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TONINI (PD) * CREDITO COOPERATIVO: « HA COMPIUTO UN VERO E PROPRIO MIRACOLO, FARE DELLA SOLIDARIETÀ LA CHIAVE PER IL SANO PROGRESSO ECONOMICO »

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10.31 - sabato 28 dicembre 2019

Ma siamo proprio sicuri che, se potesse partecipare al dibattito sul futuro del credito cooperativo, don Lorenzo Guetti si schiererebbe con i difensori dello status quo, anziché con gli innovatori e i riformatori? Sono andato a rileggere il suo breve commento alla notizia della fondazione della prima “Cassa rurale di prestiti e risparmio con sede in Quadra” (1º agosto 1892, un anno dopo la “Rerum novarum” di papa Leone XIII) e ne ho tratto la conferma che non c’è torto più grande che si possa fare alla memoria dei costruttori di “cose nuove”, di quello di usarli a fini di conservazione dell’esistente. “Il nostro popolo – scriveva don Guetti – ha preso ormai la via al sano progresso agricolo-economico, e noi dobbiamo sostenerlo, aiutarlo, animarlo in questo movimento salutare, non curando i furbi che vorrebbero addormentarlo in uno stato quo, facilissimo per essere sfruttato e peggio”.

La riforma elaborata e approvata nella scorsa legislatura, con l’apporto fondamentale dei parlamentari trentini, ha consentito al mondo del credito cooperativo, che rischiava una crisi irreversibile, di dar vita a due dei primi gruppi bancari italiani. Due società per azioni, i cui azionisti sono le casse rurali, a loro volta società cooperative possedute dai rispettivi soci. Un ardito esperimento di democrazia economica, che punta a conciliare la più ampia diffusione della proprietà, con la stabilità, l’affidabilità, la forza competitiva sul mercato; e il radicamento nel territorio, con la capacità di interloquire con le massime autorità di vigilanza italiane ed europee. Il mondo cooperativo ha compiuto questo vero e proprio miracolo facendo esattamente ciò per cui è nato, quasi 130 anni fa: mettere insieme le persone e le comunità, fare della solidarietà la chiave per il sano progresso economico, si potrebbe dire per riformare il capitalismo nel senso dell’economia sociale di mercato.

Uno dei due gruppi, Cassa centrale banca (Ccb), ha sede a Trento, che è così diventata una delle poche province italiane ad ospitare la sede di un grande gruppo bancario. Per la nostra comunità autonoma è un asset di prima grandezza: per la produzione di reddito e di valore, per il sostegno alle imprese, per la qualità dell’occupazione, per le entrate fiscali dell’autonomia. Del resto, tutte le analisi economiche convergono nell’indicare nel terziario avanzato uno dei fattori determinanti dello sviluppo e ospitare nel proprio territorio la sede di un grande gruppo bancario può dunque rivelarsi una leva strategica per la crescita del Trentino. Offrendo ai nostri imprenditori un interlocutore vicino, raggiungibile, anche se sufficientemente forte da non diventare compiacente, come è invece accaduto, con conseguenze catastrofiche, a tante banche del territorio, dal Veneto alla Toscana fino alla Puglia. E poi, offrendo ai nostri giovani qualificati sbocchi occupazionali di livello medio-alto, riducendo la necessità di emigrare verso aree più ricche di opportunità e anzi attirando nel nostro territorio giovani risorse umane di qualità.

La politica trentina, ma meglio sarebbe dire la nostra comunità nel suo insieme, dovrebbe quindi valorizzare questo importante risultato, “sostenerlo, aiutarlo, animarlo” per usare le parole di don Guetti. Anche perché non sta scritto da nessuna parte che questa preziosa risorsa non possa sfuggirci di mano: la testa del gruppo Ccb è infatti a Trento, grazie al gioco di squadra che negli scorsi anni hanno saputo mettere in campo la cooperazione trentina, la Provincia autonoma e la delegazione parlamentare, ma due terzi del corpo Ccb sono fuori dalla nostra provincia. Il Trentino deve quindi continuare a “meritarsi” questo asset, per l’appunto sostenendolo, aiutandolo, animandolo, non circondandolo di diffidenza se non ostilità.

Questa evidente necessità vale anche per le fusioni tra le casse rurali, rese indispensabili innanzitutto dalla evoluzione del mercato: in un’epoca di tassi d’interesse così bassi, la compravendita di denaro non è più remunerativa e solo servizi di elevata qualità professionale possono sostenere la redditività e la competitività del credito cooperativo rispetto ai grandi gruppi bancari. Ma c’è una motivazione tutta “nostra” delle fusioni: quanto a lungo potrà reggere la testa trentina in un gruppo nel quale le nostre casse sono tra le più piccole e frammentate, anziché tra le più grandi e unite? Se non vogliamo che la leadership del gruppo sia di fatto e poi anche di diritto assunta da grandi casse radicate fuori provincia, dobbiamo fare in modo che le nostre Bcc siano le più forti, le più solide, le più innovative.

È in questo contesto che andrebbero inquadrate le innegabili criticità emerse negli ultimi mesi. A cominciare dalla questione della democrazia interna. Una questione di tutto rispetto e che tuttavia va affrontata promuovendo una riforma della governance delle imprese cooperative per adeguarla alla crescita dimensionale delle imprese e non invece strumentalizzarla per difendere un insostenibile status quo. Come se la democrazia potesse essere tale solo nelle piccole comunità e fosse incompatibile con dimensioni demografiche più ampie, mentre la storia ci insegna che ad ogni livello la democrazia, che è sempre imperfetta e perfettibile, presenta le sue difficoltà, che vanno affrontate con i necessari correttivi: legislativi, statutari, organizzativi.

Lo stesso principio deve valere per la difesa delle competenze dell’autonomia speciale: sarebbe un paradosso dell’autonomia, se esse venissero invocate per danneggiare, anziché per sostenere e promuovere, gli interessi sostanziali della nostra comunità, tra i quali c’è senza dubbio il successo di Ccb. C’è da sperare (e vigilare) affinché la cautela con la quale si è mossa in questo campo la Giunta provinciale sia indice di prudenza e non di indifferenza o diffidenza.

 

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Giorgio Tonini, capogruppo regionale e procinciale del Pd

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