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Riceviamo e pubblichiamo integralmente:

Omelia Pasqua di Risurrezione, domenica 21 aprile 2019 – cattedrale di Trento.

Nella storia manca un corpo al bilancio della violenza; manca un corpo alla contabilità della morte. Il violento non avrà per sempre ragione della sua vittima.

Che cosa sopravvive del sacrificio invisibile di ogni giorno, della dedizione generosa per gli altri, del meglio di ognuno di noi buttato nel terreno dell’esistenza? La memoria di chi resta, sembra essere una risposta abbastanza convincente.

La testimonianza evangelica osa molto di più, va oltre e racconta di un uomo che si è visto restituire quello che per amore ha accettato di perdere. Il suo volto ha i lineamenti di Gesù di Nazareth.

L’audacia di quest’affermazione, riportata dall’evangelista Giovanni, è custodita nelle fragili parole umane di chi ha mangiato e bevuto con lui.

È affidata a racconti di vita scarni, essenziali, che non hanno alcun intento propagandistico o necessità di fornire prove scientifiche.

Senza imbarazzo veniamo a contatto con lo sconcerto di Maria di Magdala e la concitazione dei discepoli. Nel racconto evangelico non troviamo secondi fini, parole persuasive. Fragili testimoni, la tomba vuota, i teli ripiegati bastano per attestare, con incredibile semplicità, la Risurrezione.

Il Risorto dice la nostra grandezza. Se Cristo è risorto, davvero grande è l’uomo.

Siamo molto di più dei nostri profili digitali, dei like sulle pagine social, della reputazione mediatica. Siamo dono, gesto di tenerezza, spazio di riconciliazione, slancio di gratuità. In una parola: siamo terra buona, siamo scintilla e indizio di Dio.

La Risurrezione, mentre proclama la bellezza e la forza del Dio cristiano, è un inno meraviglioso alle possibilità dell’umano.

Da quel giorno sappiamo che ogni lacrima versata, ogni gesto di fraternità regalato, un semplice bicchiere d’acqua donato, strappa la vita alla morte e prepara futuro.

Per la nostra Chiesa questa è l’ora di entrare nel sepolcro vuoto e, da increduli, divenire credenti.

L’urgenza vera della nostra Chiesa è rimanere irriducibilmente aggrappati alla consapevolezza, mentre la storia vorrebbe negarlo, che sono ancora davvero grandi le potenzialità in mano agli uomini e alle donne di stare nel mondo diffondendo il profumo di una vita buona e bella.

Il rischio grande che oggi la nostra Chiesa corre è rimanere schiacciata dalla propria fragilità e debolezza, circondata dalla violenza, dal pessimismo dilagante.

Cristo è risorto e possiamo, ogni giorno, risorgere con Lui. Nella fedeltà al quotidiano, la risurrezione ha il sapore dell’onestà, del rispetto della parola data, del pensare non all’interesse di oggi ma a quello di domani, del piegarsi sul volto di chi fa più fatica, della capacità di uscire dalla spirale della ritorsione e dell’offesa.

Questo è l’augurio più bello per dirci buona Pasqua!