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PROVINCIA AUTONOMA TRENTO

Covid-Free (20ma puntata format Tv)

 

Era un bon viveur, un contrabbandiere e un giocatore d’azzardo, un bevitore e un donnaiolo. Per i tedeschi era un fidato agente dei Servizi Segreti Militari. Il suo nome era Oskar Schindler, l’uomo che durante il nazismo salvò migliaia di ebrei. Sotto Adolf Hitler, diventò un uomo di successo, accumulando una grande ricchezza. Fu una spia al servizio dell’esercito tedesco in Cecoslovacchia e in Polonia e la sua fabbrica di munizioni contribuì allo sforzo bellico dei nazisti.

Ma fu lui, costruendo un proprio campo di concentramento e correndo molti rischi, l’unico tedesco nella storia della guerra a salvare più di mille ebrei dai campi di sterminio. Un personaggio, raccontato anche dalla voce dei testimoni, al centro del documentario “Schindler. La vera storia”, che Rai Cultura propone lunedì 27 gennaio alle 21.15 su Rai Storia. Proposto nella versione rimasterizzata, il documentario – del 1983 – ha vinto il British Academy Award e ha preceduto di dieci anni il film “Schindler’s List” di Steven Spielberg.

Nulla del passato del trentunenne Schindler lo aveva preparato in qualche modo a interpretare il ruolo dell’eroe: nato nella piccola città industriale di Zwittau, in Boemia, ai confini con la Cecoslovacchia, viene cresciuto secondo una rigida educazione cattolica, nonostante ci siano ebrei nella sua classe e il suo vicino di casa sia un rabbino con due figli. Il giovane Oskar è un ragazzo estroverso, studia poco e ama stare al centro dell’attenzione. Fin da ragazzo sviluppa una passione per le automobili da corsa e le motociclette, assecondato dal padre. Nel 1928 sposa Emilie, una ragazza molto religiosa di un paese vicino. Durante gli anni ’30, da mediocre venditore diventa una spia nazista. I cecoslovacchi lo arrestano nell’agosto del 1938, ma viene rilasciato dopo che Hitler annette il Territorio dei Sudeti.

Il documentario è preceduto – alle 21.10 – da “Auschwitz, 75 anni fa”, che incrocia il ricordo di chi, come Piero Terracina sopravvisse ad Auschwitz, e il ricordo dei figli dei carnefici, di chi, come Helga Schneider, ha avuto una madre nazista che non ha mai rinnegato il passato.