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GIORGIO TONINI * RIFORMA COMUNITÀ VALLE: “ È STATO POSSIBILE OTTENERE IL RISULTATO POLITICO ANZITUTTO PER MERITO DEI SINDACI TRENTINI “

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09.20 - domenica 03 luglio 2022

La riforma delle comunità di valle, approvata in consiglio provinciale quasi all’unanimità (un solo voto di astensione), ha un contenuto modesto, ma un importante significato politico.

Se si guarda al contenuto, è perfino difficile definire “riforma” la nuova legge. Si tratta più che altro di una rifinitura o, se si preferisce, di un completamento della riforma Daldoss (dal nome dell’assessore agli enti locali della giunta Rossi), approvata dal centrosinistra autonomista nella scorsa legislatura.

Fu allora che si decise che le comunità di valle non dovevano costituire un ente locale autonomo, sia dalla Provincia che dai Comuni, ma dovevano rappresentare uno strumento al servizio dei governi locali. Fu una decisione travagliata, a valle di un dibattito non semplice nell’allora maggioranza di governo provinciale: una decisione nella quale giocarono un ruolo non marginale l’orientamento prevalente tra i sindaci trentini, la spinta nazionale a ridurre i livelli istituzionali (si pensi alla riforma Delrio delle province ordinarie), la stessa giurisprudenza costituzionale.

A sua volta, la nuova maggioranza a guida leghista, scaturita dalle elezioni provinciali del 2018, ha dovuto compiere un percorso non meno, semmai ancor più travagliato, per approdare alla legge appena approvata. Punto di partenza politico della nuova coalizione di governo provinciale era infatti, come si legge nel programma dell’allora candidato presidente Maurizio Fugatti, l’abolizione delle comunità, la restituzione ai comuni delle competenze urbanistiche e la creazione di società “in house” intercomunali per la gestione dei servizi. Ci sono voluti quasi quattro anni e una lunga fase di commissariamento delle comunità, per consentire alla maggioranza di centrodestra di approdare ad una visione più realistica e più matura.

Meglio tardi che mai, giovedì 30 giugno scorso, il consiglio provinciale ha approvato una legge che, forse per la prima volta nella nostra storia, ha messo d’accordo tutti su come si deve strutturare la seconda gamba della nostra autonomia speciale, la gamba civica dei liberi comuni. Ed è riuscita a farlo, perché non solo non le ha abolite, le comunità di valle, ma le ha rafforzate, mantenendo intatte le loro competenze, quelle urbanistiche comprese, e confermando, perfezionandolo sul piano della governance, il percorso intrapreso con la legge Daldoss, che ripensava la comunità di valle con l’obiettivo di farne la casa dei comuni e non una loro controparte; lo strumento privilegiato della collaborazione tra loro, sia sul piano del governo del territorio, che su quello della gestione dei servizi; la leva per riequilibrare il rapporto tra comuni e Provincia, da sempre sbilanciato a favore di quest’ultima.

Se è stato possibile raggiungere questo importante risultato politico, è anzitutto merito dei sindaci: attraverso il consiglio delle autonomie locali (CAL), anziché dividersi per filiere partitiche, o per categorie demografiche (grandi contro piccoli, montanari contro cittadini, come è andato di moda negli ultimi anni) hanno saputo fare sintesi tra loro, presentando alla giunta e al consiglio provinciale una posizione unitaria, che ha rappresentato la base del confronto tra maggioranza e minoranze in consiglio provinciale. La saggia decisione, da parte dell’assessore Gottardi, di non basare la riforma su un ennesimo strappo, nel nome di un’artificiosa discontinuità, ma di procedere per consenso e in una chiave di continuità istituzionale, insieme alla capacità delle minoranze di privilegiare il confronto di merito, rispetto alla contrapposizione di schieramento, hanno fatto il resto.

Dal confronto istituzionale tra Provincia e comuni e da quello politico in consiglio provinciale, è così scaturita una legge che riordina la governance delle comunità, basandola sul consiglio dei sindaci, che elegge un presidente scegliendolo tra i sindaci stessi, tra i consiglieri comunali, o anche tra gli elettori, sia pure in questo caso col filtro di un quorum rafforzato. Resta la figura di garanzia del segretario della comunità, che potrà svolgere anche ruoli di supporto ai comuni meno strutturati, mentre le competenze in materia urbanistica e di programmazione economica (insieme ad una funzione consultiva sugli altri atti fondamentali della comunità) sono assegnate ad un assemblea composta dai sindaci e da una rappresentanza dei consigli comunali, scelta rispettando criteri di equilibrio tra maggioranze e minoranze e di rappresentanza di genere.

Insieme alla riforma della governance, il consiglio ha approvato, all’unanimità, un ordine del giorno programmatico, proposto dalle minoranze ed emendato e accolto dall’assessore, anch’esso tributario delle proposte avanzate dai sindaci e rilanciate nel corso della seduta congiunta del consiglio provinciale col consiglio delle autonomie locali. È su questo terreno, il terreno delle politiche concrete, che ora si gioca il successo delle comunità, il loro riuscire a rappresentare davvero un volano di rilancio della qualità e dell’efficienza dei governi locali.

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Giorgio Tonini
Consiglio Provincia Trento (Pd)

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