Il 18 luglio u.s. il Comitato nazionale per la bioetica (CNB) ha approvato, a risicatissima maggioranza (13 voti favorevoli contro 11 contrari), un documento dal titolo ‘Riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito’ con il quale sembra essere stato il là alla legittimazione dell’aiuto al suicidio dopo l’ordinanza n. 207/2018 della Corte costituzionale con la quale -occorre ricordarlo- è stato dato un anno di tempo al Parlamento italiano per la sua disciplina giuridica.

Qualche giorno dopo la stampa ha però riportato la notizia che le Commissioni riunite Giustizia e Affari sociali della Camera non hanno trovato un minimo accordo politico riguardo alle diverse proposte di legge presentate sul fine vita con la conseguenza che, se non interverranno sorprese all’ultima ora (improbabili visto il desolante scenario dei litigi quotidiani su tutto), i Supremi giudici decideranno la questione nell’udienza già fissata per il 24 settembre 2019. Del tutto probabilmente sarà così la Consulta ad esprimersi sulla questione della presunta illegittimità costituzionale dell’art. 580 della legge penale che punisce l’aiuto al suicidio derubricando così l’azione di Marco Cappato che ha trasportato il dj Fabio Antonacci in Svizzera aiutandolo così a porre fine alla sua vita con il supporto dei medici di quel Paese.

L’osservatore comune, molto probabilmente, non coglie la complessità della vicenda su cui si è già innestato uno scontro davvero violento tra i poteri rappresentativi dello Stato che, di fatto, ha sconvolto il principio costituzionale della separazione dei poteri: come a dire che, a fronte dell’inerzia e della pigrizia del legislatore italiano, saranno i Giudici a definire le regole della convivenza sociale e della solidarietà civile senza che i cittadini possano esprimere il loro punto di vista attraverso i loro rappresentanti politici legittimamente eletti.

I cittadini sono stati così esclusi dal dibattito pubblico che il CNB pur si è prefisso di rinforzare anche per lo scarsissimo interesse che i nostri organi mediatici dedicano a queste rilevantissime questioni che interrogano le nostre umane coscienze. Perché le persone comuni (e purtroppo anche i medici) fanno ancora fatica a capire cosa sia la disposizione anticipata di trattamento, la pianificazione condivisa della cura, il diritto di rifiutare la stessa, la sedazione continua profonda, l’eutanasia e l’aiuto al suicidio. Essendo spesso i termini strumentalizzati in prospettiva ideologica impedendo alle nostre coscienze di raggiungere quella maturità cui bisogna aspirare anche se, per far ciò, dobbiamo definitivamente liberarci dal narcisismo egoico e dall’anestesia morale della postmodernità in cui siamo colpevolmente sprofondati.

Al di là delle nostre convinzioni personali (politiche, religiose, ideologiche) occorre così capire e riflettere, mettendo al centro di ogni discussione quell’idea di solidarietà frantumata dal consumismo e dalla liquidità del nostro tempo per recuperare il senso ed il limite dell’umano. Pur nella consapevolezza che la tecnicalità ha raggiunto traguardi fino a pochi decenni fa impensabili mettendo oramai a rischio la finitezza dell’umano che è in grado, oggi, di progettare in provetta i propri figli determinandone le caratteristiche non solo somatiche, di posticipare la morte ed addirittura di poterla medicalmente anticipare con la prescrizione e/o con la somministrazione di principi attivi letiferi nell’ipotesi in cui la persona lo pretenda.

Contrariamente a quanto ritiene il CNB, non condivido l’idea che la medicina sia un’attività di stretta natura tecnica visto e considerato che essa è un’attività umana basata su un’etica e su una deontologia che difende la tutela della vita umana ed il prendersi cura del paziente e dei suoi bisogni. È vero: la medicina, nonostante lo sviluppo della tecnica, ha millenari valori interiori che ne costituiscono l’anima pulsante. Che, certo, salvaguardano l’autonomia e la dignità della persona pur senza abdicare alle regole contenute nel giuramento ippocratico e nel Codice di deontologia medica. Perché esiste un’autonomia ed una dignità anche professionale che non si può legittimare con il solo ricorso all’obiezione di coscienza come sembra proporre il CNB che resta una scappatoia (una via di fuga) per salvaguardare le nostre responsabilità personali.

Creando però disuguaglianze come dimostrano le tante donne costrette ad interrompere la gravidanza in realtà territoriali lontane dalle loro per far fronte ai troppi obiettori presenti negli ospedali italiani, speriamo non umorali. Continuo, infatti, a pensare che la cura non è scontro ma incontro; e che essa è anzitutto relazione con la conseguenza che la sua forza e tenuta si giocano sul paritario rispetto delle autonomie e delle responsabilità che pur devono incontrarsi in quella alleanza di cura proclamata a parole e spesso tradita nei fatti. Il prendersi cura non può essere così confuso con la cura implicando una dimensione della relazione che non può essere ridotta all’oggettività ed alla neutralità dei valori in gioco. A patto di non tradire la religiosità sostanzialmente laica della medicina che il CNB non può pretendere di amministrare appellandosi alla sola forza dei valori: valori che possono diventare tirannici, come la nostra storia anche recente purtroppo insegna, e che non possono violentare quella solidarietà che è non è solo fatta di diritti inviolabili ma anche di doveri inderogabili.

Ciò su cui si deve discutere non è il solo diritto della persona di non soffrire che resta uno dei compiti primari della medicina come ampiamente riconosciuto dal Codice di deontologia medica e come ammette lo stesso CNB ma l’altra cascata di interventi che non possono diventare per così dire consequenziali: perché sul piano etico una cosa è interrompere le cure sproporzionate e/o non desiderate dalla persona, un’altra è, invece, aiutarla a porre fine alla sua vita o, addirittura, provocarla intenzionalmente e volutamente. L’interruzione delle cure e la sedazione terminale continua non possono essere, dunque, la porta attraverso cui il suicidio assistito oggi, l’eutanasia domani e l’uccisione provocata di persone anziane e disabili dopodomani per contenere le spese della loro assistenza potrebbero entrare nella sfera del penalmente presidiato.

I presupposti passaggi di natura logica tra realtà fattuali che devono restare tra loro diverse a patto di non cedere al nuovo totem dell’assolutizzazione dell’autonomia della persona non sono così sostenuti da convincenti ragioni morali: perché se può essere moralmente lecito procedere al distacco dei sostegni vitali quando la persona non lo ritiene più una misura proporzionata alla dignità del vivere, ben altra cosa è, invece, provocarne intenzionalmente la morte o aiutarla a morire. Chiare essendo, in tal senso, le indicazioni del Codice di deontologia medica che non ammette comportamenti medici finalizzati a dare la morte in maniera né indiretta (suicidio assistito) né tantomeno diretta (omicidio del consenziente). Calpestarle, sia pur richiamandosi alla dignità del morente, viola il nostro statuto millenario e la solidarietà su cui si basa ogni democrazia moderna.

Colpevole è però il silenzio della politica (anche locale), dei nostri organi rappresentativi (gli Ordini professionali) e delle organizzazioni sanitarie perché su queste questioni bisogna riflettere con un confronto serio e leale capace di far crescere la società civile che, su queste questioni, non può non esprimere la sua umanità.

 

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Fabio Cembrani

Direttore Unità operativa Medicina legale, Apss Trentino