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DIOCESI DI TRENTO * OMELIA TERZA DOMENICA DI PASQUA: VESCOVO TISI: « PRIME LUCI DELL’ALBA DELLA RISURREZIONE, MA FACCIAMOCI CARICO DI CHI PERDE IL LAVORO »

Vescovo Lauro in cattedrale: “Prime luci dell’alba della risurrezione. Ma facciamoci carico di chi perde il lavoro”. “Come con i discepoli di Emmaus, Gesù illumina la nostra tristezza con la forza della Parola”

“La drammatica realtà in cui siamo entrati ha smascherato la debolezza di un sistema di vita dove si era persa l’attitudine a percepire gli altri come compagni di viaggio. Pur nella distanza obbligata stiamo, poco a poco, riassaporando la nostalgia dell’incontro. Queste sono le prime luci dell’alba della risurrezione”.

Esordisce così l’arcivescovo Lauro Tisi nella s. Messa della terza Domenica di Pasqua, presieduta nella cattedrale di Trento (ore 10 – EMBARGO FINO 10.30) a porte chiuse e in diretta streaming . L’ottava domenica senza fedeli dall’inizio dell’emergenza Coronavirus. Don Lauro oggi ricorda chi “vede con preoccupazione il futuro, temendo di perdere il proprio posto di lavoro o di non poterlo più offrire ad altri. Chiediamo, come Chiesa, di porre la loro sofferenza al centro dell’attenzione e provare a farcene carico.”

Nel commentare poi nell’omelia lo “spaccato esistenziale” offerto dall’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus, disorientati e tristi dopo la morte di Gesù, monsignor Tisi sostiene che “la discussione animata dei due raccoglie idealmente il bagaglio di disorientamento e, non di rado, di rabbia presenti nelle nostre giornate”. Ma quando Gesù si affianca, a loro come a noi, “illumina la loro e nostra tristezza con la forza della Parola. Non sciorina dettami etici, dottrine complicate, astruse osservanze”. Ma “inaugura una nuova liturgia fatta di mani protese a prendersi cura”, un “Dio impastato di storia, che non si lascia imbalsamare nelle belle pietre di un tempio, ma ha i tratti vivi dei suoi discepoli, tra cui voglio ricordare – aggiunge Tisi – i tanti uomini e donne che in queste settimane se ne sono andati”.

Il “mandato”, secondo l’Arcivescovo è “essere una Chiesa che, come Gesù, non rinfaccia, non si scandalizza della debolezza, non innalza muri e accompagna, senza soffocarle, le conversazioni degli uomini e delle donne che abitano le nostre strade, spesso affaticati e delusi dalla vita”. “Niente è più forte – conclude don Lauro – della potenza nascosta nella fragilità dell’amore, del bene, del vero e del bello.”

 

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Omelia Terza Domenica di Pasqua
(Messa celebrata a porte chiuse e trasmessa in streaming)
cattedrale di Trento, 26 aprile 2020

Si fermarono con il volto triste (Lc 24,17b)
Accanto a Cleopa possiamo mettere tranquillamente il nostro nome. Luca, abilmente, lascia l’altro discepolo nell’anonimato perché ogni lettore possa prendere il suo posto.
Il viaggio verso Emmaus fotografa uno spaccato esistenziale fatto di frustrazione, disincanto, delusione che non ci è per nulla estraneo. Il vissuto dei nostri giorni amplifica a dismisura questo stato d’animo. Gli undici chilometri che separano Emmaus da Gerusalemme sono metafora, a loro volta, della nostra distanza dalla gioia di vivere. La discussione animata dei due raccoglie idealmente il bagaglio di disorientamento e, non di rado, di rabbia presenti nelle nostre giornate.

L’improvviso fermarsi dei due viandanti bene ci rappresenta: a differenziarci casomai è il fatto che lo stop non è deciso da noi, ma imposto dalla situazione.
Spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui (Lc 24,27b)

Gesù illumina la loro e nostra tristezza con la forza della Parola, “incominciando da Mosè e da tutti i profeti” (Lc 24,27a). Non sciorina dettami etici, dottrine complicate, astruse osservanze, ma narra un Dio che da subito cammina sotto le tende e non si lascia rinchiudere in una casa di cedro; un Dio sfidato dalle mormorazioni del popolo e impegnato con Mosè a darvi risposta; un Dio che nell’esilio rilancia con i profeti la speranza. Infine, un Dio che, morendo fuori dalla città, inaugura una nuova liturgia fatta di mani protese a prendersi cura, ad asciugare lacrime, a soccorrere chi, stanco, non cammina più.

La Parola mostra un Dio impastato di storia, che non si lascia imbalsamare nelle belle pietre di un tempio, ma ha i tratti vivi dei suoi discepoli, tra cui voglio ricordare i tanti uomini e donne che in queste settimane se ne sono andati.
Questa è la Parola che ha la forza di scaldare il nostro cuore e portarci alla dolce richiesta: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. (Lc 24,29b)
Mentre non ci è ancora possibile condividere la mensa Eucaristica, lasciamo allo Spirito Santo il compito di spiegarci le Scritture e far ardere il nostro cuore. Così quando torneremo – speriamo al più presto – a condividere il Banchetto Eucaristico, potremo, come i discepoli di Emmaus, aprire i nostri occhi e tornare nelle nostre tante Gerusalemme.

Questo è il mandato che oggi viene affidato alle nostre comunità. L’invito ad essere una Chiesa che, come Gesù, non rinfaccia, non si scandalizza della debolezza, non innalza muri. Una Chiesa che accompagna, senza soffocarle, le conversazioni degli uomini e delle donne che abitano le nostre strade, spesso affaticati e delusi dalla vita. E li accosta con una vita abitata dalla Parola e dalla fragranza del pane eucaristico, rivelando la misteriosa e sorprendente legge della Pasqua, dove nulla è più alto dell’abbassamento della croce. Niente è più forte della potenza nascosta nella fragilità dell’amore, del bene, del vero e del bello.