Interrogazione a risposta scritta n. 1289 – Centro Don Ziglio: un focolaio Covid 19 causato dalla negligenza dei vertici?

La stampa recente ci riporta la notizia della malattia di “buona parte degli operatori” del Centro Don Ziglio, sede operativa dell’APSP Levico Curae, con sintomi “da ricondurre al Covid 19” mentre “vengono segnalati anche ospiti con analoghi sintomi”.

Il Don Ziglio è una struttura residenziale per disabili con quasi 100 ospiti e circa 200 opera- tori che, tra oss, educatori, infermieri, manutentori, fisioterapisti ecc. vi lavorano.

È purtroppo noto che, non solo a Levico, i centri residenziali si sono rivelati focolai impressionanti per la diffusione del Covid.

Pensiamo si debba verificare con rigorosità se non si presentino gli estremi per definire eventuali leggerezze e/o omissioni da parte dell’Amministrazione relative ad indizi o prove consistenti della circolazione del virus all’interno dell’Istituzione. Già a partire almeno da fine febbraio – inizi marzo, tra ospiti e personale si evidenziavano sintomatologie che avrebbero dovuto far pensare al Covid19.

30 gennaio: all’ospedale di Borgo Valsugana muore un ospite del centro Don Ziglio. La diagnosi sembra parlare di “polmonite”. Un altro ospite dello stesso appartamento inizia a manifestare febbre e sintomi che potrebbero essere riconducibili al Covid. Alla segnalazio- ni del personale segue il prelievo del sangue ma non il tampone.

17 febbraio: in altro appartamento un ospite manifesta sintomi tipici (tosse, febbre, vomito e congiuntivite per molti giorni). Viene curato con antibiotici ma non si effettua alcun tam- pone nonostante le sollecitazioni del personale assistenziale.

A partire da metà febbraio, si susseguono sintomi di influenza atipica successivi e diffusi tra gli ospiti ma ancora vengono negati sia i tamponi che i presidi sanitari per il personale. Da fine febbraio il personale segnala puntualmente sul Diario di Consegna che decine di ospiti manifestano sintomi che perduravano nel tempo: febbre, tosse, diarrea etc.

E’ con i primi di marzo che iniziano anche i casi di malattia del personale, specie tra gli Oss.

Peraltro in questa fase le richieste sempre più insistenti di materiale di protezione e dispositivi rimangono costantemente inevase. Nel frattempo, il 4 marzo, la dottoressa dell’Ente emette una diagnosi che si riferisce ad un <importante interessamento polmonare> dell’ospite che risiedeva nello stesso appartamento del deceduto e che manifestava sintomi di malattia da giorni.

Di fronte all’inerzia, all’indifferenza e al silenzio dell’Amministrazione e dei responsabili il personale prova ad auto imporsi qualche misura di contenimento come la distanza di sicurezza tra operatori (impossibile osservarla con i pazienti) e l’apertura frequente delle finstre. Quando qualche Oss/educatore azzarda l’impiego della mascherina portata da casa viene ripreso dalla responsabile sanitaria che ordina di togliere le mascherine per il rischio (sic!) di generare “allarmismo”.

Alla data del 15 marzo un appartamento registra 12 ospiti ammalati su 12 e vari anche negli altri appartamenti. La richiesta di disporre di mascherina da parte di una Oss riceve risposta lapidaria: “Non ce ne sono”.

Il 16 marzo la stampa inizia ad accendere i riflettori sulla struttura rilevando la presenza di 30 ospiti ammalati e, anche a seguito della pressione del sindacato, a quel punto vengono rese disponibili le sole mascherine chirurgiche.

Il 17 marzo la presidente M. D. pubblica su un social e sul sito istituzionale dell’APSP un messaggio tranquillizzante. Il video, visto l’evolversi della situazione, verrà rapidamente ri- mosso ma il messaggio arriva comunque: qualcuno stava “creando allarme in tutta la comunità. Levico Curae ha applicato sin dal primo momento ed attualmente applica in modo rigoroso tutte le disposizioni di contrasto della diffusione del virus” dimenticando di ricordare che nessun tampone era stato ancora eseguito su richiesta dell’Ente.

Nella stessa giornata circa 18 ospiti manifestano febbre e tosse senza che vengano presi provvedimenti di rilievo.

Il 22 marzo si conta una trentina di Oss in malattia.

Il 22 marzo una oss recatasi spontaneamente al Pronto Soccorso in stato di grave affanno respiratorio ha la risposta, positiva, del primo tampone effettuato ad un operatore del Centro, non richiesto dal datore di lavoro. Il giorno successivo, 23 marzo, altra oss ha lo stesso responso sempre al Pronto Soccorso del S. Lorenzo di Borgo Valsugana. Le due dipen- denti avvisano i superiori della loro positività conclamata. Lo stesso accade il giorno 24 marzo con altra dipendente.

Il 24 la stampa torna ad occuparsi del caso Don Ziglio su sollecitazione del sindacato e fi- nalmente l’Azienda sanitaria si attiva per i tamponi che però coinvolgono solo 8 ospiti, risultati positivi, e una quindicina di operatori, quelli in servizio in quel momento, di cui una decina vengono dichiarati positivi asintomatici.

Nonostante le continue segnalazioni per settimane i responsabili della struttura non hanno adottato alcuna misura volta a separare gli ospiti sintomatici da quelli asintomatici facilitan do nei fatti la diffusione del virus.

Solo il 26 marzo si decide l’istituzione di gruppi Covid isolando 30 ospiti ammalati che comprendono 8 tamponati positivi ed altri 22 che manifestano sintomi compatibili col Co- vid. A questo punto oltre una cinquantina di lavoratori, tra il personale sanitario e assistenziale, risulta assente per malattia.

Nella stessa giornata arrivano i presidi (mascherine, camici speciali, visiere etc.) solo per i gruppi (appartamenti) Covid che vengono quel giorno creati e dove vengono inseriti gli 8 ospiti positivi al tampone e 22 ospiti che presentavano sintomi compatibili. Mentre nei gruppi no Covid in cui altri ospiti presentano sintomi tipo febbre e tosse, si continua con la sola mascherina.

Le conseguenze per chi continua a lavorare sono turni di 12 ore senza rientro a casa per non rischiare di infettare i familiari.

Il 29 marzo muore un residente ricoverato nei gruppi Covid. Il 30 marzo un altro ospite ricoverato negli stessi appartamenti, viene trasferito in ospedale.

Ad oggi su 65 oss i negativi sono circa 10. Su 40 educatori sembra che circa venti siano risultati positivi, asintomatici ma in servizio. Cosa che ha procurato l’ospedalizzazione di alcuni operatori e di qualche familiare. Stando così le cose, il centro Don Ziglio si è trasformato nei fatti in uno tra i principali focolai di contagio per il Covid 19 in Valsugana

Tutto ciò premesso si interroga il Presidente della Provincia per conoscere

  1. Se non era possibile approfondire con precisione le cause del decesso del 30 gennaio o almeno quelle relative al caso di “interessamento polmonare” diagnosticato il 4 marzo ad un ospite;
  2. Quale è l’attuale situazione sanitaria presso il centro Levico Curae area disabilità Don Ziglio di Levico Terme con particolare riferimento ai contagi da Covid, nonché l’indicazione degli strumenti di verifica adottati;
  3. Se non si ritenga necessaria una puntuale indagine su eventuali responsabilità, omissioni o decisioni considerabili errate, o superficiali, da parte dell’amministrazio- ne e della direzione sanitaria del centro Don Ziglio di fronte ai copiosi indizi e alle prime prove di una circolazione insistente del Covid19 tra i residenti e il personale dell’Istituto. Solo l’allerta del personale oss, della struttura sindacale, con ricaduta sulla stampa, ha costretto infine chi di dovere ad intervenire. Nel momento in cui, però, una cinquantina di operatori e oltre una trentina di ospiti presentavano segni di malattia.

 

A norma di regolamento si richiede risposta scritta.

Cons. prov. Filippo Degasperi

 

 

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