CONSIGLIO PROVINCIA AUTONOMA TRENTO - CORECOM

Intervento del Presidente Marco Sembenotti

(Comitato per le Comunicazioni del Trentino)

IL BILANCIO SBILANCIATO DI UN GOVERNO SENZA PROGETTUALITA’. La manovra economico finanziaria della Provincia di Trento per il 2020 si colloca in un contesto storico ed economico molto particolare, dove la scommessa vincente dovrebbe essere quella di partire dagli eventi attuali, dallo stato dell’arte, avendo però uno sguardo ampio e lungimirante.

Perché ciò che faremo ora è destinato a lasciare il segno nei prossimi decenni. Da qui la grande responsabilità di fare la cosa, o meglio le cose, giuste.

Questa manovra, definita da più parti al ribasso, priva di visione e poco ambiziosa manca infatti l’obiettivo programmatico della crescita del PIL, quantificata in uno scarno e scarso 0,8%. E certo non può non destare preoccupazione il taglio delle risorse messe a disposizione dall’Agenzia del Lavoro per quanto attiene occupazione e soggetti deboli, perché mette a rischio i progetti di inserimento dei lavori socialmente utili per disabili e svantaggiati, il congedo per le donne imprenditrici, la staffetta generazionale tra lavoratori anziani e nuovi assunti. I trasferimenti provinciali all’Agenzia del lavoro dopo l’ultimo assestamento di bilancio ammontano, insieme all’avanzo del 2018, a 37, 5 milioni di euro, bilancio 2019.

Ma l’anno prossimo scenderanno a 24,5 milioni, 6,4 milioni in meno, con una contrazione del 20%. Con l’avanzo 2019, quantificabile in 5 milioni, non si andrà infatti oltre i 29,5 milioni. Verrà cosi a mancare una cifra consistente, pari a oltre 4 milioni di euro, che inevitabilmente andrà a pesare su interventi importantissimi, come Azione 19, cioè le opportunità occupazionali per disabili e persone svantaggiate. Anche il Real, il reddito di attivazione a chi cerca lavoro potrebbe uscirne male. Ma è tutta la voce “lavoro”, come rimarcato dai sindacati a uscirne male, visto che si passa dagli attuali 112, 5 milioni di quest’anno ai 93,8 milioni per l’anno prossimo.

 

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Di seguito esporrò alcuni punti che desidero argomentare.

Nei giorni scorsi si è tenuta a Madrid la COP 25 sui cambiamenti climatici. Tema che normalmente l’alta politica appena sfiora o che vive con disagio se non fastidio quando qualcuno dalle piazze o, molto più modestamente, da quest’aula osa sfiorarlo. Eppure è il tema dei temi perché attiene alla sopravvivenza della specie umana su questo pianeta.

E’ un argomento che chiama in causa le nostre coscienze e rispetto al quale dobbiamo sentire puntati su di noi gli occhi delle future generazioni. Non solo dei nostri figli e nipoti, ma anche di coloro che, pur vivendo molto lontano da qui, subiranno ancora più pesantemente di noi la tragedia delle inondazioni, della siccità, della desertificazione, degli tsunami e dei tifoni e diventeranno profughi climatici. Esseri umani con i quali inevitabilmente dovremo fare i conti perché l’istinto di sopravvivenza li farà fuggire alla ricerca di luoghi ospitali. Come peraltro già sta avvenendo e a questo proposito ritengo assurda e davvero poco realistica la suddivisione che si fa tra chi fugge dalla guerra, dalla fame o dai cambiamenti climatici. Perché in tutti questi casi chi lo fa, sottoponendosi a rischi estremi, vuole semplicemente vivere e consentire ai propri figli di vivere. Già ora si stima che un profugo su tre sia un profugo climatico.

Un altro elemento di rilievo è certamente quello relativo alle nostre montagne, le Dolomiti, patrimonio Unesco, e per questo riconoscimento il Trentino è considerato a livello mondiale. Ed è su queste nostre montagne, anche in preparazione delle prossime olimpiadi, che noi possiamo costruire non solo un’immensa visibilità, ma anche un laboratorio diffuso di buone pratiche ecologiche, di risparmio energetico, di suolo prezioso e di risorse. Pensando ad eventi plastic free per esempio, o lavorando sulla mobilità sostenibile in relazione al grande movimento di persone che quell’evento creerà sul nostro territorio, lanciando al mondo il nostro messaggio di rispetto, conservazione, valorizzazione di quello che a tutti gli effetti è il nostro patrimonio di famiglia. Facendo diventare i nostri slogan pubblicitari sul Trentino di qualità, della bellezza e dell’ambiente un luogo reale che partecipa in prima persona ai destini del mondo proprio a partire dal qui e ora. Non è più il tempo delle promesse ma è certamente il tempo in cui far avverare il sogno di una vita che sia per tutti migliore. E’ dunque necessario prepararsi per tempo.

Il Presidente Fugatti, in prima Commissione bilancio, ha annunciato la radicale trasformazione di Cinformi che dovrebbe diventare nelle sue intenzioni uno sportello per i soli trentini. Questo ente da anni si occupa, con personale appositamente formato, di molteplici funzioni legate all’informazione, alla formazione e alla gestione dell’accoglienza, fornendo servizi di supporto diretto agli stranieri ma anche un sostegno utile per monitorare il fenomeno e creare sinergia con le realtà del territorio che con gli immigrati si rapportano in numerosi settori come le aziende, il mondo dello sport, della formazione, della cura alla persona. Tutto ciò è svolto, a sentire gli utenti, con grande efficienza e celerità.

Purtroppo il Cinformi è diventato un bersaglio da campagna elettorale che non finisce mai. Dipinto come un privilegio per i “fortunati stranieri che si godono la pacchia” il presidente non ha specificato che questo servizio per gli stranieri rimarrà e dunque che, con personale ridotto e senza adeguata formazione, il Cinformi si dovrà occupare anche dei trentini “abbandonati a loro stessi”, senza servizi e senza supporto.
La verità è che per pura propaganda si chiederà, ai lavoratori e alle lavoratrici del Cinformi rimasti, uno sforzo in più, con competenze diverse rispetto alle loro, e con mansioni aggiunte a quelle, già vaste e articolate, di cui si fanno carico.

Passiamo al Progettone, tutti sanno che esso nasce come uno strumento di politica attiva del lavoro, adottato nella Provincia autonoma di Trento e istituito con la legge provinciale n. 32/1990 in materia di “Interventi provinciali per il ripristino e la valorizzazione ambientale”, con lo scopo di risolvere i problemi occupazionali delle lavoratrici e dei lavoratori espulsi dai processi produttivi, accompagnandoli al raggiungimento dei requisiti pensionistici.
La destinazione dei lavoratori e delle lavoratrici tiene conto delle esperienze lavorative precedenti, delle attitudini, delle potenzialità rilevate, delle predisposizioni manifestate in sede di colloquio, delle eventuali limitazioni e della residenza.
Le informazioni raccolte durante i colloqui vengono poi incrociate con le richieste di personale che provengono dagli enti pubblici dislocati sul territorio. Gli enti pubblici – Comuni, Comprensori, Musei, Biblioteche, Centri di raccolta materiali, Case di riposo, ecc. – divengono quindi i destinatari del personale in relazione ai rispettivi fabbisogni di manodopera.

In questi mesi i circa 2000 lavoratori coinvolti nel progettone hanno manifestato contro una iniziale chiusura della Giunta a fronte delle loro richieste di aumento dei salari. In che modo ora sara’ rispettato l’accordo raggiunto, considerata la mancanza di fondi a cui sopra ho accennato?
Per quanto riguarda il proposito di “ricondurre il progettone alle finalità originarie focalizzando le misure specifiche per l’inserimento nel mercato del lavoro delle figure occupabili” è tutto molto condivisibile ma altrettanto scontato perché il Progettone è certamente per tanti e tante l’ultimo baluardo di dignità lavorativa quando si viene espulsi dal mercato del lavoro per molteplici motivi, che in nessun caso risultano però essere responsabilità dei lavoratori e delle lavoratrici, ma sono legati alla crisi economica.

Se si parla di Progettone è necessario certo rilevarne i grandi meriti di ammortizzatore sociale ma anche il fatto che chi viene coinvolto nelle molteplici attività nel verde, sulle ciclabili, nei comuni, negli enti museali fornisce, a basso costo per la collettività, un lavoro indispensabile e importante, spesso legato a competenze pregresse. Quindi socialmente utile. E che in assenza di questa fattispecie qualcuno dovrebbe pur fare. Quindi non parliamo di privilegi. E questo fatto viene spesso sottovalutato per far spazio ai luoghi comuni che lo relegano quasi a una elargizione caritatevole da parte della Provincia. Niente di più sbagliato.

Perdita di lavoro nell’accoglienza. Dopo i drastici tagli operati negli ultimi mesi al sistema dell’accoglienza trentina, parlare oggi di perdita di lavoro per i tantissimi operatori e professionisti che vi sono impegnati non fa grande notizia ma resta un dato reale. Cinformi è stato strumento importante di integrazione, baluardo contro l’emarginazione, e quindi della possibilità di finire per i migranti nelle maglie della criminalità organizzata. E’ quindi sbagliato delegittimare l’accoglienza diffusa e non si può negare che gli effetti delle nuove regole, fissate dal decreto sicurezza, hanno creando gravi problemi anche in Trentino e anche ai trentini. Molti che hanno perso il lavoro non sono stati ricollocati. Non si tratta di numeri ma di persone, le cui storie personali e collettive meritano l’attenzione di tutti, in primo luogo della politica.

E veniamo all’accesso all’edilizia pubblica abitativa che resta purtroppo sullo sfondo e il cui approccio non condividiamo. Il diritto sociale all’abitazione è attinente alla dignità e alla vita di ogni persona, quindi anche degli stranieri che vivono e lavorano qui e contribuiscono al Pil del nostro paese. Il criterio di “residenza qualificata” indica uno stato di residenza protratto per un numero definito di anni, apparentemente neutro, che però svantaggia pesantemente gli ultimi arrivati, che diventano “ultimi” in tutti i sensi. Ma penalizza anche, nel caso dei dieci anni previsti per poter accedere ad una abitazione che abbia un canone adeguato alle risorse di un determinato nucleo familiare, tutti quei cittadini italiani che cambiando residenza, pur maturando diritti legati alla contribuzione versata, vengono comunque privati di alcuni servizi, tanto nella regione da cui provengono, quanto in quella di arrivo.

L’articolo 3 della Costituzione dice che la dignità della persona non può essere graduata, il non pieno riconoscimento dei diritti sociali determina la mancata integrazione nel tessuto sociale di un territorio ( fatto questo non conveniente per nessuno), creando fasce di esclusione dal diritto alla salute, all’abitazione, al vestiario, alla cultura e all’istruzione. Che possono, quelle sì, creare problemi di disadattamento che si riversano su tutti.

Come è stato evidenziato dalla Corte Costituzionale (sentenza n.133/2013), fare differenze in base all’anzianità di residenza è dunque arbitrario, perché non può esserci correlazione tra la durata della residenza e le situazioni riferibili a disagio e bisogno che costituiscono il presupposto delle provvidenze sociali. Perciò quanto previsto da questo governo provinciale determina una irragionevole discriminazione, che intendo ancora rimarcare, sia nei confronti dei cittadini dell’Unione ai quali deve essere garantita la parità di trattamento rispetto ai cittadini degli stati membri, sia nei confronti di cittadini di Paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo i quali, in virtù del dell’art. 11 della direttiva 2003/109 CE, godono dello stesso trattamento dei cittadini nazionali per quanto riguarda l’ottenimento di un alloggio (sentenza n.168 del 2014). L’ordinamento italiano prevede per i cittadini che abbiano un permesso di soggiorno in corso di validità e risiedano nello Stato per almeno cinque anni il diritto all’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica in condizione di parità con gli autoctoni. Inoltre non deve sfuggire che le graduatorie sono separate.

Riguardo alle presunte responsabilità penali e civili attribuite a tutto il nucleo familiare nel caso in cui un suo componente sbaglia e si macchi di reati, che porterebbero alla perdita dell’alloggio, l’articolo 27 della Costituzione ci ricorda che la responsabilità penale dei propri atti è sempre personale, che le pene non possono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma per questo governo provinciale il riscatto e la redenzione, un mutamento dei propri comportamenti negativi, prendere atto dei propri errori e ravvedersi non è ammesso, visto che non potrà accedere all’edilizia pubblica chi si è macchiato di reati fino a 10 anni precedenti la richiesta. Siamo fuori dal diritto costituzionale ma anche da una dimensione cristiana, ma poco evangelica, della quale sovente, ahinoi, vi fate interpreti.

 

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Sulla infrastrutturazione del sistema stradale.
La Valdastico resta un’opera che aprirebbe un nuovo corridoio per il traffico leggero e pesante dal nord-est italiano ultraindustrializzato verso i mercati del nord Europa attraverso il Brennero, aggravando notevolmente i problemi di traffico dell’Autobrennero, che ha raggiunto già il limite di saturazione. Che comporterebbe inoltre enormi danni ambientali con lo scavo di 60 chilometri di gallerie con danni idrogeologici e compromissione dei corsi d’acqua. Non ultimo l’aumento sensibile di inquinamento ambientale da percolati e polveri sottili oltre all’ inquinamento acustico dovuto all’incremento del traffico su gomma.

Domenica 24 novembre 2019 nei comuni di Terragnolo, Trambileno e Vallarsa si è svolta una “consultazione popolare sulla realizzazione dell’autostrada Valdastico Nord, l’A31 tra la provincia di Vicenza e la valle dell’Adige: la vecchia Pi.Ru.Bi. un’ombra che da cinquant’anni si stende sul territorio, e a cui i cittadini di Terragnolo, Trambileno e Vallarsa hanno detto adesso un chiaro no. Nei tre Comuni l’affluenza degli elettori residenti è stata del 54,64%: Terragnolo 71,5%; Trambileno 47,4%; Vallarsa 53,15%. I voti validi sono stati 1.581. I voti a favore della realizzazione dell’autostrada (palline bianche) sono stati 106, pari al 6,7%. I voti contrari alla realizzazione della Valdastico (palline nere) sono stati 1.476, pari al 93,3%”.

L’auspicio è che la giunta al governo della nostra provincia, i cui partiti hanno nella passata legislatura fortemente sottolineato l’incapacità da parte di chi governava di ascoltare i territori, lo faccia ora che può dimostrare nei fatti quanto questa propensione le appartenga.

La tangenziale di Rovereto. La situazione della viabilità trentina, anche a fronte di un numero eccessivo di veicoli su strada e della conseguente pericolosità, purtroppo ben evidenziata dai numerosi incidenti di questi ultimi mesi, di cui alcuni mortali, è tale da farci dire che probabilmente il Trentino ha bisogno di altro, di investire su una mobilità dolce, preferibilmente su rotaia, che metta in sicurezza le persone, consenta di ammirare il paesaggio e di apprezzare le bellezze della nostra provincia. Con particolare attenzione ai percorsi ciclopedonali, rendendoli sempre più sicuri e numerosi. Inoltre la qualità dell’aria, l’immissione di CO2 in atmosfera, dovuta in larga parte al traffico veicolare, e i conseguenti cambiamenti climatici che hanno messo in ginocchio anche il nostro territorio, devono indurre a puntare su metropolitane di superficie e su collegamenti rapidi, sicuri, efficienti e non climalteranti.

Per non parlare del consumo di suolo e degli edifici da abbattere, oltreché dell’inquinamento acustico che deriverebbe dall’opera di cui stiamo parlando e acui ormai in pochi sembrano essere interessati. Sono osti ambientali ed economici che mettono a repentaglio la salute pubblica, come da dati del Ministero della Salute che imputa circa 90 mila morti in Italia l’anno alle conseguenza dell’inquinamento atmosferico. Una metropolitana di superficie dunque, da Ala a Mezzocorona, ripristinando le stazioni soppresse di Volano, Calliano e Mezzocorona, per offrire a tutti un mezzo alternativo all’auto privata, annunciata ormai da qualche decennio, è certamente la soluzione al passo coi tempi. Il tutto accompagnato dalla diffusione in luoghi strategici di parcheggi di attestamento. E’ tempo di scelte coraggiose, forti, dirimenti, che non risolvano, solo apparentemente, le situazioni relative al “qui e oggi e per noi”, senza curarsi delle generazioni future. Ma stante l’aleatorietà delle risorse penso che il problema tangenziale continuerà a non porsi mentre bisognerà affrontare con convinzione, e soprattutto investendo risorse, quello della mobilità sostenibile.

Discriminazioni di genere. Le recenti aggressioni omofobe consiglierebbero un deciso ricorso alla promozione e allo sviluppo di provvedimenti per contrastare le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, con il fine ultimo e fondamentale di dare pari dignità ad ogni essere umano senza alcuna discriminazione di genere; a rifinanziare i corsi contro l’omofobia, strumento fondamentale per prevenire l’ignoranza e la violenza – fisica o verbale – che sembrano contraddistinguere il clima politico e sociale attuale. Ma atti sostanziali a tutt’oggi non se ne vedono ed anzi ci si esprime con terminologie triviali che denotano idee omofobe. Se è questo il messaggio che intendiamo dare ai nostri concittadini credo che la via intrapresa non sia quella giusta e che soprattutto questo governo si sia reso responsabile di non aver preso decisamente le distanze da un uso sconsiderato, in particolare sui social, di trivialità e volgarità di cui avremmo fatto volentieri a meno.

L’agricoltura biologica in Italia e nel mondo è un settore in continua espansione. L’Italia è il sesto produttore mondiale di biologico con, al 2018, una SAU(superficie agricola utilizzata) biologica di 1.958.045 ha dati Sinab(2) e il secondo d’Europa dopo la Spagna. Dal 2010 al 2018 in Italia la produzione è cresciuta di 800.000 ha, sono nate 27.000 aziende portando la percentuale di SAU biologica al 15,5% con un incremento del 65% rispetto al 2010 e il Trentino in questo contesto è il terz’ultimo (19° su 21 Regioni e Province autonome). Questa è la dimensione del biologico e dove ci collochiamo noi.
Nella nostra Provincia, dove su una superficie di 620 942 ha abbiamo circa 391.781 ha di bosco (al 2019) (1), 111.137 ha di prato-pascolo, 3.102 ha di seminativi, 12.392 ha di frutteti, 10.388 ha coltivati a vite e 198 ha a orti (dati censimento 2010 senza decimali), la superficie dedicata all’agricoltura è davvero poca rispetto a quella forestale e prativa.

Per fare un confronto con alcune regioni, a riguardo della produzione biologica, secondo i dati Sinab (2) (www.sinab.it ), la SAU biologica della regione Marche (2018) è 98.554 ha, quella del Molise (2018) 11.209, Friuli Venezia Giulia 16.522 ha, Puglia 263.653 ha, in Trentino (2018) è 5260 ha, in Alto Adige 11.610 ha e con una percentuale di crescita, rispetto al 2017, del 26%, mentre in Trentino è dell’8%.

Le Dolomiti sono patrimonio dell’umanità e occupano una parte consistente del territorio provinciale. Il 63% del territorio (dati 2019) è coperto da boschi e rappresenta la biodiversità del territorio. Abbiamo dei parchi meravigliosi, come il Parco Naturale Adamello Brenta, il Parco Nazionale dello Stelvio e il Parco Naturale Paneveggio-Pale di San Martino.

Che senso ha in questo contesto così unico e prezioso l’agricoltura industriale? E’ fuori luogo oltre a non essere più sostenibile ed è un fattore di freno allo sviluppo di un turismo che si innesti nel territorio agricolo. Si deve cambiare modello di sviluppo prima che sia troppo tardi e il gap con la crescita del biologico nelle altre regioni diventi un abisso incolmabile. Siamo terribilmente indietro ma con la determinazione e la capacità di affrontare le sfide che il Trentino ha sempre dimostrato possiamo farcela. Possiamo costruire un modello di sviluppo basato sull’agricoltura biologica che ci porti tra i primi posti. Possiamo farcela.

Sinab è un progetto di Mipaaft (Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo) il dato si riferisce al 2018 e al trend di crescita rispetto al 2017.
Si rimarca il fatto che il Trentino attualmente risulti essere al 12° posto nella distribuzione regionale delle superfici biologiche in Italia con 5260 ettari coltivati a biologico nella stima del 2018 con un significativo incremento dal 2017 dell’8 per cento di superficie in più non coltivata con metodi intensivi.

Sulle gestioni associate: sono state istituite con la legge di riforma istituzionale n. 3 del 2006, per assicurare alle popolazioni del territorio della Provincia la valorizzazione dell’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli o associati, per lo svolgimento di attività d’interesse generale nonché delle autonomie funzionali. La stessa legge promuove la garanzia a tutta la popolazione delle medesime opportunità e livelli minimi di servizio, indipendentemente dalle caratteristiche del territorio, dalla collocazione geografica e dalle dimensioni del comune di residenza e la sostenibilità dello sviluppo.
Nel contempo l’obiettivo è anche quello di ridurre la spesa semplificando il quadro istituzionale con la revisione degli organi delle Comunità e la riorganizzazione dei Comuni.

La Giunta provinciale con deliberazioni n. 1952 del 2015, n. 317 del 2016 e n. 1228 del 2016 ha fissato gli obiettivi di riduzione della spesa corrente per i comuni con l’obbligo di gestione associata e per quelli interessati da processi di fusione. Tale obiettivo rappresenta pertanto la misura di contenimento della spesa che ciascun comune deve rispettare secondo le modalità e i tempi definiti con il provvedimento n. 1228 del 2016.

Le modalità organizzative dei servizi associati di ambito sono state liberamente individuate dai comuni per garantire il miglioramento dei servizi ai cittadini, una maggiore efficienza della gestione e il miglioramento dell’organizzazione degli enti coinvolti. In tale contesto è ciascun ambito associativo che deve trovare le soluzioni organizzative ritenute più idonee a garantire l’efficientamento nella gestione delle funzioni comunali e il miglioramento dei servizi a favore dei cittadini.
Vero è però, che in molti Comuni l’applicazione pratica che ne è conseguita, non ha prodotto quanto sperato ossia non sembrerebbe aver mantenuto lo standard qualitativo offerto ai cittadini dai singoli comuni prima della riorganizzazione e gli stessi amministratori comunali hanno manifestato la presenza di oggettivi impedimenti. Con la firma del nuovo protocollo d’intesa in materia di finanza locale per il 2020, tra il Presidente della Provincia, l’Assessore agli enti locali, il Presidente del Consiglio delle Autonomie, si è previsto il superamento dell’obbligo di gestione associata delle funzioni comunali che si norma con l’articolo 6 della Stabilità.

Considerate tutte le criticità emerse, si comprende che una revisione si renda necessaria, quello che però non mi convince e che mi lascia perplessa è se a monte della decisione di riforma, siano stati analizzati a fondo i motivi per cui, apparentemente le Gestioni associate non abbiano funzionato, se la Giunta abbia ben chiari gli obiettivi che si vogliono realizzare e come realizzarli per conseguire le finalità di questa legge.

Sanità. Il bilancio non tocca il grande problema della carenza di medici ed infermieri. La carenza dei medici al pronto soccorso è annosa. I Pronto Soccorso, soprattutto di Trento e Rovereto, versano in uno stato di grande difficoltà. Il comparto medico è sottodimensionato, le code permangono, i tempi di attesa si dilatano. Tale carenza è dovuta all’età elevata dei professionisti che si avviano al pensionamento senza un ricambio generazionale adeguato, in quanto le facoltà di medicina sono basate sull’accesso a “numero chiuso” che garantisce la qualità dell’insegnamento ma non fornisce medici a sufficienza, a cui poi segue “l’imbuto formativo” tra laurea e formazione post laurea.

Molti medici neo laureati non riescono infatti ad avere accesso alle scuole di specializzazione visto il numero esiguo di posti messi a bando. Pare che i concorsi vadano deserti e chi esce dall’università cerca specializzazioni più attrattive; quando si trovano a lavorare in Pronto Soccorso dopo poco tempo se ne vanno, non appena trovano posto nella specialità preferita. La specialità di medicina e chirurgia d’accettazione di urgenza è relativamente giovane, ai concorsi partecipano medici con specialità equipollenti che appena possono se ne vanno. E’ fallito il progetto dell’azienda sanitaria di risolvere i problemi di organico al pronto soccorso affidandosi ai giovani medici appena laureati e in attesa di incarico ai quali affidare le situazioni a bassa complessità. All’appello dell’azienda sanitaria hanno risposto solo 10 medici che dopo il colloquio si sono ridotti a cinque.

 

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Alla fine quando si è trattato di prendere servizio ne è rimasto solo 1.
Viste le carenze di personale e la difficoltà a reperirlo si ritiene indispensabile lavorare su un’ assistenza ai pazienti adeguata al di fuori del Pronto Soccorso, con l’ampliamento dei giorni di accesso e degli orari ai medici di base e agli ambulatori ospedalieri. Inoltre, come dichiarato dall’Ordine degli infermieri trentini, è necessario investire per potenziare la rete dei servizi territoriali e dare risposte ai cittadini in una logica di prossimità. Si dovrebbe altresì rivedere la figura del medico di base. La maggior parte di loro visitano solo su appuntamento e sono oberati da pesi burocratici che tolgono tempo alla cura dei pazienti, che molte volte scelgono appunto di rivolgersi al Pronto Soccorso.

Quest’estate l’ordine degli infermieri ha lanciato un allarme dovuto a ritmi di lavoro insostenibili che mettono a rischio l’efficienza ed efficacia del loro servizio sanitario. Chiedono alla provincia di essere ascoltati e di intervenire per garantire la dignità dei lavoratori ma anche la qualità dei servizi ai pazienti. Molte volte per garantire un efficace servizio gli infermieri sono costretti a ricorrere a misure compensative come ore di lavoro straordinario, prestazioni orarie aggiuntive, riduzioni dei riposi, sospensione delle ferie programmate. L’azienda ha Effettuato delle assunzioni ma i problemi permangono.

Un problema analogo è presente nelle RSA dove i numeri degli infermieri sono ridotti e i problemi e le esigenze dei ricoverati sono sempre più complessi da affrontare. Nelle RSA trentine lavora 1 infermiere ogni 40 residenti durante il giorno, mentre la notte il rapporto sale ad 1 infermiere ogni 110 ospiti. Secondo gli standard europei la situazione ottimale sarebbe di 1 a 20 di giorno e di 1 a 30 di notte. C’è molto da lavorare.

In un ambito cosi importante, e non solo dal punto di vista economico, la ricerca delle priorità diventa indispensabile e inderogabile se si considera il piano di efficientamento annunciato ad aprile dall’assessora alla Sanità. Un piano che punta nel giro di quattro anni a ridurre di 120 milioni in totale (10 nel 2020, 20 nel 2021, 40 nel 2022 e 50 nel 2023) la spesa per la sanità. Ecco che quindi l’ottimizzazione della spesa sanitaria contrasta in maniera evidente per esempio con la riapertura del punto nascite dell’Ospedale di Cavalese che rimane a mio avviso un punto controverso. Dal 1° dicembre 2018 al 30 aprile 2019 presso la U.O. di Ginecologia e Ostetricia dell’Ospedale di Cavalese sono stati registrati solo 72 parti, di cui 19 con taglio cesareo.

Il costo complessivo per mese di operatività, considerando l’equipe ostetrica e ginecologica e l’integrazione del personale di anestesia e di pediatria per garantire la presenza attiva h 24, è di € 260.000. Il costo medio per parto a Cavalese è di € 12.900. Il costo medio di un parto all’Ospedale di Trento di ca € 2.300. Il costo medio di un parto a livello provinciale (Cavalese escluso) è di € 2.270 ca. Una differenza di costi inaccettabile.Ritengo sia essenziale avere chiari gli obiettivi e i modi per raggiungerli in modo razionale ed efficace.

Concludo qui e ringrazio per l’attenzione.

 

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Lucia Coppola