele metta lo Stato che poi peraltro lo gira ad una comunità? Sarebbe il cane che si mangia la cosa.

Quante sono le famiglie che hanno beneficiato di tale “regime carcerario”? Quanti ospiti sono “guariti”. Certo è controverso, ma il dato importante credo sia proprio quanti ospiti sono stati recuperati a fronte del numero complessivo.

Perchè in altre situazioni e su altri argomenti il “danno collaterale” viene considerato accettabile? Sopratutto quando è lo stato e non un privato a crearlo? Mi riferisco ai vaccini che come è dimostrato possono creare danni permanenti a qualcuno ma che il dato viene considerato irrilevante a fronte del beneficio sulla comunità. Non dovrebbe valere lo stesso?

Un altro aspetto su cui tutta la serie ruota è l’omicidio avvenuto e sul possibile coinvolgimento di Muccioli nelle cause e nell’occultamento. Non può che essere forte e seria la condanna di quell’evento e di tutto ciò che vi è legato compreso l’occultamento del cadavere di chi vi ha partecipato. Tuttavia dovrebbe sempre prevalere lo stato di diritto e il principio di innocenza.

Sembra invece nella serie che il principio del sospetto e del dubbio abbiano rappresentato la prova provata ed una necessaria conseguente condanna almeno dell’opinione pubblica visto che la giustizia ha avuto invece parere contrario. Ma se anche fosse, perché confondere un comportamento sbagliato e condannabile di una o più persone con il valore di un intera comunità? Perché cercare di delegittimare l’opera, il lavoro di un “paese” di 2.000 persone, oggi 1.200, invece di accettare che a volte alcuni drammatici eventi possono succedere e bisogna cambiare e andare avanti?

Nato nel 1978 San Patrignano segna un percorso di 43 anni segnato da un omicidio e alcuni suicidi, questo emerge dalla serie. Vogliamo parlare del numero di suicidi nello stesso lasso di tempo nei paesi trentini? Vogliamo per questo accusare le comunità stesse di questi paesi? Vogliamo entrare nel merito degli omicidi o femminicidi commessi nei paesi trentini in questo lasso di tempo e renderne responsabili le autorità istituzionali degli stessi?

Credo che si debba davvero fare una grossa riflessione su cosa sia la comunità San Patrignano e sulla sua utilità passata, presente e futura perché ricordiamocelo sempre sono queste comunità ad aiutarci quando siamo interessati personalmente da questa piaga, non sicuramente lo Stato.

Due parole infine sul caso della registrazione dell’autista. Credo sia inopportuno, sbagliato, scorretto ed illegittimo proferire un opinione sentendo degli estratti di un discorso. Quante volte se fossimo stati noi ad essere registrati potremmo avere detto cose in un contesto che estratte e poste fuori dallo stesso potevano essere considerate gravi e spaventose? Pensiamoci. Ma se anche fosse ne sarebbe stato responsabile la singola persona e non la comunità.

Da trentino, orgoglioso di aver ospitato la comunità a San Vito di Pergine Valsugana, di averla frequentata, di averne conosciuto gli ospiti, da persona che ha conosciuto il disagio che nella famiglia si può creare, da parente che ha scoperto e vissuto la felicità della rinascita del recupero, mi auguro che ci sia un emittente di valore che voglia affrontare una serie sui casi recuperati e sull’utilità di un comunità che in 43 anni ha salvato molte vite e risollevato tantissime famiglie.

 

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Ing. Andrea Maschio