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COMUNE DI TRENTO * LINEE PROGRAMMATICHE / MANDATO 2020-2025: « L’INTERVENTO DEL SINDACO IANESELLI » (TESTO INTEGRALE DOCUMENTO LETTO IN AULA)

Linee programmatiche di mandato 2020-2025 – Intervento del sindaco Franco Ianeselli.

Gentile presidente del Consiglio comunale e gentili consigliere e consiglieri:

Il documento che discutiamo stasera accompagnerà la navigazione di quest’Amministrazione comunale nei prossimi cinque anni. In verità, per la loro complessità alcuni progetti non potranno essere realizzati nel giro di un lustro: ne siamo ben consapevoli, perché questo è un programma che vuole guardare oltre quest’esperienza di governo, per tracciare una rotta che impegnerà la città nei prossimi decenni. Come ha scritto di recente il filosofo della scienza Telmo Pievani, il nostro tempo è chiamato a recuperare il “pensiero delle cattedrali”, ovvero “il pensiero dei costruttori medievali, che gettavano le fondamenta di una cattedrale ben sapendo che solo i loro figli o nipoti l’avrebbero vista finita”. Analogamente, questa consiliatura non vedrà la stazione ipogea né il boulevard, ma avvierà un percorso, definirà le tappe di avvicinamento, che faranno parte di un disegno complessivo di cui dovremo tener conto anche quando interveniamo su questioni di dettaglio. Non possiamo più permetterci il piccolo cabotaggio: i cambiamenti climatici e il coronavirus ci impongono di avviare subito un cambiamento drastico nella mobilità, nel costruire, nella produzione di energia, nei consumi, per raggiungere quanto prima quegli obiettivi di neutralità delle emissioni e di inclusione sociale che l’Europa ha indicato come strategici e imprescindibili. Naturalmente lo sguardo in prospettiva si dovrà coniugare con l’attenzione al presente: il presente contingente e immediato della crisi pandemica, in cui siamo chiamati a stare accanto ai cittadini e alle categorie economiche più esposte, e il presente prossimo, quando dovremo ripartire tutti, anche chi in questi mesi ha sofferto e sta soffrendo di più. A differenza di quanto sostengono alcuni, sono convinto che le due dimensioni – la prospettiva del futuro e la manutenzione del presente – non siano inconciliabili né siano destinate a limitarsi o ad autoescludersi l’una con l’altra. Saremo anzi tanto più efficaci qui ed ora quanto più i nostri provvedimenti saranno coerenti con un orizzonte più vasto, inseriti in una cornice che ci impone, quando per esempio asfaltiamo una strada, di pensare non solo a tappare le buche, ma a preoccuparci anche delle connessioni ciclabili o delle reti per l’accesso a Internet o ancora dell’illuminazione intelligente. Ogni risposta sul breve periodo dovrà essere la tessera di un mosaico articolato di interventi che, gradualmente, trasformeranno i quartieri, semplificheranno gli spostamenti e renderanno più leggero il nostro impatto sull’ambiente.

Nel documento che illustra le linee programmatiche troverete cinquanta obiettivi strategici, distribuiti in tredici campi d’azione, riassunti alla fine in sette priorità che sono i macro traguardi da raggiungere da qui al 2025. Visto che in questa sede non è possibile soffermarsi sull’illustrazione dei singoli obiettivi, riassumerò per brevi cenni l’idea di città a cui facciamo riferimento e che guiderà la nostra azione nei prossimi anni.
Consentitemi prima una premessa che ritengo doverosa: il programma che sottoponiamo all’attenzione del consiglio comunale è il frutto di decine e decine di incontri con i cittadini e del confronto con le forze politiche che sostengono questa maggioranza. È un lavoro autentico, condiviso, ricco di temi o meglio di “urgenze” che ci sono state segnalate e che sono state vagliate, discusse, approfondite. Proprio perché è nato fuori dal “Palazzo”, non è stato scritto con le logiche stringenti di una delibera. Ma riassume una visione di città feconda, a cui attingeremo nei prossimi anni dandole concretezza e tempistiche precise già con il Documento unico di programmazione in discussione tra pochi giorni. In ogni caso, è sulla base di questo programma che i cittadini ci hanno votato. E questo programma dobbiamo onorare, perché vincolati dall’incarico che abbiamo ricevuto il 23 settembre scorso.

La transizione ecologica è il cuore delle linee programmatiche: non si tratta dunque di un argomento a se stante, ma di una stella polare, di un motore in grado di avviare un processo con ricadute in molteplici direzioni. La direzione della resilienza, per esempio: Trento dovrà diventare una città adattiva, capace cioè di trasformarsi tenendo insieme la qualità progettuale delle soluzioni urbanistiche con il raggiungimento di prestazioni che ci consentano sia di abbattere le emissioni nocive sia di far fronte alle condizioni climatiche estreme: a beneficiarne saranno la qualità della vita dei cittadini e, insieme, l’economia e l’occupazione visto che, come prevedono gli esperti, i settori green sono quelli più promettenti nei prossimi anni.
Trento dovrà diventare la città delle connessioni: anche se non sperimentiamo quella che gli urbanisti definiscono “insularizzazione” dei quartieri, evidente in molte metropoli, Trento corre il rischio di una frammentazione che, paradossalmente, talvolta è acuita dalle strade, che diventano barriere invece di essere collegamenti tra i quartieri (pensiamo per esempio a via Brennero). Percorsi verdi, ponti pedonali, come quello previsto tra Piedicastello e il centro città, ascensori come quello per Mesiano, impianti a fune (verso il Bondone), nuove piste ciclabili, un trasporto pubblico più efficiente e capillare e, naturalmente, la stazione ipogea – la grande opera dei prossimi decenni – possono ricucire le fratture del tessuto urbano diventando, al tempo stesso, attivatori di un processo di rigenerazione urbanistica e ambientale. Certo, il nodo delle risorse resta il tema pesante da affrontare prima di ogni altro. Credo che su questo fronte siamo chiamati a un grosso sforzo: da un lato dobbiamo diventare bravi a cercare nuove fonti di finanziamento, a Roma o in Europa, dall’altra è opportuno attivare nuove partnership con gli investitori interessati al nostro territorio. Non a caso, con la recente riorganizzazione della macchina comunale, abbiamo creato il progetto Mobilità e rigenerazione urbana; abbiamo rafforzato il servizio finanziario che è strategico proprio per la sostenibilità della programmazione; è stata istituita una struttura specializzata negli appalti e nelle collaborazioni tra pubblico privato; il servizio Edilizia privata è stato separato da quello che si occupa di edilizia pubblica, in modo da garantire risposte rapide a cittadini e imprese. Tutto ciò perché, in questo tempo così difficile, riteniamo sia doveroso costruire un ambiente favorevole allo sviluppo sostenibile, all’innovazione e all’impresa che persegue obiettivi coerenti con l’interesse pubblico. Perché Trento deve essere una città prospera e dinamica, attrattiva anche dal punto di vista economico, capace di promuovere i settori all’avanguardia in una logica di distretto e di filiera. Una città in grado di offrire opportunità occupazionali ai giovani che ha contribuito a formare grazie a percorsi scolastici e universitari avanzati e innovativi.
Anche il turismo, che quest’anno ha subito una battuta d’arresto, è diventato ormai parte della vocazione economica della città: riprenderemo esattamente da dove abbiamo lasciato, ovvero dal milione e 253 mila presenze del 2019, anno che aveva fatto registrare un aumento dell’8,7 per cento degli arrivi. Torneremo a quei livelli e a quelle cifre, e non solo perché Trento ormai è diventato un brand riconoscibile, ma anche perché sapremo qualificare ulteriormente la nostra offerta di eventi, festival, enogastronomia, arte, storia e bellezze naturali.

Le connessioni a cui facciamo riferimento nel nostro programma non sono solo fisiche: Trento deve riscoprire il suo ruolo storico di ponte, di trait d’union, tra generazioni, culture, linguaggi, territori, Amministrazioni pubbliche, in primis la nostra Provincia autonoma con cui siamo chiamati a condividere un progetto di sviluppo. Se oggi sembra prevalere la cultura della contrapposizione, noi invece lavoriamo per una città della mediazione, che non è passività né debolezza, ma investimento nelle relazioni e nell’essere comunità. La distanza, la separazione e, in alcuni casi, l’astrazione dei rapporti personali a cui ci costringe il Coronavirus – pensiamo solo alla didattica a distanza, all’isolamento degli anziani nelle Rsa – dovrà essere contrastata, nella fase post emergenza, da una strategia uguale e contraria di avvicinamento e coinvolgimento dei cittadini. Perché “la prima paura mondiale” (così l’ha definita Bernard-Henry Levi in analogia con la guerra) non se ne andrà senza lasciare tracce nella nostra socialità, nelle nostre abitudini e nella nostra idea mondo, che in questo periodo è diventato per molti – per citare sempre il filosofo francese – un posto dove “rincantucciarsi” in attesa di tempi migliori. Per questo vogliamo investire nelle Circoscrizioni, nella promozione di una cultura che ci aiuti ad abitare consapevolmente il nostro tempo; intendiamo promuovere il protagonismo dei giovani e valorizzare le risorse della terza età; dialogare con l’Università e i centri di ricerca, che sono una riserva di sapere e intelligenza; riconoscere e sostenere il nostro volontariato, che talvolta deve farsi largo tra difficoltà burocratiche e ostacoli di varia natura; stare accanto alla galassia dello sport, che è un importante fattore di socialità oltre che un’agenzia educativa per le giovani generazioni.
Nei prossimi anni dovremo mobilitare l’intelligenza diffusa che abita la città perché siamo convinti che è dall’incontro tra le idee che nascono i nuovi progetti. Ed è la partecipazione che genera la fiducia nel futuro.

Negli anni Sessanta si diceva che l’alta marea solleva tutte le barche, sia le grandi che le piccole: fuor di metafora, con un eccesso di ottimismo si pensava che, se lavoriamo per far crescere l’economia, ne beneficiano tutti, i ricchi come i poveri. Nel decennio successivo gli economisti si sono accorti che, quando l’acqua si alza, c’è chi veleggia spedito, chi naufraga e chi, sprovvisto di salvagente, finisce per affondare. Non basta allora essere competitivi: Trento deve essere la città della protezione sociale e della sicurezza, soprattutto in questo periodo, in cui la pandemia rischia di lasciarsi dietro uno strascico di sofferenza economica e di macerie sociali. È necessario innovare il nostro welfare perché sia capace di intercettare le nuove povertà, agganciare quei percorsi di vita deragliati a causa di difficoltà improvvise e offrire sì sostegni, ma anche opportunità e occasioni di esprimere competenze e risorse. Sarà dunque sempre più importante il lavoro dei Poli sociali, intesi non solo come sportelli assistenziali, ma anche come luoghi in cui trovare gli aiuti necessari a superare le difficoltà e costruire un nuovo progetto di vita. Certo è che per affrontare il nuovo disagio di questi tempi non bastano più gli interventi standard: le politiche sociali possono diventare un laboratorio in cui sperimentare nuove risposte ai bisogni avendo sempre come obiettivo il recupero del potenziale e l’emancipazione della persona in difficoltà.
Ridurre lo spazio del disagio significa anche aumentare la coesione sociale e dunque la vivibilità della città e quindi la sicurezza, che non è legata solo all’ordine pubblico, ma a una serie complessa di fattori che vanno dall’urbanistica al decoro, dall’intensificazione della vigilanza alla prevenzione della devianza, delle dipendenze e dell’emarginazione.

Con questa seduta il Consiglio comunale inizia un periodo denso e impegnativo perché il normale percorso di programmazione, che ha solitamente il suo avvio con l’approvazione delle Linee programmatiche di mandato, è accelerato e affollato di scadenze. Infatti, a causa del rinvio delle elezioni comunali dovuto alla pandemia, la presentazione dei diversi documenti di programmazione è quasi contestuale: da qui a fine anno quest’aula dovrà infatti discutere anche il Documento unico di programmazione (Dup), che traduce gli obiettivi strategici in obiettivi operativi e dunque in impegni di spesa, e il Bilancio di previsione 2021-2023.
A questo proposito vale la pena soffermarsi sull’aspetto procedurale con una breve annotazione esplicativa. Con la cosiddetta “armonizzazione contabile” introdotta dalla legge 118 del 2011 (recepita dalla legge provinciale numero 18 del 2015), non sono più le linee programmatiche a dover indicare nel dettaglio obiettivi operativi, tempi e risorse disponibili: questo compito è infatti demandato al Dup, documento di programmazione strategica, adottato dai Comuni trentini a partire dal 2017, dal quale derivano tutti gli altri documenti di programmazione. Andranno dunque aggiornati di conseguenza gli strumenti di regolamentazione del Consiglio comunale, che fanno ancora riferimento alla normativa precedente alla legge del 2011.
Chiarita la questione, eminentemente tecnica, riteniamo utile evidenziare come il susseguirsi di scadenze vincolanti imponga a noi tutti di lavorare e collaborare in maniera efficiente perché dobbiamo con ogni mezzo evitare il rischio dell’esercizio provvisorio, che – come ben sapete – ingesserebbe l’azione amministrativa negli importantissimi primi mesi del prossimo anno. Sarebbe un’eventualità tragica in un periodo in cui al Comune sono richieste velocità ed efficacia nella risposta ai tanti problemi della cittadinanza.
Vogliamo sottolineare che il ritiro degli emendamenti al testo delle Linee programmatiche, avvenuto al termine di un confronto non privo di asprezze, impegna comunque la Giunta a vagliare con attenzione le proposte, confluite in più ordini del giorno, elaborate dai consiglieri che siedono sui banchi dell’opposizione. Cosa del resto già avvenuta in questo scampolo di Consiliatura in altre occasioni: per esempio quando il Consiglio comunale ha votato compatto l’istituzione dell’unità cinofila o l’ordine del giorno sul Recovery Fund o quando è stata accolta la proposta di potenziare la struttura che si occupa di progetti europei. Solo ieri sera, quest’Aula ha di nuovo dimostrato di saper guardare le questioni nel merito, senza pregiudiziali ideologiche, quando ha deciso all’unanimità lo stralcio della discarica di Sardagna e ha sostenuto l’idea di portare in tutte le Circoscrizioni la “panchina rossa”, simbolo del contrasto alla cultura violenta che umilia, ferisce e uccide le donne. L’appartenenza a campi politici contrapposti non è stata e non può essere un ostacolo alla convergenza su temi di comune interesse e, più in generale, al superamento di uno stato di tensione permanente che, soprattutto in questa fase, risulterebbe incomprensibile ai cittadini e rallenterebbe in modo intollerabile la struttura comunale. Del resto, quando parliamo di sostenibilità istituzionale, facciamo riferimento anche alla nostra capacità di far funzionare le istituzioni, che sono non solo lo spazio del confronto e del dibattito democratico, ma anche il luogo della scelta e della deliberazione. Va dunque riconosciuto questa sera l’atto di responsabilità compiuto dalle opposizioni, grazie al quale trasmettiamo l’immagine di un consiglio comunale che all’occorrenza sa superare gli interessi di parte in nome di un interesse generale e superiore: quello della città.

Care colleghe consigliere, cari colleghi consiglieri
Governare in tempi come questi non è un’impresa facile. Perché ci troviamo sulla linea di fuoco delle grandi questioni contemporanee, perché dobbiamo cercare soluzioni locali a problemi di portata globale, dalla pandemia alle nuove povertà, dall’immigrazione al degrado ambientale. Amministrare è sempre più difficile anche perché la fiducia nell’arte di governare è in costante declino, come se fossimo tutti disillusi sulla reale capacità di incidere della politica. E il passo che separa la disillusione e la sfiducia dalla paura e dall’angoscia è, come già abbiamo visto in qualche occasione, brevissimo. La conseguenza di questa deriva è quell’atteggiamento che Zygmunt Bauman definisce mixofobia: paura diffusa del nuovo, di ciò che è diverso e sconosciuto, di ciò che va oltre la nostra biografia, la nostra famiglia o, al massimo, il nostro vicinato. Esattamente l’atteggiamento che noi amministratori dobbiamo evitare, chiamati come siamo a cercare soluzioni nuove e a prefigurare modelli urbani più equi e sostenibili.
A chi ritiene che le forze globali siano soverchianti, che l’unica strategia utile sia quella di alzare di nuovo le mura delle città, possiamo rispondere che a chiederci il cambiamento sono le centinaia di migliaia di ragazzi del movimento Fridays for future, che ci ricordano la nostra responsabilità verso il pianeta e le nuove generazioni; è chi si batte per il riconoscimento dei diritti e per la giustizia sociale; siamo noi tutti quando diciamo che il vecchio mondo non ci basta più, anche se ancora non riusciamo a intravvedere la forma di quello nuovo. E se è vero, come sosteneva Piero Gobetti, che “nessun cambiamento può avvenire se non parte dal basso”, è da qui, da questa preziosa mobilitazione più o meno appariscente, che prenderà forma il cambiamento di cui Trento vuole essere fin da subito parte attiva.

 

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Grazie a tutti per l’attenzione
Franco Ianeselli