A ricordare Fabio Osti venerdì 21 febbraio, alle 20.30 alla Casa della SAT saranno presenti Paolo Pedrini conservatore responsabile nella Zoologia dei vertebrati presso il Muse e Claudio Groff responsabile del settore grandi Carnivori presso il Servizio Foreste della Provincia.

Massimo Vettorazzi, fotografo, illustratore, naturalista e membro di TAM SAT (Commissione Tutela Ambiente Montano) leggerà alcuni brani del libro di Matteo Zeni “In nome dell’orso”.

Nel corso della serata verrà proiettato il film: “Die letzen Baren in den Alpen”, di Josef Schwellensattl, il regista parteciperà all’incontro.

Negli anni ’70 e ‘80 Fabio Osti era di fatto l’unico funzionario provinciale ad occuparsi dell’ultima popolazione di orso bruno autoctono, su incarico del Servizio Parchi e Foreste Demaniali della Provincia Autonoma di Trento.

Egli raccoglieva in quegli anni, con il supporto di un piccolo gruppo di volontari appassionati, il “Gruppo orso”, il testimone, per conto dell’Amministrazione provinciale, lasciato da pionieri della protezione e della ricerca sull’orso in Trentino, attivi già dalla fine degli anni ’60 nell’ambito della neocostituita sezione Trentina del WWF (in primis Francesco Borzaga e Graziano Daldoss).

Un incarico che Osti proseguì fino alla fine degli anni ‘90 con autentica dedizione.
E lo fece con punte di eccellenza che rimangono nella storia della protezione e della gestione dell’orso, non solo in Trentino e sulle Alpi, ma anche a livello mondiale: fu lui nel 1976, assieme al ricercatore svizzero Hans Roth, a mettere per la prima volta un radiocollare ad un orso in Europa e negli anni ’80 contribuì a realizzare con IRST una stazione di monitoraggio da remoto con sistema ad infrarossi e di pesa degli esemplari assolutamente all’avanguardia per quell’epoca.

Ma l’impegno di Fabio non si rivolgeva soltanto nei confronti dell’orso delle Alpi, animale iconico e misterioso, dall’ indole schiva e solitaria, un po’ come lui, ma di tutto il vasto ecosistema alpino, che studiava con passione. L’ornitologia, l’entomologia, la tassidermia, la botanica sono solo alcune delle branche che maggiormente sollecitarono l’interesse di Fabio e che lo videro dare importanti contributi per quell’epoca.

Fabio era anche cacciatore, competente, rispettoso ed appassionato; uno dei migliori esempi di come l’essere cacciatore ed allo stesso tempo amante della natura ed “ambientalista” nel senso più nobile del termine non fossero posizioni antitetiche, anzi.

Nei tre volumi (intervallati da due aggiornamenti dei testi redatti) e nei numerosi articoli per riviste scientifiche che scrisse durante i trent’anni di attività grazie ad una osservazione quotidiana e al supporto del Gruppo Orso, emerge un rigore documentaristico raro per l’epoca, corredato da una produzione iconografica ricchissima, curata dallo stesso autore.

Fu socio onorario dell’Associazione Italiana Wilderness, dell’Associazione Internazionale per la salvaguardia dell’orso delle Alpi e membro della Società Trentina di Scienze Naturali, della Società Etnologica Italiana, della Wildlife Society (U.S.A.), dell’Associazione Teriologica Italiana, dell’Eurasian Bear Groupe e della Species Survival Commission (S.S.C.) dell’U.I.C.N.

Per le attività di studio e protezione dell’orso trentino è stato insignito dell’Ordine di S. Romedio.
Dal 1989 la popolazione ursina del Trentino non manifestò più segni di riproduzione e dunque fu dichiarata biologicamente estinta; erano rimasti confinati nella zona tra lo Sporeggio e la val di Tovel soltanto pochissimi esemplari, irrimediabilmente non più in grado di far riprendere la piccola popolazione ormai in via di estinzione.

Da queste evidenze è nato e si è sviluppato Life Ursus, varato nel 1997, uno dei progetti di reintroduzione della specie tra i più fortunati d’Europa.
Anche se nella realizzazione dello stesso Fabio non fu mai coinvolto pienamente rimane il suo apporto fondamentale, quando nelle primissime fasi di valutazione del progetto di reintroduzione (1992-1996) diede il suo autorevole contributo agli estensori dello stesso, sostenendo senza riserve l’opportunità di procedere con quella nuova ed impegnativa fase.

Durante l’ultimo periodo del suo incarico Fabio si occupò all’interno del Parco Adamello Brenta di Biotopi e dello studio degli invertebrati, in collaborazione con il Servizio Provinciale di Conservazione della Natura e con il Museo Tridentino di Scienze Naturali.
Fabio Osti si spense a 61 nella sua Spormaggiore, da dove era partita tutta la sua appassionata attività sull’orso delle Alpi e sulla natura tutta che il plantigrado incarnava.