COMUNE DI TRENTO * 25 APRILE: ANDREATTA, « NON È SOLO UNA FESTA, È ANCHE UN GRIDO D’ALLARME INDIRIZZATO A TUTTI COLORO CHE HANNO A CUORE LE SORTI DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA »

Saluto le autorità e tutti i presenti, in particolare la moglie e i figli di Ferdinando Tonon, la cui figura esemplare di antifascista, partigiano, uomo delle istituzioni, sarà ricordata nel corso di questa cerimonia.

Il 25 aprile è la festa della vittoria dell’antifascismo e della Resistenza democratica: quella vittoria che ha reso possibile la nostra Repubblica, imperfetta eppure migliore di qualsiasi altro sistema di governo l’Italia abbia avuto nella sua storia. Però vorrei iniziare questo breve intervento non dal felice epilogo, ma dalla tragedia che l’ha preceduto, ovvero dal fascismo e dai suoi crimini.

“Il fascismo ha fatto anche cose buone” è il ritornello che, più volte e da più parti, abbiamo sentito negli ultimi mesi. E dunque, in nome di qualche merito presunto (si citano immancabilmente i treni in orario, le bonifiche delle paludi, il pareggio di bilancio), il regime fascista andrebbe riabilitato, forse addirittura perdonato e rilegittimato come fosse un’esperienza politica qualsiasi e non la notte più nera dell’ultimo secolo di storia italiana.

A queste affermazioni, per quanto mi riguarda, si può rispondere in un solo modo. Con la storia, con i fatti, con le cifre, con i nomi. Per esempio con i 320 mila soldati italiani morti nei vari fronti della seconda guerra mondiale e gli altrettanti feriti e mutilati, con gli oltre 600 mila prigionieri, le migliaia di vittime civili, le città ridotte in macerie.

Oppure con i massacri, gli stupri, le esecuzioni, le deportazioni ai danni delle popolazioni libiche, che alla fine del periodo coloniale contarono 120.000 vittime civili dell’esercito fascista; con le tonnellate di gas asfissianti lanciate dall’aviazione di Mussolini sulla popolazione etiopica; con le centinaia di monaci cristiani di rito copto trucidati a Debre Libanos; con le migliaia di etiopi deportati e uccisi nel campo di sterminio di Danane, in Somalia dove, esattamente come nei lager nazisti, si facevano esperimenti su cavie umane e si nutrivano gli internati con gallette miste a vermi. Si deve rispondere con i nomi di Giacomo Matteotti, Carlo e Nello Rosselli, dei sette fratelli Cervi, di Mario Pasi, di Giannantonio Manci, di Ancilla Marighetto, di Clorinda Menguzzato e delle migliaia di oppositori uccisi, picchiati, mandati al confino.

Che aggiungere? L’alleanza con Hitler, il manifesto della razza, l’espulsione degli ebrei dalle scuole di ogni ordine e grado, la Risiera di San Sabba, il campo di Fossoli e le decine di campi di concentramento e transito in suolo italiano. Chi l’ha detto che l’antisemitismo fascista era una copia debole e benevola di quello di Hitler? Ricordiamoci che fu proprio Mussolini, nel 1938, a esortare: “Bisogna reagire contro il pietismo del povero ebreo”.

Mi fermo qui con la contabilità dell’orrore. Ma ogni storico potrebbe parlare per giorni dei crimini di un regime che sdoganò i peggiori istinti del popolo italiano e li fece diventare programma di governo. Dunque la frase “il fascismo ha fatto anche cose buone” non è solo un oltraggio ai martiri dell’antifascismo, è anche falsa e insensata: perché a ispirare la politica fascista fu un’ideologia violenta, razzista, autoritaria, che faceva dell’arbitrio e dell’abuso la norma, la sua ragion d’essere, la sua essenza.

Sandro Pertini, nel lontano 1946, già si chiedeva con amarezza: “Verrà il giorno in cui dovremo vergognarci di aver combattuto contro il fascismo, e costituirà colpa l’essere stati in carcere e al confino?” Non so dire se quel giorno temuto dall’indimenticato presidente della Repubblica sia davvero arrivato. Di sicuro in questi ultimi anni il fascismo è stato spesso banalizzato e, di contro, l’antifascismo infamato. Il negazionismo e la rimozione hanno trasformato il fascismo latente – il fascismo “autobiografia di una nazione” di cui parlava Gobetti – in un fiume carsico, che è emerso in superficie all’improvviso e ci ha colti tutti di sorpresa con manifestazioni che credevamo archiviate: l’antisemitismo di ritorno, il razzismo, la xenofobia e l’omofobia, ma anche la nostalgia dell’autoritarismo, lo sciovinismo, la riesumazione di simboli e parole d’ordine in voga nel Ventennio.

Per tutti questi motivi, la celebrazione di questo 25 aprile assume un carattere particolare: non è solo una festa, è anche un grido d’allarme indirizzato a tutti coloro che hanno a cuore le sorti della nostra democrazia. E’ un’esortazione a fare manutenzione della nostra storia, e dunque a studiarla nuovamente e a insegnarla ai nostri figli. E’ un invito a difendere i valori nati dalla Resistenza, non solo la democrazia e il pluralismo ma anche la tolleranza e quella solidarietà a cui i padri costituenti hanno dedicato l’articolo due della nostra Costituzione.

Permettetemi di concludere con una citazione dagli scritti di Norberto Bobbio, che sembra essere stata scritta per questo nostro tempo: “La Resistenza non è finita. […] Per capire la Resistenza, direi che bisogna prima di tutto sgombrar la nostra mente da un equivoco: che da essa dovesse nascere, tutto d’un pezzo, il nuovo Stato italiano. A coloro che non vogliono più saperne della Resistenza perché in Italia le cose non vanno come dovrebbero andare, c’è da rispondere che la nostra non sempre lieta situazione presente dipende da una ragione soltanto: che non abbiamo ancora appreso tutta intera la lezione della libertà. E siccome l’inizio di questo corso sulla libertà è stata la Resistenza, si dovrà concludere che i nostri malanni, se ve ne sono, non dipendono già dal fatto che la Resistenza sia fallita, ma dal fatto che non l’abbiamo ancora pienamente realizzata”.

Buona Resistenza e buona festa del 25 aprile a tutti voi