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LANCIO D'AGENZIA

ISTAT – RAPPORTO BENESSERE EQUO E SOSTENIBILE (BES) * « NEL 2020 IN ITALIA IL MAGGIOR NUMERO DI MORTI IN EUROPA (1.236 DECESSI PER 100 MILA ABITANTI), SIAMO IL PAESE PIÙ VECCHIO D’EUROPA »

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10.14 - giovedì 21 aprile 2022

L’Istat presenta la nona edizione del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes). Il volume fornisce un quadro complessivo dei 12 domini in cui è articolato il benessere analizzati nella loro evoluzione nel corso dei due anni di pandemia, il 2020, anno dello shock dell’emergenza sanitaria, e il 2021, anno della ripresa economica e dell’occupazione, esaminando le differenze tra i vari gruppi di popolazione e tra i territori.
La pandemia da COVID-19 ha profondamente cambiato molti aspetti della vita quotidiana degli individui, delle famiglie, dell’organizzazione della società e del mondo del lavoro determinando nuovi assetti e continui cambiamenti che, di volta in volta, hanno avuto effetti sul piano della salute, dell’istruzione, del lavoro, dell’ambiente e dei servizi e, in conseguenza, sul benessere degli individui.
L’analisi dei 12 domini (Salute; Istruzione e formazione; Lavoro e conciliazione dei tempi di vita; Benessere economico; Relazioni sociali; Politica e istituzioni; Sicurezza; Benessere soggettivo; Paesaggio e patrimonio culturale; Ambiente; Innovazione, ricerca e creatività; Qualità dei servizi) è incentrata sull’andamento più recente, confrontando i due anni di pandemia con il 2019. È reso disponibile l’aggiornamento al 2021 con dati definitivi per circa la metà dei 153 indicatori Bes, in un numero ristretto di casi i dati forniti sono stime provvisorie.
Il Rapporto è arricchito dall’osservazione del contesto europeo in cui si evidenzia la posizione dell’Italia nell’andamento della pandemia e della crisi occupazionale che ne è conseguita. Sono questi due aspetti – l’emergenza sanitaria da un lato e la crisi occupazionale dall’altro – ad aver profondamente condizionato gli ultimi due anni, determinando forti ripercussioni sul benessere degli individui.

Analisi dell’Italia nel contesto europeo
• Nel 2020 l’Italia è tra i paesi con il maggior numero di morti per abitanti (1.236 decessi per 100mila abitanti rispetto alla media europea di 1.161 decessi). Questo dipende anche dal fatto che l’Italia è il paese più vecchio d’Europa; infatti, eliminando le differenze tra paesi nella struttura per età, l’Italia scende agli ultimi posti della graduatoria europea (tasso standardizzato di mortalità pari a 933 decessi ogni 100mila abitanti contro una media Ue27 di 1.040).
• L’Italia ha sofferto di più durante la prima ondata della pandemia nel 2020. La seconda ondata (tra settembre 2020 e gennaio 2021) è stata particolarmente forte per i Paesi dell’Est Europa: Polonia, Bulgaria, Slovenia e Repubblica Ceca hanno più che raddoppiato (nel mese di novembre) il tasso standardizzato medio 2015-2019 delle stesse settimane.
• Nel 2021 l’eccesso di mortalità segue un andamento analogo, con un picco tra marzo e maggio e uno da ottobre, si tratta di picchi meno pronunciati rispetto al 2020. Il terzo picco pandemico è stato raggiunto in media ad aprile 2021 (+12,4% in media Ue27), quando in Italia la variazione dei tassi standardizzati di mortalità rispetto al 2015-2019 si attesta su valori non trascurabili (+17,9%) ma decisamente più contenuti rispetto a quanto osservato nel 2020. Il quarto picco pandemico si raggiunge a inizio dicembre 2021 (+24,1%), con eccessi di mortalità più pronunciati nei paesi dell’Est Europa.

• In tutti i paesi europei l’eccesso di mortalità rispetto al 2015-2019 calcolato sul tasso standardizzato è più elevato nella classe di età 65 anni e più rispetto alla classe di età 0-64. Tuttavia si registra un aumento percentuale nel tasso standardizzato rispetto al 2015-2019 anche tra i più giovani. L’Italia, pur mantenendo tassi di mortalità particolarmente contenuti rispetto alla media europea nella fascia di età 0-64, registra nell’ultima settimana di marzo 2020 una variazione positiva del tasso standardizzato del +42% rispetto al 2015-2019 tra 0-64 anni, mentre è del +80% tra gli anziani.
• In Italia la variazione percentuale del tasso standardizzato nel 2020 rispetto al quinquennio 2015-2019 è stata di +9,3%, mentre nel 2021 l’eccesso è sceso a +2,7%. Nella Ue27 l’incremento medio è stato di +5,4% nel 2020, salito a +6,6% nel 2021, per effetto principalmente dell’incremento nei paesi dell’Est europeo. In Polonia, la variazione del tasso standardizzato di mortalità passa da +12,7% nel 2020 a +21,1% nel 2021. In Spagna e in Francia la situazione è più simile a quella sperimentata nel nostro Paese: in Spagna la variazione del tasso standardizzato di mortalità è rispettivamente +10,3% nel 2020 e +0,6% nel 2021, mentre in Francia è +3,9% nel 2020 e +2,2% nel 2021.
• Alle soglie della crisi pandemica, il mercato del lavoro in Italia si presenta debole, con un recupero, rispetto al 2008, molto contenuto e una distanza più ampia con tutti i maggiori paesi europei (-10 punti nel 2019). La pandemia ha comportato un peggioramento dei livelli occupazionali del nostro Paese e un ulteriore aumento della distanza con la media Ue27.
• Il ritorno ai livelli del 2008 del tasso di occupazione 20-64 anni avviene nel 2018 per l’Italia, due anni più tardi dell’Ue27 e un anno dopo la Francia, mentre la Spagna, nel 2019, non aveva ancora recuperato il livello del 2008. I tempi di ripresa sono stati diversi per uomini e donne; il ritorno ai livelli del 2008 avviene prima per le donne e più tardi per gli uomini (rispettivamente nel 2014 e nel 2017 nella media europea). In Italia il recupero è avvenuto nel 2015 ma solo per il tasso di occupazione femminile, che è comunque il più basso tra i grandi paesi europei.
• Con la pandemia nel II trimestre del 2020 il tasso di occupazione 20-64 anni ha un brusco calo: in media europea -1,9 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, ma in Italia si arriva a -3 punti percentuali e, ancor di più, in Spagna (-4,5 punti percentuali). La Ue27 torna ai livelli occupazionali pre-pandemia (ultimo trimestre 2019) nel secondo trimestre 2021, mentre in Italia ciò avviene nel quarto trimestre. Lo svantaggio tra Italia e media Ue27, già massimo rispetto a tutti i paesi prima della pandemia, si amplifica ulteriormente passando da -9 punti percentuali nel quarto trimestre 2019 a -11 punti nella prima metà del 2021.
• Durante la pandemia si riduce il tasso di occupazione 20-64 anni di -2 punti percentuali nel secondo trimestre 2020 rispetto al primo trimestre 2020 per entrambi i generi, ma in Italia e in Spagna le perdite sono state più ampie per le donne (rispettivamente -3,1 e -4,7 punti percentuali contro -3,0 e -4,4 per gli uomini). In Francia e in Germania lo svantaggio degli uomini è stato, invece, maggiore (rispettivamente -2,3 e -0,5 contro -1,2 e 0 per le donne).
• In Italia il gap rispetto al 2008 del tasso di occupazione dei giovani di 25-34 anni è di -7,5 punti percentuali nel 2019 (-0,3 tra i coetanei europei). Con la pandemia i giovani in Italia sono tra i più colpiti: -3,5 punti percentuali nel secondo trimestre 2020 rispetto al secondo trimestre 2019, superati solo in Spagna (-8,3 punti percentuali), contro -2,3 punti percentuali nella media europea. Le giovani perdono più dei giovani maschi (rispettivamente -4,8 punti percentuali e -2,2 punti percentuali tra secondo trimestre 2019 e secondo trimestre 2020) contrariamente a quanto registrato nel resto dell’Ue27, questi ultimi perdono di più (-2,7 punti rispetto a -1,9 delle giovani), anche in Spagna (-8,8 punti rispetto a -7,8 delle giovani).
• Durante la pandemia aumentano i NEET, giovani di 15-29 anni non occupati né inseriti in un percorso di istruzione e formazione. Infatti nel secondo trimestre 2020, l’incidenza dei NEET cresce in media europea di +1,7 punti rispetto al trimestre precedente, incremento trainato da paesi come Spagna (+4,2) ma anche Francia (+2,8) e che, tuttavia, nel nostro Paese è più modesto e leggermente al di sotto della media europea (+1,6) ma su livelli strutturalmente molto più elevati.

I principali risultati dell’analisi per dominio
Salute
• Nel 2021, i decessi riportati alla sorveglianza integrata ritenuti correlati al COVID-19 sono stati 59mila e rappresentano l’8,3% dei decessi totali per il complesso delle cause, proporzione in calo rispetto all’anno precedente quando se ne contarono oltre 77mila, il 10,3%. Nel 2020, primo anno di pandemia, la mortalità è stata particolarmente elevata tra la popolazione di 80 anni e più, spesso in condizione di fragilità. Nel 2021 sì è molto ridotta la mortalità tra gli anziani rispetto al 2020, tuttavia il 72% dell’eccesso di mortalità è ancora dovuto alle morti delle persone di 80 anni e più. Nel 2021, la mortalità è risultata, invece, in leggero aumento tra gli uomini da 0 a 49 anni e tra le donne di 50-64 anni.
• Nel 2020 l’eccesso di mortalità ha caratterizzato soprattutto le regioni del Nord, mentre nel 2021 cambia la mappa del contagio, con un impatto che interessa tutto il territorio nazionale, ma che cresce nel Mezzogiorno. Il Nord resta sempre la ripartizione con una proporzione maggiore di decessi COVID-19 su decessi totali, con un valore medio della ripartizione per il 2021 del 9%. Rispetto all’anno precedente, tuttavia, si è assistito a un calo di questa percentuale: quasi tutte le regioni settentrionali presentavano infatti nel 2020 valori superiori al 10%, con punte di oltre il 20% in Valle d’Aosta. Di contro, nelle regioni centro-meridionali la quota è aumentata nel 2021 rispetto al 2020, dal 6,9% al 7,7% al Centro e dal 5,3% al 7,6% nel Mezzogiorno.
• L’eccesso di mortalità ha comportato nel 2020 una riduzione della speranza di vita alla nascita di oltre 1 anno di vita a livello nazionale (da 83,2 nel 2019 a 82,1 anni nel 2020), ma i dati stimati evidenziano un accenno di ripresa per il 2021 con un valore pari a 82,4 anni.
• Nonostante la flessione degli anni di vita attesi nel 2020, l’indicatore della speranza di vita in buona salute alla nascita ha subito un inaspettato miglioramento e si è attestato a 61 anni, con un guadagno di 2,4 anni rispetto al 2019. Nel 2021, il miglioramento nella speranza di vita in buona salute osservato tra le donne nel 2020 (+2,5 anni rispetto al 2019) si ridimensiona, con una flessione di circa 10 mesi, arrivando a 59,3 anni da vivere in buona salute.
Tra gli uomini, invece, il valore della speranza di vita in buona salute alla nascita nel 2021 (pari a 61,8 anni) si mantiene simile a quello del 2020, anno in cui era aumentato di +2,1 anni rispetto al 2019. L’incremento della buona salute nel 2020, comune a molti paesi europei, è effetto di un aumento della quota di persone che, nel contesto della pandemia, ha relativizzato la propria condizione di salute, valutandola con maggior favore di quanto non avrebbero fatto in passato.
• Nel 2021 si osserva un peggioramento nelle condizioni di benessere mentale tra i ragazzi di 14-19 anni. In questa fascia d’età il punteggio rilevato (misurato su una scala in centesimi) è sceso a 66,6 per le ragazze (-4,6 punti rispetto al 2020) e a 74,1 per i ragazzi (-2,4 punti rispetto al 2020). Aumenta, infatti, la percentuale di adolescenti in cattive condizioni di salute mentale (punteggio dell’indicatore di salute mentale inferiore al primo quintile della distribuzione, pari a 52 punti), che passa dal 13,8% nel 2019 al 20,9% nel 2021.
• Continua a ridursi la proporzione di anziani di 75 anni e oltre affetti da gravi limitazioni o condizioni di multicronicità, sebbene i livelli permangano comunque elevati e riguardino nel biennio 2020-2021 quasi la metà della popolazione in questa fascia di età (47,8%).
• Sia nel 2020 sia nel 2021 l’indicatore che monitora la sedentarietà segna un ulteriore miglioramento in linea con il trend registrato negli ultimi anni, tuttavia, la diminuzione non ha riguardato i giovanissimi di 14-19 per i quali si è assistito ad un aumento significativo della quota di sedentari che è passata dal 18,6% al 20,9%.
• Diminuisce nel 2021 l’eccesso di peso tra la popolazione adulta di 18 anni e più rispetto a quanto registrato nel 2020 (passando dal 45,9% al 44,4%) e si riattesta al livello del 2019 (44,9%), ma il decremento riguarda soltanto la quota di persone in condizione di sovrappeso, mentre la proporzione di persone in condizione di obesità risulta in lieve ma costante aumento, raggiungendo la quota dell’11,4% nel 2021 a fronte del 10,5% nel 2019 e del 10,9% nel 2020.
• Nel 2021, è pari al 19,5% la quota di fumatori di 14 anni e più, quota stabile rispetto al 2020 (19,1%) e in lieve aumento rispetto a quanto registrato nel 2019 (18,7%).
• L’abitudine al consumo a rischio di bevande alcoliche ha riguardato nel 2021 il 14,7% della popolazione di 14 anni e più. Dopo l’aumento tra il 2019 e il 2020 (dal 15,8% al 16,7%), nel 2021 si osserva una riduzione significativa pari a 2 punti percentuali. La flessione nella quota dei consumatori a rischio ha riguardato sia il consumo abituale eccedentario (tornato ai livelli del 2019) sia le ubriacature.

Istruzione
• La partecipazione alla formazione nella primissima infanzia ha subito una battuta d’arresto nonostante il lieve aumento nella disponibilità di strutture e posti. Stabile al 28% la percentuale di bambini di 0-2 anni che frequentano l’asilo nido (media triennale del periodo 2019/2021).
• Nel 2021, in Italia, il 62,7% delle persone di 25-64 anni ha almeno il diploma superiore, oltre 16 punti percentuali in meno rispetto alla media europea.
• I giovani di 30-34 anni che sono in possesso di un titolo di studio terziario sono il 26,8% in Italia contro più del 41% tra i coetanei dei paesi dell’Unione europea. Nel 2019, 2020 e nel 2021, in Italia si è interrotto il costante, seppur lento, aumento della quota di laureati.

• In Italia, nel 2019, hanno conseguito un titolo terziario circa 416mila persone, il 57,4% delle quali sono donne. Il primato femminile, tuttavia, si perde quando si entra nel dettaglio delle discipline scientifico-tecnologiche, le cosiddette discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica). In Italia la percentuale di titoli terziari STEM sulla popolazione di 20-29 anni, si attesta all’1,9% per i maschi e all’1,3% per le femmine, entrambi al di sotto della media europea (rispettivamente 2,8% e 1,4%).
• Nel 2021 in Italia, il ricorso alla formazione continua, nelle 4 settimane precedenti l’intervista, riguarda il 9,9% della popolazione di 25-64 anni, in ripresa rispetto alla flessione registrata nel 2020 (7,1%, era 8,1% nel 2019).
• Nell’anno scolastico 2020/21 i ragazzi e le ragazze della classe terza della scuola secondaria di primo grado che non hanno raggiunto un livello di competenza almeno sufficiente sono il 39,2% per le competenze alfabetiche (+4,8 punti percentuali rispetto al 2019) e il 45,2% per quelle numeriche (+5,1 punti percentuali rispetto all’anno scolastico 2018/19).
• Nel periodo tra marzo e giugno 2020, il 91,4% degli scolari e studenti tra 6 e 19 anni dichiara di aver svolto lezioni online, con quota non irrilevante di ragazzi che ne sono rimasti fuori (8,6%) Appare particolarmente critica la situazione per i bambini della scuola primaria, il 17,1% dei quali non ha mai fatto lezioni online con gli insegnanti nel periodo marzo-giugno 2020.
• Il 65,8% degli studenti che hanno seguito le lezioni online riferisce di aver avuto difficoltà: tre quarti dei ragazzi che hanno seguito online hanno avuto problemi legati alla qualità della connessione e il 45,8% ha avuto problemi di concentrazione e motivazione.
• Nell’anno scolastico 2020/2021, nelle quattro settimane precedenti l’intervista, il 30,4% degli studenti è tornato a svolgere lezioni interamente in presenza e l’8,6% prevalentemente in presenza; (il 30,1% ha seguito metà in presenza e metà a distanza, e una quota consistente ha svolto lezioni interamente o prevalentemente on line (30,5%). Le difficoltà incontrate dagli studenti nella didattica a distanza diminuiscono rispetto all’esperienza del lockdown, ma ancora riguardano il 62,6% dei ragazzi, e le difficoltà di connessione (il 71,1% di chi ha seguito lezioni online) e di concentrazione/motivazione (47,7%) continuano ad essere gli aspetti negativi maggiormente segnalati.
• Ancora alta, sebbene in calo, la quota di giovani tra 18 e 24 anni che sono usciti prematuramente dal sistema di istruzione e formazione dopo aver conseguito soltanto il titolo di scuola secondaria di primo grado. Nel 2021 sono il 12,7% (erano il 14,2% nel 2020).
• La quota di giovani di 15-29 anni che non studia né lavora (NEET) cala leggermente nel 2021 (23,1%), ma non torna al livello pre-pandemia (22,1% nel 2019).
• A partire dal 2020 le restrizioni nell’accesso ai luoghi della cultura, disposte ai fini del contenimento nella diffusione del COVID-19, hanno inciso notevolmente sulla partecipazione culturale fuori casa nei 12 mesi precedenti l’intervista, che aveva subito un’importante riduzione già tra il 2019 e il 2020, passando dal 35,1% al 29,8%, e tra il 2020 e il 2021 crolla all’8,3%.
• Nel 2021, mentre la lettura di almeno 4 libri l’anno è rimasta stabile rispetto al 2020 (22,9%), la lettura di quotidiani 3 o più volte a settimana è diminuita (dal 24,8% al 23,2%), portando l’indicatore complessivo sulla lettura ad una riduzione (36,6%, era 38,2% nel 2020).
• Nel 2021, il 7,4% delle persone di 3 anni e più si sono recate in biblioteca almeno una volta nei 12 mesi precedenti l’intervista, confermando il calo iniziato nel 2020 a seguito delle limitazioni determinate dalla pandemia (passando dal 15,3% del 2019 al 12,2% del 2020).

Lavoro e conciliazione dei tempi di vita
• Nel 2021 l’occupazione torna a crescere, recuperando però solo parzialmente le ingenti perdite subite a causa dell’emergenza sanitaria. Il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni sale al 62,7% (+0,8 punti percentuali), ma resta ancora al di sotto del livello pre pandemico. La dinamica mostra tuttavia un progressivo miglioramento nel corso dell’anno e nel quarto trimestre 2021 il tasso di occupazione torna superiore a quello del 2019 (+0,4 punti).
• La ripresa del 2021 è stata più marcata per le donne (+1,1 punti percentuali sul 2020 rispetto a + 0,6 punti per gli uomini), i giovani (+2,1 punti tra i 20-34enni rispetto a +1,0 tra i 35-49enni e +0,1 tra i 50-64enni) e gli stranieri (+1,5 rispetto a +0,8 degli italiani), che erano stati i soggetti più colpiti dalla crisi del 2020.
I divari territoriali, già diminuiti a causa dei peggiori effetti della pandemia sulle regioni del Centro-nord, continuano a ridursi e nel Mezzogiorno il tasso di occupazione torna ai livelli – ancorché bassi – del 2019 (48,5%). Tra i laureati la ripresa nel 2021 è stata più intensa rispetto agli altri livelli di istruzione e il tasso di occupazione raggiunge il 79,2% (+1,5 punti).
• Nel 2021 il tasso di mancata partecipazione al lavoro si attesta al 19,4%, in calo (-0,3 punti percentuali) dopo il forte aumento registrato nel 2020 che aveva interrotto il trend decrescente. L’indicatore diminuisce soprattutto per i giovani fino a 34 anni (-1,7 punti), i laureati (-1,1 punti), i residenti nel Mezzogiorno (-0,7 punti) e le donne (-0,6 punti).
• Nel 2021, l’11,3% degli occupati ha un part-time involontario, quota che arriva al 17,9% tra le donne (rispetto al 6,5% tra gli uomini). Si registra un lieve calo rispetto al 2020 (-0,5 punti) dovuto alla componente femminile (-1,6 punti), che vede aumentare la quota delle lavoratrici part time per scelta e, in misura molto minore, quella delle lavoratrici a tempo pieno.
• Nel 2021 prosegue il ricorso al lavoro da casa come strumento per proseguire le attività produttive contenendo i rischi per la salute pubblica. La quota di occupati che hanno lavorato da casa almeno un giorno a settimana, che era pari al 4,8% nel 2019, passa dal 13,8% nel 2020, al 14,8%. Questa modalità di lavoro coinvolge soprattutto le donne (17,3% rispetto al 13% degli uomini), gli occupati del Centro e del Nord (rispettivamente 17,7% e 15,9% in confronto al 10,5% nel Mezzogiorno) e quelli con un titolo di studio elevato che sperimentano il lavoro da casa in più di un caso su tre.
• Circa la metà degli occupati risulta molto soddisfatto del proprio lavoro, in aumento di un punto rispetto al 2020; la quota di molto soddisfatti è più contenuta per le opportunità di carriera e il guadagno, e più alta rispetto all’interesse per il lavoro svolto.
• Dopo il peggioramento del 2020, nel 2021 migliora la percezione di insicurezza legata al proprio lavoro: la quota di occupati che ritengono probabile perdere l’occupazione e difficile trovarne un’altra simile scende dal 6,4% al 5,7%.

Benessere economico
• Nel 2021, il reddito disponibile delle famiglie e il potere d’acquisto hanno segnato una ripresa, pur restando al di sotto dei livelli precedenti la crisi. La crescita sostenuta dei consumi finali ha generato una flessione della propensione al risparmio che, tuttavia, non è tornata ai valori pre-pandemia.
• Nel 2021, pur in uno scenario economico mutato, la povertà assoluta si mantiene stabile, riguardando più di 5 milioni 500mila individui (9,4%). Il Nord recupera parzialmente il forte incremento nella povertà assoluta osservato nel primo anno di pandemia, anche se non torna ai livelli osservati nel 2019 (6,8%, 9,3% e 8,2% rispettivamente nel 2019, 2020 e 2021). Nel Mezzogiorno, invece, le persone povere sono in crescita di quasi 196mila unità e si confermano incidenze di povertà più elevate e in aumento, arrivando al 12,1% per gli individui (era l’11,1% nel 2020). Infine, il Centro presenta il valore più basso, sebbene anche in questa area del Paese l’incidenza aumenti tra gli individui passando da 6,6% nel 2020 a 7,3% nel 2021.
• Il totale dei minori in povertà assoluta nel 2021 è pari a 1 milione e 384mila: l’incidenza si conferma elevata, al 14,2%, stabile rispetto al 2020, ma maggiore di quasi tre punti percentuali rispetto al 2019, quando era pari all’11,4%.
• Nonostante il quadro in ripresa, il perdurare dell’emergenza sanitaria ha determinato nel 2021 un ulteriore incremento della quota di famiglie che dichiarano di aver visto peggiorare la propria situazione economica rispetto all’anno precedente: dal 29,0% del 2020 si arriva al 30,6% nel 2021, quasi cinque punti percentuali in più rispetto al 2019 (25,8%). L’aumento si riscontra in tutte e tre le ripartizioni geografiche, tuttavia nel Centro e, soprattutto, nel Nord l’incremento più elevato si attesta nel primo anno di pandemia, mentre nel Mezzogiorno soprattutto nel secondo anno.
• Nel primo anno di pandemia gli indicatori non monetari che descrivono le condizioni di vita delle famiglie hanno registrato segnali di peggioramento, sebbene la grave deprivazione materiale riguardi una quota inferiore di individui rispetto al 2019.
• La percentuale di coloro che vivono in famiglie dove gli individui hanno lavorato per meno del 20% del proprio potenziale è stata dell’11%, in crescita rispetto al 10% del 2019. Inoltre, una quota pari al 9% di persone ha dichiarato di arrivare a fine mese con grande difficoltà (in aumento rispetto al 2019 quando era pari all’8,2%). Anche gli individui che vivono in famiglie con una situazione di grave deprivazione abitativa crescono dal 2019 al 2020, passando dal 5,0% al 6,1%. Risulta invece stabile il rischio di povertà (20,0% degli individui da 20,1% nel 2019).

Relazioni sociali
• Tra il 2019 e il 2021 diminuisce di 10,2 punti percentuali la quota di popolazione che si dichiara molto o abbastanza soddisfatta delle relazioni amicali (dall’82,3% al 72,1%), toccando il valore più basso registrato dal 1993. In particolare, la quota di persone molto soddisfatte diminuisce di 4,3 punti percentuali e quella di coloro che si dichiarano abbastanza soddisfatti diminuisce di 5,9 punti percentuali. Il calo di coloro che si dichiarano molto soddisfatti si concentra in particolare nelle fasce di età giovanili (-6,5 punti percentuali tra i ragazzi di 14-19 anni, dal 41,0% al 34,5%).
• Nel 2021 cala anche la percentuale di chi si dichiara molto o abbastanza soddisfatto delle relazioni familiari, che passa dall’89,7% all’87,1% (-2,6 punti percentuali rispetto al 2019). La quota di coloro che si dichiarano molto soddisfatti passa dal 33,4% del 2019 al 31,6% del 2021; anche in questo caso il calo è più accentuato tra i giovani (-3,9 punti percentuali, dal 41,8% al 37,9% nella fascia di età tra i 14-19 anni e dal 37,3% al 33,3% in quella tra i 20-24 anni).
• Nel 2021 la quota di popolazione che dichiara di avere parenti, amici o vicini su cui contare, pur continuando a rimanere molto alta, mostra una lieve diminuzione rispetto al 2019 (dall’81,5% all’80,4%). Se si analizzano le singole componenti dell’indicatore emerge come a diminuire sia la possibilità di poter contare sugli amici (dal 68,4% al 67,5%) in modo trasversale in tutte le fasce di età e in particolare tra i 14-19 anni dove la quota passa dal 78,4% al 74,8%.
• L’attività di volontariato che era rimasta stabile nel primo anno di pandemia, nel 2021 registra una contrazione di 2,5 punti percentuali (dal 9,8% del 2019 al 7,3% del 2021).
• La quota di persone che dichiarano di versare contributi economici ad associazioni, che nel 2020 aveva registrato una lieve crescita, nel 2021 torna a diminuire, attestandosi al 12,0%, il valore più basso dal 1993.
• Nel 2021, il 14,6% della popolazione di 14 anni e più dichiara di aver svolto attività di partecipazione sociale, partecipando alle attività di associazioni di tipo ricreativo, culturale, civico e sportivo. Già nel 2020 la partecipazione sociale aveva registrato una lieve diminuzione che si è accentuata nel secondo anno di pandemia (era il 22,7% nel 2019), toccando il valore più basso dal 1998. Si confermano le differenze territoriali con circa il 16% della popolazione di 14 anni e più che ha svolto attività di partecipazione sociale nel Centro-nord, quota che scende al 10,7% nel Mezzogiorno.
• La particolare situazione venutasi a creare con la pandemia da COVID-19 ha invece favorito la crescita della partecipazione civica e politica. Nel 2021, il 64,9% della popolazione di 14 anni e più dichiara di aver svolto attività indirette di partecipazione civica e politica (“parlare di politica”, “informarsi”, “partecipare on line”). Il dato è in aumento rispetto al 2020 quando si attestava al 61,7% e conferma il trend crescente iniziato nel primo anno di pandemia 2020 quando la necessità di seguire l’evolvere delle disposizioni messe in atto per contrastare la diffusione della pandemia da COVID-19 a livello nazionale e locale aveva favorito la partecipazione civica e politica della popolazione. Il divario territoriale è ampio e sfiora i 14 punti percentuali: circa il 70% nel Centro- Nord rispetto al 55,6% del Mezzogiorno.
• Nel 2021 la fiducia verso gli altri è tornata a crescere. La quota di persone di 14 anni e più che ritiene che gran parte della gente sia degna di fiducia, infatti, raggiunge il 25,5% (+2,3 punti percentuali rispetto al 2020). Si tratta del valore più alto dell’ultimo decennio che conferma il trend crescente iniziato nel 2018.

Politica e istituzioni
• Nonostante i leggeri progressi osservati prima della pandemia, e proseguiti nei due anni dell’emergenza da COVID-19, nel 2021 la fiducia nella politica e nelle istituzioni democratiche continua ad essere bassa. Il voto medio è insufficiente per i partiti (3,3 su una scala da 0 a 10), per il Parlamento (4,6) e per il sistema giudiziario (4,8), mentre Forze dell’ordine e Vigili del fuoco si confermano su un livello tradizionalmente più elevato (7,5).
• Negli ultimi due anni si è arrestato il trend verso un maggiore equilibrio di genere nella politica e nelle istituzioni del nostro Paese. È soprattutto nella politica locale e nelle posizioni istituzionali di vertice che la presenza femminile fatica ancora ad affermarsi: con il 22,3% di donne elette nei Consigli regionali, l’Italia nel 2021 si colloca oltre 12 punti percentuali al di sotto della media europea (34,6%); considerando il complesso delle posizioni apicali presso la Corte costituzionale, il Consiglio superiore della magistratura, le diverse Authority (Privacy, Comunicazioni, Concorrenza e mercato), il corpo diplomatico, le donne non raggiungono il 20,0% neanche nel 2022.

• Invece, la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle grandi società quotate in Borsa continua a crescere e nel 2021 si attesta al 41,2%, con uno stacco di quasi 10 punti percentuali in più della media dei 27 Paesi dell’Unione (30,6%). È il risultato delle ulteriori misure introdotte dalla legge di bilancio 2020 (n. 160/2019), che ha innalzato al 40,0% la quota femminile in questi organi e aumentato da tre a sei il limite massimo di mandati consecutivi.
• Riguardo all’amministrazione della giustizia civile, la crisi pandemica è intervenuta in un contesto già caratterizzato da una eccessiva lunghezza dei processi. Nel 2021, dopo 6 anni di lieve ma costante riduzione, la durata media effettiva dei procedimenti civili si attesta a 426 giorni contro i 421 del 2019. Nei due anni dell’emergenza sanitaria è proseguito il trend di diminuzione del numero complessivo dei procedimenti pendenti ma sono aumentati quelli di durata ultra-triennale, che costituiscono il cosiddetto “arretrato civile patologico”.
• Il calo dei reati e degli arresti durante il lockdown e i provvedimenti adottati nella prima fase dell’emergenza da COVID-19 per mitigare la pressione sul sistema carcerario, si traducono in un consistente calo dell’affollamento carcerario, che nel 2021 si attesta a 106,5 detenuti per 100 posti, 1 punto percentuale in più rispetto al 2020. Tra il 2019 e il 2020 la popolazione carceraria si è ridotta del -12% e l’indice di affollamento carcerario di -14,4 punti percentuali (era 119,9 % nel 2019).

Sicurezza
• Nel 2021, la quota di persone che si dichiarano molto o abbastanza sicure quando camminano al buio da sole nella zona in cui vivono si attesta al 62,2% (era il 57,7% nel 2019). Si tratta del valore più alto registrato dal 2010.
• Scende al 6,3%, livello minimo dal 2009, la quota di popolazione che dichiara di aver visto nella zona in cui abita persone che si drogano o spacciano droga, prostitute in cerca di clienti o atti di vandalismo contro il bene pubblico (8,3% nel 2019).
• Continua a diminuire la quota di famiglie che affermano che la zona in cui vivono è molto o abbastanza a rischio di criminalità, attestandosi al 20,6% (era il 25,6% nel 2019), si tratta del valore più basso dal 1993.
• Nel primo anno della pandemia, le misure restrittive imposte dall’emergenza sanitaria hanno portato ad una forte riduzione dei reati predatori (furti in abitazione, borseggi e rapine); nel 2021 con l’allentamento delle misure restrittive alla mobilità e ai contatti sociali questi reati sono tornati a registrare una lieve crescita, rimanendo però molto al di sotto dei valori registrati nel periodo pre-pandemia.
• Nel 2021 il tasso di vittime di furti in abitazione si attesta al 7,1 per 1.000 famiglie (rispetto al 6,8 del 2020 e al 10,4 del 2019), il tasso di vittime di borseggi ammonta a 3,3 vittime ogni 1.000 abitanti (rispetto al 2,8 del 2020 e al 5,1 del 2019) e quello delle vittime di rapine a 0,9 vittime ogni 1.000 abitanti (era pari allo 0,8 nel 2020 e all’1,0 nel 2019).
• Nel 2020, in Italia sono stati commessi 289 omicidi, pari a 0,49 per 100mila abitanti. Il tasso di omicidi ha registrato un’ulteriore diminuzione rispetto al 2019 quando si attestava a 0,53 per 100mila abitanti (per un totale di 318 omicidi), confermando il trend decrescente di lungo periodo. I dati provvisori relativi al 2021 evidenziano una lieve ripresa del tasso di omicidi (0,51).
• Tra il 2019 e il 2020 si conferma la tendenza alla diminuzione del tasso di omicidi degli uomini (era 0,72 nel 2019); i dati provvisori del 2021 mostrano invece una lieve crescita (0,63) anche se si mantengono al di sotto del valore del 2019. Al contrario, il tasso di omicidi delle donne mostra una complessiva stabilità nei tre anni (0,39 nel 2021).
• Nel 2020, il 92,2% degli omicidi femminili risulta compiuto da una persona conosciuta. Il dato è in aumento rispetto al 2018 quando si attestava all’81,2%. In particolare, circa 6 donne su 10 sono state uccise dal partner attuale o dal precedente, il 25,9% da un familiare (inclusi i figli e i genitori) e l’8,6% da un’altra persona che la donna conosceva (amici, colleghi, ecc.). La situazione è molto diversa per gli uomini: nel 2020 solo il 39,4% è stato ucciso da una persona conosciuta e solo il 2,9% da un partner o ex partner, mentre il 60,7% risulta ucciso da uno sconosciuto o autore non identificato dalle Forze dell’ordine.

Benessere soggettivo
• Nel 2021 con il 46% di molto soddisfatti della propria vita si recuperano i livelli di benessere registrati prima del crollo avvenuto nel 2012. La percentuale di persone che riferiscono di essere molto soddisfatte per la propria vita (punteggio tra 8 e 10) è cresciuta nei due anni di pandemia, si attestava al 43,2% nel 2019 e al 44,3% nel 2020. L’incremento dei soddisfatti registrato proprio negli anni di pandemia è coerente con quanto riscontrato anche in altri Paesi.
• I più giovani (14-19 anni) che avevano registrato un recupero più rapido della percentuale di molto soddisfatti per la vita rispetto ai valori del 2012, conoscono invece negli ultimi due anni un deterioramento significativo della soddisfazione per la vita, con la percentuale dei molto soddisfatti che passa dal 56,9% del 2019 al 52,3% del 2021. Inoltre, quasi 220mila ragazzi tra i 14 e i 19 anni si dichiarano insoddisfatti della propria vita (punteggio tra 0 e 5) e hanno una condizione di scarso benessere psicologico, con un punteggio dell’indice di salute mentale inferiore alla soglia che definisce la condizione di basso benessere psicologico, a indicare una accentuazione della situazione psicologica precaria.
• La crescita del benessere soggettivo avviene nonostante la diminuzione forte, mai conosciuta dall’inizio della serie storica (1993), della soddisfazione per il tempo libero. Nel 2021 si rileva una perdita di soddisfatti per il tempo libero pari a 12,6 punti percentuali, dopo un aumento di 1,2 punti nel 2020, per attestarsi sul valore minimo (56,6%) mai registrato. Il calo è più accentuato tra le donne (-13,2 punti percentuali). Inoltre la situazione appare particolarmente critica per i giovanissimi, benché la percentuale di soddisfatti si mantenga la più alta (64,5%). La quota di 14-19enni che si dichiara soddisfatto scende infatti di oltre 20 punti percentuali rispetto al 2020, con un accento particolare tra le ragazze per le quali diminuisce di 26,1 punti.
• La percentuale di persone che ritengono che la loro situazione personale migliorerà nei prossimi 5 anni sale al 31,9% nel 2021, raggiungendo il valore massimo finora osservato, ad indicare un sentimento di ottimismo verso il futuro, fondamentale per la crescita del Paese. Tale crescita fa seguito alla flessione di 1,4 punti percentuali che, nel 2020, aveva portato la quota sotto il 30% (28,7%), per effetto delle molte incertezze che hanno accompagnato il primo anno di pandemia. Diminuisce anche la percentuale di persone che ritengono che la propria situazione peggiorerà (dal 12,7% del 2020 al 10,2% del 2021).

Paesaggio e patrimonio culturale
• Nel 2019, la spesa pubblica per cultura e paesaggio resta tra le più basse d’Europa in rapporto al Pil (0,4% contro una media Ue27 dello 0,6%). Stabile la spesa dei Comuni per la cultura (19,9 euro pro capite), con divario molto ampio fra Nord e Mezzogiorno (rispettivamente 25,8 euro pro capite contro 9,3).
• Nel 2020 sono rimaste aperte al pubblico, almeno per parte dell’anno, quasi 4mila strutture museali (1,3 ogni 100 km2, -19,6% sull’anno precedente), con una forte riduzione dei visitatori (-72,3%).
• Continua a crescere, nonostante la pandemia, il fenomeno dell’agriturismo: le aziende che lo praticano sono oltre 25mila nel 2020 (8,3 ogni 100 km2, +2% sull’anno precedente), con almeno una presenza nel 63% dei comuni italiani.
• Nel 2021 continua a diminuire l’indice di abusivismo edilizio (15,1 costruzioni abusive ogni 100 autorizzate, contro le 17,9 del 2019 e le 19,9 del 2017). La situazione migliora anche nel Mezzogiorno, dove però il valore resta molto elevato (38,4 ogni 100).
• In risalita, prima della pandemia, la pressione delle attività estrattive, pari a 287 m3 per km2 nel 2019 (+7,6% sull’anno precedente – dato riferito ai minerali non energetici estratti da cave e miniere).
• Contenuto ma in aumento anche l’impatto degli incendi boschivi, che nel 2020 hanno investito circa 56mila ettari di terreno, pari all’1,8 per mille del territorio nazionale (3,9 per mille nel Mezzogiorno).
• Nel 2021, continua a diminuire la percentuale delle persone che si dichiarano insoddisfatte del paesaggio del luogo di vita (18,7%, quasi 3 punti in meno rispetto al 2019). L’indicatore registra una diminuzione della percezione di degrado del paesaggio, forse attenuata dall’insorgere di altre forme di disagio connesse all’esperienza del lockdown o dalla riscoperta di possibili alternative al luogo di dimora abituale, mentre resta stabile rispetto al 2019 (al 12,4%) la preoccupazione per il deterioramento del paesaggio, associata alla considerazione sociale per il valore del paesaggio e all’attenzione per la sua tutela.

Ambiente
• Per la qualità dell’aria nel 2020, si rileva una diminuzione della percentuale dei superamenti di PM2,5 che si attestano al 77,4%, valore più basso dell’indicatore dal 2010, mentre nell’anno prepandemico (2019) risultavano l’81,9%. Questo andamento di attenuazione del fenomeno dell’inquinamento da PM2,5 non si riscontra nelle ripartizioni nord occidentale e orientale dove storicamente si osservano i valori più elevati dell’indicatore, che nel 2020 sono stabili rispetto all’anno precedente.
• Diminuiscono nettamente nel 2020 le emissioni di CO2 e di altri gas climalteranti (o gas effetto serra) generate dalle attività economiche e dalle famiglie, raggiungendo il valore di 6,6 tonnellate di CO2 equivalente per abitante, per effetto delle restrizioni imposte nel periodo del lockdown. Si conferma la flessione iniziata nel 2008, anno in cui le tonnellate pro capite emesse erano 9,8.
• Sono sempre più evidenti gli effetti dei cambiamenti climatici in termini di temperature e precipitazioni. Nel 2021 le temperature minime e massime risultano maggiori rispetto alla media climatica (periodo di riferimento 1981-2010). L’intensità dei giorni di caldo negli anni 2011-2021 risulta sempre maggiore rispetto alla mediana del periodo di riferimento in tutte le ripartizioni. Nel 2021 i giorni di caldo risultano assenti nel Nord, stazionari al Centro (+18 giorni) e mostrano scarti positivi maggiori nel Sud (25 giorni) e nelle Isole per 13 giorni.
• Riguardo alle precipitazioni lo scarto rispetto alla mediana del periodo di riferimento a livello nazionale è pari a +2%, ma la situazione è più eterogenea e varia molto con la latitudine, passando da scarti negativi nel Nord (con punte superiori a -11% in Piemonte ed Emilia-Romagna) e in parte del Centro, fino ad anomalie positive diffuse nel Sud e molto elevate nelle Isole (+27,6%).
Nel 2021 si osserva una riduzione dei giorni consecutivi non piovosi a scala nazionale, dovuta in particolare alle ripartizioni del Nord e delle Isole, mentre al Sud si osserva un aumento (+6 giorni). Nel 2020 si rileva una riduzione dei volumi di acqua movimentati nelle reti comunali dei capoluoghi rispetto al 2018. I volumi immessi in rete si contraggono di oltre il 4%, a fronte del -1,6% dei volumi erogati. Ne consegue una riduzione delle perdite totali di rete di circa 1 punto percentuale, proseguendo la tendenza degli anni precedenti. Anche la pandemia può aver generato delle modifiche nei volumi movimentati in distribuzione, infatti, in alcuni comuni a forte vocazione turistica, come Rimini e Venezia, si registra un’importante riduzione dei volumi erogati, -11,8% e -13,9% rispetto al 2018.
• Nel 2020 la produzione di rifiuti urbani in Italia è scesa a 28,9 milioni di tonnellate (-3,6% dell’ammontare complessivo rispetto al 2019), pari a 487 chilogrammi per abitante (-16 chilogrammi pro capite) tornando quasi al valore pro capite più basso dal 2010, registrato nel 2015 (486,2).
• Nel 2020, sono stati conferiti in discarica il 20,1% del totale dei rifiuti urbani; era il 20,9% nel 2019 e il 46,3% nel 2010. La quota del Nord-ovest e del Nord-est risulta molto al di sotto della media, Centro e Sud hanno andamento e valori più prossimi alla media, mentre nelle Isole si osservano quote molto maggiori, si tratta di valori al lordo dei flussi in entrata e in uscita dalle regioni e delle ripartizioni e che non permettono quindi una valutazione sulla performance dei territori.
• Nel 2020 sono stati consumati 45.920 milioni di tonnellate di materia, circa l’8% in meno rispetto all’anno precedente e in controtendenza rispetto alla graduale crescita registrata nel periodo 2017-2019.
• Gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’aumento dell’effetto serra rappresentano uno dei problemi ambientali che preoccupano maggiormente le persone. Tuttavia, se fino al 2019 la percentuale di persone di 14 anni e più che ritengono che questo sia uno dei problemi ambientali principali era in costante crescita, nel biennio 2020-2021 si registra un’inversione di tendenza che riguarda tutto il territorio (dal 71% del 2019 al 66,5% del 2021). Tale decremento e stato più significativo nel Nord-est, dal 73,6% al 68,2%, e nelle Isole, dove si riduce dal 72,8% al 64,1%. Nel 2021 il livello di interesse per queste tematiche torna a quello registrato nel 2018 (66,6%), evidenziando un aumento di attenzione in concomitanza con i movimenti di protesta a livello globale del 2019-2020. Inoltre, è ragionevole ipotizzare che le preoccupazioni per la pandemia e di conseguenza per la crisi economica siano state preponderanti.

Innovazione, ricerca e creatività
• La fiducia dei cittadini italiani di 14 anni e più nei confronti degli scienziati, monitorata per la prima volta nell’edizione 2021 dell’indagine multiscopo sulle famiglie dell’Istat, è abbastanza elevata, con oltre la metà degli intervistati (52,9%) che assegna un punteggio pari o superiore a 8, e un voto medio pari a 7,3, su una scala da 0 a 10.

• L’impatto della crisi da COVID-19 sugli investimenti in capitale intangibile è stato forte. Nel 2020 sono stati investiti 1,47 milioni di euro in meno del 2019 in prodotti della proprietà intellettuale (PPI). Due terzi dei minori investimenti sono da imputare alla contrazione della spesa per ricerca e sviluppo (R&S), che, secondo i dati preliminari 2020, registra un calo complessivo del -3,4% rispetto al 2019, dovuto interamente alla forte contrazione degli investimenti delle imprese (-6,9%). La dinamica negativa degli investimenti privati in R&S, tuttavia, è stata controbilanciata dagli aumenti nei settori del non profit (+10,8%), delle istituzioni pubbliche (+2,3%) e delle Università (+2,0%).
• Nel 2020 resta ampia e inalterata la distanza tra il nostro Paese e la media europea, sia in termini di incidenza degli investimenti in PPI sul Pil (pari rispettivamente al 3,2% in Italia e al 5,0% in media Ue 27) sia in termini di incidenza della spesa per R&S delle imprese sul Pil (0,94% in Italia; 1,53% in media per i 27 Paesi Ue).
• Le migrazioni di giovani laureati italiani sono proseguite anche nel 2020, nonostante l’incertezza e le limitazioni agli spostamenti. Il saldo con l’estero è di -5,4 per mille, più elevato che nel 2019 (-4,9 per mille). Le migrazioni interne continuano ad accentuare la penalizzazione del Mezzogiorno, che, soltanto nel corso del 2020, ha perso 21.782 giovani laureati italiani (al netto dei rientri). Di questi, oltre tre su quattro hanno trasferito la propria residenza nel Centro-nord (16.882; 77,5%).
• Nel 2020 l’effetto protettivo dell’occupazione più qualificata si riflette nella lieve crescita del peso dei lavoratori della conoscenza sull’occupazione totale. L’indicatore raggiunge il 18,2% (+0,5 punti percentuali rispetto al 2019), livello sostanzialmente confermato nel 2021. Gli incrementi maggiori dell’indicatore sono concentrati al Mezzogiorno che nel 2021 raggiunge un livello complessivo (17,9%) pressoché in linea con la media nazionale e con il valore del Nord.
• L’occupazione culturale e creativa è stata colpita dalla crisi da COVID-19 già nel 2020, e non mostra segni di ripresa nel 2021. Il peso del settore culturale e creativo sull’occupazione totale scende dal 3,6% del 2019 al 3,4% del 2020, livello confermato nel 2021. In termini di numero di occupati nel settore, il saldo alla fine del secondo anno di crisi pandemica è di -55mila occupati, con una perdita relativa del -6,7% tra il 2019 e il 2021, più che doppia rispetto alla contrazione del complesso degli occupati (-2,4%).
• Nel 2021 cresce ulteriormente il numero di imprese che, nel corso dell’anno precedente hanno realizzato vendite ai clienti finali tramite propri canali web, piattaforme digitali o intermediari di e-commerce: sono il 14% delle imprese con 10 addetti e più. L’Italia ha quasi azzerato la sua distanza dalla media dei 27 Paesi Ue (15% nello stesso anno). La crescita è stata particolarmente intensa tra le grandi imprese (24%; +4 punti percentuali rispetto all’anno precedente), mentre per le piccole imprese la diffusione delle vendite via web resta piuttosto limitata (13,8% nel 2021; 11,3% l’anno precedente).
• Tra il 2017 e il 2020 è notevolmente aumentata la disponibilità per i Comuni di tecnologie ICT, e in particolare delle cosiddette “tecnologie abilitanti”, necessarie anche per lo sviluppo dell’offerta di servizi on line: nel 2020 il 99,8% dei Comuni dispone di tecnologia web (+12,4 punti percentuali rispetto al 2017), i servizi di cloud computing sono in uso nel 42,9% dei Comuni (+14,4 punti percentuali), le applicazioni mobile sono disponibili per il 31,0% delle Amministrazioni comunali (+12 punti).
• Nel 2021 la quota di persone di 11 anni e più che hanno utilizzato internet almeno una volta a settimana nei tre mesi precedenti l’intervista sale al 72,9%, con una crescita di oltre 6 punti percentuali rispetto al 2019. L’indicatore raggiunge livelli elevatissimi tra i ragazzi in età scolare: il 94,0% nella classe di età 11-14 anni, il 97,0% in quella 15-19 anni; nel 2019 era pari rispettivamente all’85,8% e al 90,5%. Tra le persone di 55-59 anni gli internauti sono l’80,0%; scendono a poco meno del 50% tra quelle di 65-74 anni. È proprio in queste classi di età che l’uso regolare di internet è cresciuto di più, intorno ai 10 punti percentuali nei due ultimi anni. Le persone di 75 anni e più restano ancora sostanzialmente escluse dall’uso regolare di internet (14,7% nel 2021).
• Nonostante l’accelerazione nell’uso regolare di internet, nel 2021 tre famiglie italiane su dieci non hanno ancora la disponibilità di un pc e di una connessione a internet da casa. Circa l’8% delle famiglie dove è presente almeno un minore non ha disponibilità di pc e connessione da casa nel 2021.

Qualità dei servizi
• Continua a crescere la percentuale di persone che ha dovuto rinunciare a visite specialistiche o esami diagnostici di cui avevano bisogno per problemi economici o legati alle difficoltà di accesso al servizio, passando dal 6,3% del 2019 al 9,6% nel 2020 e all’11% nel 2021. Il 53,3% di chi rinuncia riferisce motivazioni legate alla pandemia da COVID-19.

• Dal punto di vista della dotazione di personale sanitario, si è registrato un leggero incremento di medici e personale paramedico, indispensabili per far fronte all’emergenza sanitaria: nel 2021 ci sono 4,1 medici ogni 1.000 residenti (erano 4,0 nel 2020); infermieri e ostetriche passano al 6,6 per 1.000 residenti nel 2020 (erano il 6,5 nel 2019). Queste figure riscontrano un’ampia fiducia da parte della popolazione: circa il 50% dei residenti di 14 anni e più ha dato loro un punteggio di fiducia uguale o superiore a 8 (su una scala da 0 a 10).
• Nel 2020 il 7,3% delle persone si è spostato in un’altra regione per effettuare un ricovero. Le restrizioni imposte dalla pandemia, che hanno impedito gli spostamenti fuori dalla propria regione, e il sovraccarico dei servizi ospedalieri dovuto ai pazienti Covid, hanno comportato un calo di 1 milione e 700mila ricoveri di pazienti residenti fuori regione rispetto al 2019, anno in cui il tasso di emigrazione ospedaliera era pari all’8,3%.
• Nel 2021 il 9,4% delle persone di 14 anni e più ha utilizzato assiduamente i mezzi pubblici. Il ricorso ai servizi di mobilità ha subito un forte calo, per effetto del quale gli utenti assidui sono diminuiti di ben 6 punti percentuali rispetto agli anni pre-Covid. Nonostante il ridimensionamento nell’utilizzo dei servizi di mobilità, rimane stabile la quota di quanti si dichiarano soddisfatti del servizio (20,5% nel 2021).
• Nel 2020 cresce la raccolta differenziata dei rifiuti: il 56,7% delle persone vive in un comune che ha raggiunto l’obiettivo del 65% di raccolta differenziata. Sono 10 le regioni che hanno superato l’obiettivo: la Sardegna, le province autonome di Bolzano e Trento, il Veneto, le Marche, la Valle d’Aosta, la Lombardia, l’Umbria, l’Abruzzo, il Friuli-Venezia Giulia e l’Emilia-Romagna.
• Permangono differenze territoriali nell’erogazione di acqua ed energia elettrica. La quota di famiglie che dichiara irregolarità del servizio idrico, nel 2021, è pari al 9,4%, ma la situazione è molto diversificata: le famiglie che lamentano tale disservizio al Nord sono il 3,3%, mentre nel Mezzogiorno sono il 18,7%. Per l’erogazione di energia elettrica si sono registrate, in media, 2,1 interruzioni, senza preavviso, superiori ai tre minuti, per cittadino. Anche in questo caso le differenze territoriali sono notevoli: si passa da 1,4 interruzioni nel Nord a 2 nel Centro a 3,1 nel Mezzogiorno.

 

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