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ARCIDIOCESI TRENTO * OMELIA IV DOMENICA PASQUA – (MESSA A PORTE CHIUSE IN STREAMING): TISI, « GESÙ CI INVITA A “RALLEGRARCI PERCHÉ I NOSTRI NOMI SONO SCRITTI NEL CIELO” »

Omelia Quarta Domenica di Pasqua (Messa celebrata a porte chiuse e trasmessa in streaming).

Insultato, non rispondeva con insulti. (1Pt 20,23)
Le parole della prima lettera di Pietro sono quanto mai efficaci per metterci al riparo dal pericolo altissimo – complice la fatica del vivere in isolamento – di far prevalere la rabbia che arriva fino agli insulti. Corriamo così il rischio di vanificare i segni di risurrezione, fatti di gratuità, dedizione senza risparmio, condivisione del dolore e riscoperta della forza della Parola e della preghiera, che hanno accompagnato questi giorni amari.

L’invito, anche per noi, ci ricorda ancora Pietro, è “vivere per la giustizia”. Nel concreto: avere come obiettivo della vita l’essere vincolati all’altro, percepirne la presenza non come un optional, ma una necessità. I suoi atti sono essenziali ai miei; la mia vita è essenziale alla sua. Nessuno può salvarsi da solo, la forma più alta della libertà è la solidarietà. Non ci sono alternative alla fratellanza, pena tornare alla dittatura dell’”io”, con conseguente disgregazione del corpo sociale. In questo momento di ripartenza, di tutto abbiamo bisogno tranne che del ritorno a una vita dove a dettare le danze siano, per l’ennesima volta, le istanze del nostro ego. La Chiesa e le nostre comunità non sono per nulla esenti da questa tremenda eventualità.

Come è possibile attraversare la vita perseguendo questo modello di “giustizia”? La stupenda pagina evangelica con l’immagine della porta e del pastore ci mette sulle tracce di una possibile risposta.

Per cogliere la forza di queste immagini, è utile sapere che in Israele, al tempo di Gesù, più pastori erano soliti chiudere i loro greggi in un unico recinto. Al mattino, ogni pastore gridava il suo richiamo e le pecore, riconoscendone la voce, lo seguivano.

Accanto a questa precisazione c’è un altro particolare del Vangelo estremamente rivelativo. Le pecore vengono chiamate ciascuna per nome. Un fatto del tutto inverosimile: quale pastore conosce per nome le centinaia di pecore del gregge?

In queste settimane stiamo soffrendo per tante persone che devono vivere in solitudine la malattia. Tanti sono morti senza il conforto dell’affetto dei propri cari, sono stati sepolti in solitudine. Questa resterà per sempre una ferita che non si rimargina.

Forti di questa esperienza abbiamo però toccato con mano che l’essere ricordàti, custoditi nel cuore di qualcuno, è una condizione indispensabile per dare qualità alla vita. Proprio perché Gesù ci conosce nel profondo, ci invita a “rallegrarci perché i nostri nomi sono scritti nel cielo” (Lc 20,10b), ma al contempo ci spinge fuori dal recinto perché ciascuno di noi diventi custode del nome dei propri fratelli.

Egli non è il Dio del recinto, ma il Dio che apre, fa uscire e cammina con noi. Quanto è bella una Chiesa e una comunità che conoscono e chiamano per nome. È davvero triste vedere come la Chiesa possa, al contrario, diventare luogo di conflitto e di contrapposizione. Quanto fa male vedere comunità in preda a protagonismi, tensioni e litigiosità.
Da ultimo, soffermiamoci sulla potente affermazione di Gesù: “Io sono la porta delle pecore”. (Gv 10,7)

Da domani cominceremo di nuovo a uscire di casa, incontreremo un altro mondo, non più quello di due mesi fa. Uscendo con Gesù, troveremo pascolo, vedendo nell’altro, oltre la mascherina che ne cela il volto, non un avversario di cui diffidare ma un compagno di viaggio con cui camminare. A distanziarci sarà solo lo spazio fisico, non altro.

 

+ arcivescovo Lauro

 

 

Foto: archivio Opinione