La Funzione pubblica Cgil, col segretario generale Luigi Diaspro e la referente per le case di riposo Roberta Piersanti, ha analizzato a tappeto la situazione delle rsa, riscontrando casi problematici e rilevando, su tutto, la mancanza di un protocollo univoco.

Riscontriamo, a macchia di leopardo, gravi carenze sui dispositivi di protezione. Fino a qualche giorno fa, nella Rsa della Solatrix di Rovereto venivano lavati e riutilizzati i camici monouso; fino al nostro intervento alla Sacra Famiglia di Rovereto le mascherine in dotazione non erano quelle chirurgiche; a Nomi le mascherine Ffp2 fornite agli oss sono di un’unica taglia e a chi ha il viso più minuto deve accettare la diminuzione dell’effetto filtrante. I decessi sono superiori ai numeri diffusi e il confronto 2019 – 2020 lo dimostra.

Indicazioni contraddittorie e procedure diverse non solo tra strutture ma anche tra reparti di una stessa Rsa; dall’Azienda sanitaria manca una guida unitaria. Neppure le operazioni più semplici seguono un’identica procedura: la rilevazione della temperatura viene effettuata a tutti i dipendenti e ospiti a inizio turno in alcune strutture; altre richiedono ai lavoratori un’autocertificazione; altre rilevano la temperatura dei soli ospiti; alcune non fanno nulla.

Il direttore della Casa di riposo di Storo, candidamente ci scrive «Non esiste, a oggi, un manuale contenente la procedura per affrontare passo a passo questa calamità e proprio per questo motivo ogni giorno il gruppo di lavoro della Apsp (composto dal direttore, dal funzionario amministrativo, dal medico coordinatore, dal responsabile della qualità e dal coordinatore socio assistenziale) si trova a dover valutare le proprie strategie comparandole con quelle adottate da altri Enti con l’unico scopo di cercare la migliore soluzione possibile compatibilmente con le risorse disponibili». È ammissibile che la scelta delle strategie da adottare sia stata e ancora oggi resti demandata alle capacità e alla buona volontà del direttore e di un gruppo di lavoro composto da un unico medico e da personale amministrativo che confrontano le proprie soluzioni con quelle delle vicine Apsp?

Gli anziani sono deceduti in solitudine, gli operatori si sono ammalati e con essi i propri familiari. Una Oss ci ha confidato che ha contagiato la figlia e ha rischiato di perdere il marito, finito in rianimazione. Forse le Rsa sono strutturalmente inadatte a gestire epidemie, ma una concausa è rinvenibile anche nella gestione “casalinga”. In quasi tutte c’è un andirivieni di ospiti da zone “rosse” a zone “pulite” e ci sono anche situazioni paradossali per cui se in una stanza ci sono 4 ospiti e 2 risultano negativi al tampone, si ritiene legittimo considerare sani anche gli altri due.

Nel Bleggio è stato creato un nucleo “giallo” per la quarantena. Salvo recenti interventi correttivi che non conosciamo, in questo reparto ove si sono registrati anche decessi per Covid 19, ci finivano anche gli asintomatici “a rischio”, che dopo alcuni giorni, se non sviluppavano sintomi, venivano ritenuti sani e senza tampone portati nella zona “pulita”, ove il personale lavora con mascherine chirurgiche. La zona “rossa” di Nomi veniva pulita da operatori che poi si occupavano anche della zona “sana” e nella maggior parte delle strutture chi lavora di notte entra ed esce dalla zona rossa, non essendo possibile compartimentare i nuclei anche di notte.

In tutto questo il Sindacato è stato tenuto a debita distanza: né il tavolo sicurezza Covid per le Rsa né il Protocollo sull’impiego del personale del terzo settore nelle Case di riposo hanno consentito un’interlocuzione vera su dispositivi, procedure, misure sanitarie e di sicurezza, neppure per l’istituzione delle strutture intermedie. Chi lavora in prima linea e rileva le smagliature nelle procedure adottat