PROVINCIA AUTONOMA TRENTO

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Di Giovanni Ceschi – Mai come in quest’estate 2019 il dibattito mediatico sulla scuola in Trentino è stato così vivace, a dispetto del periodo vacanziero. Merito certo dei mutati equilibri politici che hanno riaperto questioni congelate da quasi un ventennio. L’aspetto peculiare del dibattito è che la parte soccombente non trova di meglio che ritorcere contro gli avversari l’accusa che a buon diritto potrebbe esserle rivolta: quella di passatismo.

A ben vedere, infatti, i nodi del contendere riguardano scelte adottate in Trentino dai precedenti esecutivi: il mantenimento delle carenze formative quando nel 2007 si tornò ovunque agli esami a settembre; la verticizzazione del sistema scuola affidata ai dirigenti come “ufficiali di collegamento” e il loro conseguente inquadramento normativo e stipendiale, privilegiato rispetto al resto d’Italia, in combinato disposto con l’azzeramento del diritto alla mobilità. Sullo sfondo, la messa in discussione di autentici mantra: i “nuovi” piani di studio centrati sulle competenze degli allievi e sull’autonomia degli istituti; l’accento sulle tre “i” – inglese, impresa, informatica – a marcare l’idea di una scuola buona in quanto nuova. Certezze del passato che alla luce dei fatti si stanno sgretolando, una dopo l’altra, per la loro sostanziale inconsistenza.

L’epifenomeno di tale contrapposizione, persino la sua cifra stilistica e mediatica banalizzante, è il procedere per polarità. Bianco o nero. Scuola inclusiva o repressiva, innovazione didattica o frontalità dell’insegnamento, apertura al futuro o arroccamento sul passato. Il capovolgimento di prospettiva e la polarizzazione del dibattito sono del resto le armi disperate di chi si vede “scoperto” e teme che il cambio di rotta non faccia altro che confermare gli errori compiuti. Vediamo nel dettaglio come questa strategia, per quanto disarticolata, si stia delineando.

Il ritorno agli esami di settembre sarebbe la riproposizione vintage di un nostalgico autoritarismo della scuola che fu. Largo allora agli argomenti preconfezionati che fanno leva sulla presunta paura dei docenti di tornare ai corsi di recupero estivi (che in realtà sono sempre esistiti anche con le carenze formative) o sulla tangibile paura delle famiglie che per una sola materia si debba ripetere l’anno. E, d’illogicità in illogicità, avanti con l’antitesi bocciatura–promozione: come se, per effetto di un sistema che riscopra i valori fuori moda dell’impegno e del merito e li proponga agli studenti, fosse sottratto lo spazio per la terza via, cioè il recupero autentico delle lacune. Che è invece l’obiettivo ultimo della riforma annunciata dall’assessore Bisesti.

Anche il ritorno al sovrintendente scolastico è presentato come un passo indietro, nel migliore dei casi un doppione: e ciò non sorprende, specie agli occhi di dirigenti abituati a ragionare in termini di verticalità del passaggio di parole d’ordine e direttive per la scuola trentina che essi sono chiamati, in ultima analisi, a imporre; anche perché si tratta a ben vedere di figure professionali selezionate sulla base di quell’assunto. A che servirebbe un mediatore didattico, in una simile prospettiva?

In controluce altri temi si affacciano all’orizzonte, collegati alle “parole d’ordine” che il rapporto verticistico amministrazione–docenti e la relazione pseudo-democratica docenti–allievi mirano ad attuare: su tutti, il sospetto che la scuola delle competenze faccia acqua da tutte le parti e sia tenuta in vita solo di facciata, specie in indirizzi liceali per vocazione non professionalizzanti, dove però l’evanescenza di solide conoscenze teoriche e capacità analitiche, chiavi di lettura di una realtà sempre più complessa e sfidante, finisce per produrre disadattati. E ancora, l’impressione che la fissazione un po’ naïf del precedente esecutivo per un CLIL confuso col trilinguismo ma sbilanciato tutto sull’inglese, alternanza scuola–lavoro e tecnologie informatiche (una specie di ribollita delle tre “i” morattiane) si riveli modernariato di fronte alle esigenze vere di una società che muta a ritmi ancor più vertiginosi degli esecutivi, in Trentino e in Italia, e avrebbe bisogno di un’idea non troppo volubile di quale studente e cittadino (non di quale impiegato) vogliamo.

Una pars construens è dovuta, a questo punto. Nell’immediato: mantenere “puro” il sistema degli esami a settembre che l’assessore ha deciso di reintrodurre dal ‘20/21, perché ogni annacquamento equivarrebbe all’ennesima riforma che rinuncia all’obiettivo per cui è stata concepita, pur di mettere d’accordo tutti. A chi ritenga che altre priorità debbano impegnare il dibattito sulla scuola, faccio notare che gli effetti di un ritorno alla serietà della verifica a settembre eserciterà benefici effetti su tre piani correlati e cruciali: didattico, consentendo di verificare davvero i livelli di apprendimento; formativo, insegnando che l’impegno paga e che non ci si può affidare alla sanatoria per rimanere a galla; educativo, sempre che la società di cui la scuola è espressione abbia ancora qualche priorità valoriale da proporre ai giovani oltre al piatto grigiore delle “skills”.

Ancora: garantire una vera indipendenza del sovrintendente, che di nomina (provenendo dai ranghi della dirigenza scolastica qui delineata) indipendente non può essere, ma dev’essere almeno posto nelle condizioni di favorire il flusso d’istanze scuola–amministrazione e non l’esatto contrario; ché altrimenti sarebbe un clone del dirigente generale.

A medio termine: concepire un sistema di reclutamento per gli insegnanti basato davvero sul merito e sull’attitudine in fase di formazione in ingresso, trovando il coraggio di affermare – benché sia poco fotogenico – che non tutti gli aspiranti sono parimenti adatti a questo mestiere e che la libertà d’insegnamento non può essere disgiunta da una commisurata responsabilità. Al contempo, valorizzare i docenti per le qualità didattiche, non per una fatua innovatività o per la disponibilità ad assumere compiti burocratici del tutto secondari nel loro profilo professionale.

Per la politica, più in generale, smettere di concepire con l’imbarazzante banalità di precedenti esecutivi la competenza autonoma della PAT in materia d’istruzione come strumento per differenziarsi a prescindere e l’autonomia degli istituti quale strumento per imporre in modo più spregiudicato le direttive dall’alto; quindi, in sintesi, fare esercizio di distanza anziché di prossimità. Perché in un sistema tanto angusto come il Trentino, nel cortocircuito di politica, amministrazione e giustizia da microcosmo, l’effetto sarebbe quello di rimanere soli sull’isola a dirci che siamo i più bravi – lusingati dalle sirene del “ti piace vincere facile?” – e che quindi stiamo bene così.

 

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Giovanni Ceschi

Presidente del Consiglio del Sistema educativo Provinciale

Docente di latino e greco al liceo “Prati”

 

 

Foto: archivio Pat