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TONINI (PD) * MAGGIORANZA – MINORANZA: « OPPOSIZIONE DI GOVERNO, A ROMA COME A TRENTO FARE LA COSA GIUSTA SPESSO SIGNIFICA FARE LA COSA PIÙ DIFFICILE »

Opposizione di governo, a Roma come a Trento. Fare la cosa giusta spesso significa fare la cosa più difficile. Vale nella vita e vale anche nella politica. Fare la cosa giusta, in questa drammatica congiuntura, significa cercare insieme soluzioni e non limitarsi ad agitare i problemi o magari andare a caccia di colpevoli. Significa assumersi ciascuno la propria parte di responsabilità e non scaricarla sulle spalle degli altri. Per chi sta al governo, tutto questo dovrebbe significare rifuggire dalla tentazione dell’autosufficienza e ascoltare, dialogare, coinvolgere: parti sociali, energie intellettuali, amministratori locali e forze politiche, comprese quelle di opposizione. Per chi sta in minoranza, significa sapere che la qualità del governo dipende anche dalla qualità dell’opposizione. Non dovremmo mai dimenticarcene noi che facciamo l’opposizione a Trento, non dovrebbero dimenticarselo i parlamentari trentini, a cominciare dalla nutrita pattuglia leghista, che fanno l’opposizione a Roma.

In particolare, in questo momento, è importante, vorrei dire decisivo, che ciascuno faccia fino in fondo la sua parte, non solo nel sostenere, ma anche nel far riconoscere le buone ragioni della nostra autonomia speciale, nella delicata e complessa trattativa finanziaria col Governo nazionale. Buone ragioni che riassumerei così: dinanzi alle drammatiche conseguenze economiche della pandemia in atto, lo Stato si è fatto riconoscere dall’Unione europea grandi spazi aggiuntivi di ricorso all’indebitamento; le autonomie ordinarie beneficeranno indirettamente di questi spazi finanziari, in quanto vivono perlopiù di trasferimenti dallo Stato; le autonomie speciali invece, la nostra più ancora delle altre, rischiano di non poter contare né su spazi più ampi di indebitamento (a differenza dello Stato), né su maggiori trasferimenti, perché (a differenza delle ordinarie) le nostre autonomie speciali vivono soprattutto di compartecipazione alle entrate fiscali e non di trasferimenti. Se questa situazione dovesse mantenersi inalterata, le Province autonome di Trento e di Bolzano rischierebbero non solo di non avere alcuna riserva di ossigeno per i propri sistemi economici e sociali, anch’essi duramente colpiti dalla pandemia al pari e forse più di altri, ma di non poter disporre neppure di tutte le risorse necessarie a gestire le sterminate competenze loro assegnate dallo Statuto di autonomia.

La soluzione prospettata, finalmente all’unisono, dai due presidenti delle Province autonome e, insieme e a turno, della Regione, è seria e convincente: sospendere per due anni la nostra compartecipazione al servizio del debito dello Stato, prevista dagli accordi di Milano (Dellai e Durnwalder con Berlusconi, Tremonti e Calderoli) e di Roma (Rossi e Kompatscher con Renzi, Padoan e Boschi), ricomprendendo di fatto questa quota nello spazio di maggiore indebitamento riconosciuto all’Italia dalla Commissione europea; e ampliare per le Province gli spazi di indebitamento a sostegno degli investimenti, anche modificando la normativa statale in vigore.

La trattativa è appena cominciata e le posizioni sono, come è ovvio, ancora distanti. Sul piano finanziario, perché al momento il Governo sembra riconoscere alle nostre due Province autonome meno della metà di quel che ci serve (circa 150 milioni a provincia, invece di 400). Ma anche sul piano istituzionale, perché il Governo sembra voler omologare le speciali alle ordinarie, associando anche le prime all’incremento dei trasferimenti previsto per le seconde. E tuttavia, la mia non breve esperienza parlamentare mi ha insegnato che è sempre andata così nei rapporti tra le autonomie speciali e i governi: nulla ci è mai stato regalato, né sul piano finanziario, né su quello del rango costituzionale, ogni volta si sono dovute sudare le famose sette camicie per raggiungere un compromesso accettabile.

Le condizioni fondamentali per farcela, a mio modo di vedere, sono tre: andare a Roma non solo con un problema, ma con una seria e forte proposta di soluzione; andarci insieme Trento e Bolzano, solidali tra presidenti e giunte provinciali e solidali tra parlamentari trentini e sudtirolesi, senza trascurare gli altri “speciali”, a cominciare da valdostani e friulan-giuliani; lavorare a Roma, ciascuno nel suo schieramento, partito, gruppo parlamentare, per costruire il consenso politico attorno alla soluzione prospettata.

Su alcune di queste condizioni, a cominciare dalla solidità della proposta e dalla solidarietà fra Trento e Bolzano, si è lavorato molto e bene. Su altre ci sono ancora ampi spazi di miglioramento. Ad esempio nel coinvolgimento delle opposizioni a Trento e Bolzano, che sono al governo a Roma. Ma anche nel lavoro dei parlamentari di opposizione a Roma, che sono al governo a Trento. Dai quali sarebbe bello sentir dire non solo uno scontato “vigileremo che il Governo Conte faccia…”, ma anche, ad esempio, un più interessante “abbiamo convinto Zaia, Fontana e lo stesso Salvini a sostenere le ragioni di Trento e Bolzano e a farne oggetto di confronto col Governo”. Nella scorsa legislatura, Debora Serracchiani ed io, nella segreteria del Pd, convincemmo Matteo Renzi a cambiare idea su quelle che lui, rivolgendosi a noi, chiamava, con ironia tutta toscana, “le regioni con tre nomi”. E insieme alla Svp, al Patt e all’Upt, abbiamo portato a casa, come ebbe a dire Karl Zeller, la quantità e qualità di risultati più significativa delle ultime legislature. Datevi da fare, onorevoli leghisti. Fate la cosa giusta e quindi difficile. Spiegate al vostro Matteo che il Trentino non è solo una scritta su una felpa, da indossare quando viene in vacanza a Pinzolo.

 

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GIORGIO TONINI, capogruppo provinciale e regionale del Pd