LANCIO D’AGENZIA

Terrorismo: Salvini, stop a tutti gli sbarchi. “Rischio terrorismo è altissimo: dopo gli arresti e la denuncia di Frontex sulla possibilità che ci siano infiltrati tra chi sbarca, chiediamo un intervento immediato, un controllo ferreo di tutti i nostri confini via mare e terra e la sospensione di qualsiasi ulteriore sbarco sulle nostre coste”

Così il segretario della Lega e leader del centrodestra Matteo Salvini.

Le strutture al top in Trentino Alto Adige sono il Presidio Ospedaliero Santa Chiara di Trento, l’Ospedale Centrale Bolzano, l’Ospedale Aziendale di Merano e il Presidio Ospedaliero Santa Maria del Carmine di Rovereto.

La scelta dell’ospedale in cui far nascere il proprio bambino è un argomento che sta molto a cuore alle donne. Se, da un lato, il loro primo desiderio è che il bebè nasca sano, dall’altra tutte vorrebbero anche vivere il travaglio e il parto in maniera positiva, sentirsi ascoltate dal personale ospedaliero e rassicurate che tutto si stia svolgendo per il meglio.

Ognuna ha delle aspettative precise: c’è chi vorrebbe poter contare con certezza sull’analgesia epidurale e chi spera di poter fare il travaglio in acqua. Nel soddisfacimento delle richieste, molto dipende dall’andamento della gravidanza e dalle concrete possibilità della struttura che deve, prima di tutto, garantire un parto in sicurezza. Orientarsi verso un ospedale piuttosto che un altro, in base alle proprie condizioni di salute e alle personali priorità, può però fare la differenza.

“Le autorità ministeriali hanno stabilito alcuni punti fermi che consentano di valutare la bontà di una struttura. In base all’Accordo Stato Regioni del 2010, i punti nascita devono eseguire almeno 1000 parti annui.

I volumi di attività possono avere, infatti, un rilevante impatto sull’efficacia degli interventi e sull’esito delle cure, come dimostrato dalle evidenze scientifiche”, spiega Elena Azzolini, medico specialista in Sanità Pubblica e membro del comitato scientifico di https://www.doveecomemicuro.it/. “Altro elemento importante è la giusta proporzione di tagli cesarei, indice di adeguatezza delle cure.

Il parto cesareo rispetto a quello naturale comporta maggiori rischi per la donna e per il bambino e dovrebbe essere effettuato solo in presenza di indicazioni specifiche. I valori massimi fissati dal Ministero della Salute, al riguardo, sono: 25%, per i punti nascita che effettuano più di 1000 parti all’anno, e 15% per quelli che ne eseguono meno di 1000”.

 

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La fotografia della realtà nazionale
Quanti sono gli ospedali che rispettano le soglie stabilite dalle autorità ministeriali? In base al Pne 2017 (Programma Nazionale Esiti gestito dall’Agenas per conto del Ministero della Salute), delle 461 strutture che eseguono parti, solo il 38% effettua almeno i 1000 parti annui richiesti: il 43% si trova al nord, il 22% al centro e il 34% al sud. Di quelli che raggiungono la quota minima stabilita, poi, solamente il 58% rispetta anche il valore di riferimento per quanto concerne la percentuale di tagli cesarei (che dev’essere inferiore- uguale al 25%): il 63% si trova al nord, il 19% al centro e il 18% al sud.

 

 

 

 

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Tagli cesarei: interventi inutili in calo
Quanto alla quota annuale di cesarei, l’Italia è tra i Paesi europei che ne eseguono di più. Negli ultimi anni, però, la situazione è migliorata: i tagli cesarei primari sono passati dal 29% del 2010 al 24,5% del 2016, il che si traduce in 58.500 donne a cui è stato evitato l’intervento.

D’altra parte, resta un notevole divario tra Nord e Sud, con le regioni meridionali che faticano maggiormente a rispettare i valori soglia fissati dalle autorità ministeriali. A fronte del dato medio nazionale del 24,5% si osserva, inoltre, una notevole variabilità intra e interregionale, con valori per struttura che vanno da un minimo del 6% a un massimo del 92%.

 

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Punti nascita sotto i 500 parti annui: sono ancora troppi
Altro tasto dolente riguarda il numero di punti nascita che eseguono meno di 500 parti all’anno e che, in base all’accordo Stato-Regioni del 2010, dovrebbero essere già chiusi. Sebbene siano calati di numero (passando da 155 nel 2010 a 97 del 2016) sono ancora il 21% del totale (dal conteggio sono state escluse le strutture che effettuano meno di 10 parti annui): il 37% si trova al nord, il 20% al centro e il 43% al sud.

Queste strutture eseguono appena il 5,7% dei parti e, in proporzione, effettuano un numero di tagli cesarei più elevato rispetto ai grandi centri: solo il 7%, infatti, rispetta il valore di riferimento per quanto concerne le percentuali di interventi (che dovrebbe mantenersi inferiore-uguale al 15%): l’86% si trova al nord, il 14% al centro e lo 0% al sud.

“La valutazione rischi-benefici, in situazioni svantaggiate come queste, può giustificare un maggior numero di cesarei. Detto questo, l’ideale sarebbe accorpare i punti nascita che eseguono meno di 500 parti all’anno, offrendo servizi più ampi e maggiori garanzie alle donne che devono partorire”, dice Luigi Frigerio, Primario di Ostetricia e ginecologia e Direttore del Dipartimento materno infantile pediatrico dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, struttura che oltre a eseguire un alto numero di parti annui vanta anche una bassa percentuale di tagli cesarei. “Certamente vanno considerate alcune lodevoli eccezioni rappresentate da alcuni ospedali situati nelle valli o in montagna, con i quali la politica sanitaria deve inevitabilmente fare i conti”.
Come orientarsi nella scelta dell’ospedale?

“Se la gravidanza è fisiologica, ci si può affidare anche a strutture periferiche. Quando, però, emergono elementi di patologia a carico della donna o del nascituro è importante puntare su centri di secondo livello che dispongono di tutte le strumentazioni necessarie per fronteggiare le emergenze”, spiega Luigi Frigerio.

Altri elementi importanti da valutare al momento di decidere (oltre al numero minimo di parti eseguiti in un anno e alla giusta proporzione di cesarei) sono: la disponibilità dell’analgesia epidurale 24 h su 24 7 giorni su 7, della Terapia Intensiva Neonatale, del servizio di rooming-in (cioè la possibilità di tenere il neonato in camera con sé 24 ore su 24) o della vasca per il parto in acqua. Inoltre, la possibilità di richiedere la raccolta del sangue del cordone ombelicale o, ancora, la presenza dei Bollini Rosa di Onda (da 1 a 3), che segnalano l’attenzione per le esigenze femminili.

Tutte queste informazioni sono presenti nel portale https://www.doveecomemicuro.it/. Per confrontare le strutture e assicurarsi la disponibilità di uno di questi servizi è sufficiente inserire nel “cerca” la parola chiave desiderata, ad esempio “parto” o “epidurale”, e selezionare la voce che interessa tra quelle suggerite: in cima alla pagina dei risultati compariranno i centri ordinati per numero di casi trattati, per vicinanza o in base ad altri criteri selezionabili.
Il semaforo verde indica il rispetto della soglia ministeriale mentre una barra di scorrimento mostra il posizionamento delle singole strutture nel panorama nazionale.

La valutazione viene fatta considerando indicatori istituzionali di qualità come, appunto, i volumi di attività e il rispetto della giusta proporzione di parti cesarei (dati validati e diffusi dal Pne – Programma Nazionale Esiti gestito dall’Agenas per conto del Ministero della Salute).

 

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CLASSIFICA REGIONALE STILATA PER VOLUME DI PARTI
(Fonte: PNE 2017)

Le strutture pubbliche o private accreditate che nella Regione effettuano parti sono 12. Il 33% rispetta il valore di riferimento fissato a 1000 parti mentre il 50% non rispetta il valore minimo di 500 parti l’anno.

Le strutture che in Trentino Alto Adige effettuano un maggior numero di parti sono:

1. Presidio Ospedaliero Santa Chiara di Trento (n° parti: 2451)

2. Ospedale Centrale Bolzano (n° parti: 1788)

3. Ospedale Aziendale di Merano (n° parti: 1346)

4. Presidio Ospedaliero Santa Maria del Carmine di Rovereto (n° parti: 1224)

Queste strutture, oltre a raggiungere performance molto alte per quanto riguarda il numero di parti (che deve mantenersi maggiore-uguale a 1000), rispettano i valori di riferimento anche per quanto concerne le percentuali di tagli cesarei (che devono mantenersi inferiori-uguali al 25%).
Tutte le strutture della regione Trentino Alto Adige rispettano i valori di riferimento quanto a tagli cesarei.

Sono 28 i progetti in corso di realizzazione nell’anno del decennale del progetto Tu Sei : iniziativa nata per favorire la collaborazione tra scuola e impresa, frutto di un protocollo d’intesa sottoscritto dalla Provincia autonoma di Trento e Confindustria Trento.

Per fare il punto sullo stato di avanzamento dei lavori e condividere i dettagli legati alla presentazione dei progetti, dirigenti e docenti degli Istituti scolastici trentini hanno incontrato oggi imprenditori e dirigenti delle aziende associate a Confindustria Trento impegnate nelle attività.

“Tu Sei è un esempio eccellente e collaudato, basato su modelli innovativi che hanno l’obiettivo di accorciare la distanza di questi mondi e puntano a formare i giovani per un futuro nel quale possano valorizzare il proprio talento – ha detto Stefania Segata, presidente del gruppo Giovani imprenditori di Confindustria Trento e componente del consiglio di presidenza con delega a capitale umano, giovani e formazione -.

Il valore delle nostre realizzazioni non è passato inosservato, visto che da tre anni stiamo conquistando anche importanti premi nazionali nell’ambito del premio Didattiva, promosso da Confindustria e dal Miur”.

L’appuntamento si è tenuto presso l’azienda associata Printer Trento Srl, realtà di successo nel mondo delle arti grafiche: l’incontro è stato dunque anche l’occasione per una visita guidata allo stabilimento.

Il tradizionale evento finale, con la premiazione delle migliori realizzazioni, è in programma il prossimo 24 maggio.

Federico Fornaro di Liberi e Uguali (Leu) Capogruppo ad interim del Gruppo Misto della Camera – Manfred Schullian assume intanto la guida della componente Svp/Patt.

In occasione della costituzione del Gruppo Misto della Camera Federico Fornaro di Liberi e Uguali – il gruppo numericamente più consistente all’interno del Gruppo Misto – è stato eletto all’unanimità come Capogruppo ad interim.

Leu comunque punta al riconoscimento come Gruppo autonomo in base ad una deroga da parte dell’Ufficio di Presidenza, come previsto nel regolamento della Camera. Fino a tale riconoscimento Leu ha offerto, su richiesta dei membri del Gruppo Misto, la Presidenza ad interim.

Si sono già avviate le consultazioni su chi assumerà la Presidenza del Gruppo Misto dopo l’uscita di Leu. Anche la componente Svp/Patt resta in lizza, nominando nel frattempo Manfred Schullian alla propria guida. In questo ruolo il deputato parteciperà alle consultazioni per la formazione del Governo.

Il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele resta aperto anche nel giorno di Pasqua e per il lunedì dell’Angelo, 2 aprile. Occasione propizia per visitare il Museo con le nuove sale dedicate ai riti dell’anno.

Il ricco percorso espositivo del Museo attraversa ben 43 sale, snodandosi dal basso verso l’alto, in 25 diverse sezioni. Con più di 12.000 oggetti esposti, tra i quali spiccano le grandi macchine ad acqua, mulino, fucina e segheria veneziana, il Museo si distingue per l’attenzione che dedica al sistema agrosilvopastorale della montagna trentina e alle lavorazioni artigiane di supporto al mondo contadino – legno, ferro, rame, ceramica, tessuti – fino alle testimonianze della religiosità, della musica e del folklore.

Da poco inoltre è stato inaugurato il nuovo allestimento della sezione dedicata a “I riti dell’anno”, che viene a completare organicamente il percorso ideato cinquant’anni fa da Giuseppe Šebesta, fondatore del Museo.

Le nuove sale sono dedicate al ricco repertorio delle ritualità tradizionali che ancora hanno luogo nelle valli del Trentino, particolarmente nella stagione invernale: il lungo momento dell’anno che va dalle celebrazioni novembrine dei Santi fino ai riti della “chiamata di marzo”, passando per il periodo natalizio e naturalmente il carnevale, per arrivare ai riti della Settimana Santa con la vetrina dedicata a raganelle e battole che venivano usate dai bambini per annunciare le cerimonie religiose nei giorni immediatamente precedenti la Pasqua, durante i quali le campane venivano legate in segno di lutto.

 

Nel 2017 ben 13 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi per motivi economici, per le lunghe liste di attesa o perché non si fidano del sistema sanitario della loro regione. Oltre 320 mila “viaggi della speranza” dal Sud con bilanci in rosso per ben 1,2 miliardi di euro. Cresce la “democrazia sanitaria”: 357 milioni di euro pari ad un incremento del 15% rispetto al 2016. Litigare nel comparto sanitario è costato quasi 500 mila euro al giorno. Il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio: «Razionalizzare la mobilità senza prima valorizzare le strutture sanitarie al Sud minerebbe il diritto alla salute principalmente dei cittadini meridionali». é quanto emerge dall’IPS, l’Indice di Performance Sanitaria realizzato, per il secondo anno consecutivo, dall’Istituto Demoskopika.

È l’Emilia Romagna, la regione in testa per efficienza del sistema sanitario italiano, strappando la prima posizione al Piemonte, mentre Sicilia e Molise si collocano in coda tra le realtà “più malate” del paese. In totale sono sei le realtà territoriali definite “sane”, nove le aree “influenzate” e cinque le regioni “malate”. Crolla il Piemonte che precipita di ben 10 posizioni rispetto all’anno precedente, collocandosi nell’area delle regioni “influenzate”. Entrano, inoltre, nell’area delle realtà sanitarie d’eccellenza, Marche, Veneto, Toscana e Umbria. Al Sud la migliore perfomance spetta alla Puglia, all’Abruzzo e alla Basilicata che migliorano la loro “condizione”, rispetto all’anno precedente, lasciando l’area dei sistemi sanitari locali più sofferenti. La Calabria abbandona, per la prima volta, l’ultima posizione tra le realtà “malate” collocandosi immediatamente al di sopra di Sicilia e Molise.

Nel 2017, inoltre, ben 13,5 milioni di italiani, pari al 22,3%, hanno rinunciato a curarsi per motivi economici, per le lunghe liste di attesa e perché, non fidandosi del sistema sanitario della regione di residenza, non hanno potuto affrontare i costi della migrazione sanitaria ritenuti troppo esosi. Un comportamento ancora significativamente preoccupante nonostante una rilevante contrazione rispetto al 2016 pari all’11,8%.

é quanto emerge dall’IPS, l’Indice di Performance Sanitaria realizzato, per il terzo anno consecutivo, dall’Istituto Demoskopika sulla base di otto indicatori: soddisfazione sui servizi sanitari, mobilità attiva, mobilità passiva, risultato d’esercizio, disagio economico delle famiglie per spese sanitarie out of pocket, spese legali per liti da contenzioso e da sentenze sfavorevoli, costi della politica e speranza di vita.

Lo studio – commenta il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio – conferma alcune dicotomie persistenti nell’analisi dei sistemi sanitari locali. Da un lato il permanere di una divario tra Nord e Sud, nonostante qualche miglioramento rilevato in alcune realtà meridionali e, dall’altro, la difficoltà evidente di erogare un’offerta sanitaria appropriata nel rispetto dei vincoli dell’efficienza condizionata dalle risorse scarse disponibili. Non va sottovalutato, inoltre, il recente orientamento della Conferenza delle Regioni di contenere la mobilità sanitaria che potrebbe alimentare il divario esistente tra le diverse offerte sanitarie locali. Ulteriori tagli alla mobilità sanitaria, infatti, – precisa Raffaele Rio –  immolati alla causa della razionalizzazione delle risorse e a interventi di riequilibrio, principalmente in alcune specifiche situazioni territoriali, potrebbero ripercuotersi sul diritto di scelta del luogo di cura, penalizzando fortemente le realtà del Mezzogiorno e minando al cuore il diritto alla salute dei cittadini residenti in quelle aree.

In questo quadro, la nostra analisi punta a misurare efficienza, efficacia e soddisfazione quali dimensioni della perfomance sanitaria per misurare l’andamento del comparto a livello locale prioritariamente nell’ottica dell’equità del sistema, della qualità dell’offerta erogata ai cittadini e dei miglioramenti allo stato di salute attribuibili alle azioni prodotte. Un tentativo senza alcuna pretesa di esaustività considerata l’assoluta esigenza di realizzare un attento e costante monitoraggio dei sistemi regionali, assolutamente diversi da realtà a realtà. In questa direzione – conclude Raffaele Rio – l’analisi di Demoskopika, giunta al sua terza edizione, punta ad offrire agli amministratori un indice sintetico di confronto tra sistemi e ai cittadini uno strumento agevole per valutare se e in che modo la programmazione sanitaria locale riesce a  rispondere ai bisogni di salute della popolazione nelle singole realtà regionali.

 

 

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Comportamenti: oltre 13 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi, per motivi economici, lunghe liste d’attesa e sfiducia nel sistema sanitario.

Una famiglia su tre (34,3%) in Italia ha rinunciato a curarsi nel 2017. È quanto emerso dal sondaggio realizzato annualmente dall’Istituto Demoskopika ad un campione rappresentativo di cittadini. Tra i fattori principali figurano i “motivi economici” e le “lunghe liste di attesa” rispettivamente nel 10,9% e nel 9,8% dei casi. E, ancora, l’8,9% del campione intervistato ha dichiarato di non curarsi “in attesa di una risoluzione spontanea del problema” o, addirittura, per “paura delle cure” come nel 2,9% dei comportamenti rilevati. L’impossibilità ad occuparsi della propria salute o di quella di qualche suo familiare perché “curarsi fuori costa troppo, non fidandosi del sistema sanitario della regione in cui vive”, inoltre, ha rappresentato un valido deterrente per l’1,6% dei cittadini, con un picco nelle realtà regionali del Sud pari al doppio (3,1%). La paura delle cure, infine, con il 2,9% dei casi rilevati, chiude le motivazioni della rinuncia a curarsi nel 2017.

 

 

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Classifica “IPS 2018”: sei i sistemi sanitari più “sani”. Sud si conferma “malato” ma con qualche miglioramento.

È un testa a testa tra realtà del Nord e del Centro, la competizione sulla migliore perfomance dei sistemi sanitari regionali. A “condizionare” i cambiamenti nell’area “sana” della classifica dell’Indice di perfomance sanitaria dell’Istituto Demoskopika per il 2017 rispetto all’anno precedente, i miglioramenti rilevanti prioritariamente di Veneto, Marche, Umbria, Emilia Romagna e Toscana.  A guidare la graduatoria, in particolare, l’Emilia Romagna che con un punteggio pari a 646,6 conquista la vetta, spodestando il Piemonte che, con 497,4 punti, ha registrato una retrocessione di ben 10 posizioni rispetto all’anno precedente collocandosi nell’area delle regioni con un sistema sanitario “influenzato”. Seguono, tra i migliori sistemi sanitari locali, le Marche (624 punti) che, con un saldo in avanti di 5 posizioni rispetto al 2016, ottiene la seconda posizione immediatamente seguita sul podio dal Veneto con 601,9 che con un rilevante balzo in avanti di ben 7 posizioni lascia l’area delle realtà sanitaria “influenzate” conquistando l’obiettivo di sistema “sano”. Nel cluster delle migliori, ci sono anche Toscana con 591 punti, Umbria con 581,7 punti e Lombardia con 580,4 punti.

Nel gruppo, ben più consistente, delle regioni “influenzate” si collocano ben nove realtà: Friuli Venezia Giulia (552,7 punti), Trentino Alto Adige (527,4 punti), Lazio (519,8 punti), Liguria (504,6 punti), Piemonte (497,4 punti), Puglia (494,8 punti), Valle d’Aosta (467,9 punti), Abruzzo (431,3 punti) e Basilicata (405,8 punti).

Sono tutte del Sud, infine, le rimanenti regioni che contraddistinguono l’area dell’inefficienza sanitaria, dei sistemi sanitari etichettati “malati” nel ranking di Demoskopika: Campania (395,5 punti), Sardegna (384,4 punti), Calabria (348,7 punti), Sicilia (332,7 punti) e Molise (309,9 punti).

 

 

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Soddisfazione: i sistemi più apprezzati in Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Veneto.

Circa 4  italiani su 10 (36,7%) dichiarano di essere soddisfatti dei servizi sanitari legati ai vari aspetti del ricovero: assistenza medica, assistenza infermieristica e servizi igienici. Un andamento in crescita del 2,5% rispetto all’anno precedente. L’indicatore conferma un divario più che significativo tra le diverse realtà regionali. I più “appagati” vivono in Valle d’Aosta che ha ottenuto il massimo del risultato (100 punti) immediatamente seguito dal Trentino Alto Adige (90,8 punti). A seguire con una distanza significativa, Veneto (70,9 punti), Emilia Romagna (66,5 punti), Umbria (64,6 punti), Piemonte (58,5 punti), Liguria (54,4 punti), Friuli Venezia Giulia (45,4 punti), Marche (43 punti), Lazio (34, 7 punti), Toscana (33 punti) e Sardegna (32,5 punti), realtà in cui il livello medio di soddisfazione per i servizi ospedalieri, rilevata dall’Istat tra coloro che hanno subìto almeno un ricovero nei tre mesi precedenti l’intervista, oscilla tra il 50% ed il 30%. In coda alla graduatoria per il minor livello di soddisfazione, pari mediamente al 20%, si collocano le rimanete sette realtà regionali: Campania, Abruzzo, Molise, Sicilia, Puglia, Calabria e Basilicata.

 

Mobilità sanitaria attiva: Molise in testa, Sardegna in coda. Per Molise e Sardegna confermati i primati positivo e negativo relativi alla mobilità sanitaria attiva in Italia. In particolare, analizzando gli ultimi dati disponibili relativi al 2016, è il Molise, con 100 punti, a mantenere la prima posizione della graduatoria parziale relativa alla mobilità attiva, l’indice di “attrazione” che indica la percentuale, in una determinata regione, dei ricoveri di pazienti residenti in altre regioni sul totale dei ricoveri registrati nella regione stessa, e che in Molise, per l’appunto, è pari al 28%. Sul versante opposto, si colloca la Sardegna con un rapporto tra i ricoveri in regione dei non residenti sul totale dei ricoveri erogati pari all’1,5%.

In valori assoluti, sono principalmente cinque le regioni che attraggono il maggior numero di pazienti non residenti: Lombardia (163 mila ricoveri extraregionali), Emilia Romagna (109 mila ricoveri extraregionali), Lazio (78 mila ricoveri extraregionali), Toscana (69 mila ricoveri extraregionali) e Veneto (61 mila ricoveri extraregionali).

 

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Mobilità sanitaria passiva: oltre 320 mila “viaggi della speranza” dal Sud. I meridionali confermano la loro diffidenza a curarsi nelle loro realtà di regionali. In particolare, con un indice medio di “fuga”, pari al 10,4%, che misura, in una determinata regione, la percentuale dei residenti ricoverati presso strutture sanitarie di altre regioni sul totale dei ricoveri sia intra che extra regionali, il Sud si colloca in fondo per attrattività sanitaria dopo le realtà regionali del Centro con un indice di fuga pari all’8,9% e del Nord (6,8%). Ciò significa che, nei 12 mesi del 2016, la migrazione sanitaria dalle realtà regionali del meridione può essere quantificabile in oltre 321 mila ricoveri.

Come per la mobilità attiva, anche per la mobilità passiva, lo studio di Demoskopika ha generato una classifica parziale che vede collocate, nelle “posizioni estreme”, il Molise in cima per “diffidenza” con un indice di mobilità passiva pari 27,2%; sul versante opposto, i più “fedeli” al loro sistema sanitario si confermano i lombardi. La Lombardia, infatti, con appena il 4,7%, registra il rapporto minore di ricoveri fuori regione dei residenti sul totale dei ricoveri totalizzando il massimo del punteggio (100 punti).

Un quadro del “turismo sanitario” che alimenta crediti per alcuni sistemi sanitari penalizzando, in termini di debiti maturati, tutto il meridione ad eccezione del Molise. E, analizzando la situazione nel dettaglio, si parte dalla Lombardia, quale sistema più virtuoso che, nel 2017, ha attratto circa 163 mila ricoveri generando un credito, al netto dei debiti, pari a 808 milioni di euro  per finire alla Calabria, quale sistema più penalizzato, che a fronte di poco meno di 60 mila ricoveri fuori regione, ha maturato un debito pari a oltre 319 milioni di euro.

 

 

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Spese legali: “litigare” costa 480 mila euro al giorno.

Nel solo 2017, le spese legali per liti, da contenzioso e da sentenze sfavorevoli, sostenute dal comparto sanitario italiano ammontano a 175 milioni di euro, circa 480 mila euro al giorno. Sono le strutture sanitarie meridionali ad essere più litigiose concentrando oltre il 60% delle spese legali complessive, pari a ben 104 milioni di euro, seguire da quelle del Centro con 45,4 milioni di euro (26%) e del Nord con una spesa generata per 25,3 milioni di euro (14,5%). Sono Molise e Calabria a guidare la graduatoria dei sistemi sanitari pubblico più “avezzi” a contenziosi e sentenze sfavorevoli rispettivamente con una spesa pro-capite di 28,4 euro e 7,7 euro determinando esborsi in valore rispettivamente pari a 8,8 milioni di euro e 15,2 milioni di euro. Un dato ancora più rilevante se si considera che la spesa pro-capite italiana è di poco inferiore ai 3 euro. A seguire, nella parte più bassa della classifica dei più “litigiosi”, la Toscana con 6,8 euro di spesa pro-capite (25,4 milioni di euro), la Basilicata con 6,3 euro pro-capite (3,6 milioni di euro) e la Sicilia con 5,4 euro pro-capite (27,4 milioni di euro). Sul versante opposto, i meno litigiosi si sono rilevati i sistemi sanitari di Piemonte e Trentino Alto Adige con appena 0,5 euro di spesa pro-capite rispettivamente con 2 milioni di euro e 572 mila euro di spese legali.

 

 

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Efficienza sanitaria: Marche, Umbria e Basilicata le più virtuose.

Sono 9 su 20, i sistemi sanitari regionali capaci di ottimizzare le risorse finanziarie disponibili per garantire l’efficienza del comparto. In particolare, accanto ad un risultato d’esercizio in rosso complessivamente per oltre 1 miliardo di euro nel 2017, le realtà più “sane” si sono contraddistinte, al contrario, per un attivo pari a poco più di 52 milioni di euro. Una perfomance più evidente se si concentra l’attenzione sui singoli sistemi sanitari. E, infatti, spostando l’analisi a livello territoriale, si palesa maggiormente lo squilibrio economico strutturale in alcuni contesti regionali, nonostante lo strumento del piano di rientro.  E così, nel 2016 il risultato d’esercizio desumibile dal conto economico degli enti sanitari locali premia prioritariamente le Marche con un avanzo pari a 9,3 euro pro capite (14,4 milioni di euro), l’Umbria con un avanzo pari a 6,2 euro pro capite (5,5 milioni di euro) mentre relega nelle posizioni “meno virtuose” il Trentino Alto Adige con un disavanzo del sistema sanitario pari a 216,8 euro pro capite (230 milioni di euro, di cui è bene precisare solo 1,8 milioni di euro ascrivibili alla Provincia autonoma di Trento e la quota rimanente rilevante pari a 227,8 milioni di euro alla Provincia autonoma di Bolzano ), la Sardegna con un disavanzo del sistema sanitario pari a 193,5 euro pro capite (21,6 milioni di euro), la Valle d’Aosta con un disavanzo del sistema sanitario pari a 169,6 euro pro capite (321 milioni di euro) e il Molise con un disavanzo del sistema sanitario pari a 134,6 euro pro capite (42 milioni di euro).

 

 

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Efficacia sanitaria: in Trentino Alto Adige si vive più a lungo.

Lo studio di Demoskopika utilizza la speranza di vita, data dal numero medio di anni che una persona può aspettarsi di vivere al momento della sua nascita, quale indicatore per misurare l’efficacia dei sistemi sanitari regionali: più alta è la speranza di vita in una regione, maggiore è il contributo al miglioramento delle condizioni di salute dei cittadini prodotto dall’erogazione dei servizi sanitari in quel determinato territorio. Nel dettaglio, a guadagnare il podio della classifica parziale della speranza di vita, quale dimensione della perfomance sanitaria individuata da Demoskopika, si collocano il Trentino Alto Adige che con una speranza di vita media più elevata rispetto al resto d’Italia pari a 83,6 anni ottiene il punteggio massimo. Seguono Marche (91,6 punti), Umbria e Veneto a pari merito con 89,2 punti. Quattro le realtà regionali, infine, ad essere caratterizzate da una vita media più bassa: la Campania con una speranza di vita pari a 81,1 anni produce la perfomance peggiore, seguono Sicilia (30,4 punti), Valle d’Aosta (32 punti) e Calabria (49,2 punti).

 

 

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Costi politica: spesi oltre 357 milioni di euro per la “democrazia sanitaria”, +14,8% rispetto al 2016.

Mantenere il management delle aziende ospedaliere, delle aziende sanitarie e delle strutture sanitarie, più in generale, è costato oltre 357 milioni di euro nel 2017 con un incremento significativo, pari al 14,8% rispetto all’anno precedente (311 milioni di euro).

A livello locale, a emettere più mandati di pagamento, in termini pro-capite, per indennità, rimborsi, ritenute erariali e contributi previdenziali per gli organi istituzionali sono state le strutture sanitarie della Sicilia con 11,6 euro di spesa pro-capite pari a complessivi 58,4 milioni di euro. Seguono a distanza le “democrazie sanitarie” della Lombardia con 9,5 euro di spesa pro-capite (94,7 milioni di euro) e del Trentino Alto Adige con 8,5 euro di spesa pro-capite (9 milioni di euro).

Al contrario, a spiccare per maggiore “parsimonia” nell’impiego del management sanitario, le Marche con 1,4 euro di spesa pro-capite (2,1 milioni di euro), il Molise con 1,8 euro di spesa pro-capite (560 mila euro) e la Campania con 2 euro di spesa pro-capite (11,4 milioni di euro).

 

 

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Disagio economico: colpite oltre 1,5 milioni di famiglie italiane.

L’indicatore “famiglie impoverite” esprime, in termini percentuali, la quota di famiglie in condizioni di disagio economico per le spese sanitarie out of pocket (farmaci, case di cura, visite specialistiche, cure odontoiatriche, etc.). Esso aggrega sia i fenomeni dell’impoverimento sia quello delle nuove rinunce alle spese sanitarie. A finire nell’area del disagio economico, a causa delle spese sanitarie out of pocket, sono soprattutto le famiglie in Molise con una quota del 10% quantificabile in circa 13 mila nuclei familiari. Seguono la Campania con una quota del 9,9% pari a ben 225 mila famiglie,  la Calabria e la Sardegna entrambe con una quota del 9,2% coinvolgendo nel processo di impoverimento rispettivamente 67 mila e 74 mila nuclei familiari. Capovolgendo la classifica, sono Marche e Trentino Alto Adige a meritare il ranking migliore in questa graduatoria parziale dell’Indice di Performance Sanitaria (IPS 2017) di Demoskopika, con una quota percentuale, per entrambe le realtà, di appena il 2,7% di nuclei familiari in condizioni di disagio economico per le spese sanitarie out of pocket che ha coinvolto rispettivamente 17 mila e 12 mila nuclei familiari.

 

 

 

IPS Report 2018

 

 

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Ancora nel segno del ricordo di Fabrizio Frizzi la programmazione Rai di martedì 27 febbraio, con numerose trasmissioni che hanno proposto al pubblico un affettuoso omaggio al conduttore nel giorno dell’apertura della camera ardente, in viale Mazzini a Roma.

In mattinata, su Rai1, “Unomattina” ha avuto 1 milione 144 mila telespettatori e uno share del 22.1 per cento, mentre “Storie Italiane” con lo Speciale Addio Fabrizio Frizzi ha raggiunto 1 milione 494 mila spettatori e uno share del 28.5 per cento.

Nel pomeriggio, “La vita in diretta” ha avuto un ascolto complessivo di 2 milioni 430 mila spettatori e uno share del 21.1 per cento. Nella seconda parte, in particolare, i telespettatori sono stati 2 milioni 601 mila, con uno share del 22.4 per cento.

Su Rai2 la puntata speciale de “I Fatti vostri”, dedicata a Frizzi, è stata seguita da 1 milione 49 mila persone, con uno share del 10.3 per cento.

Per quanto riguarda la prima serata, su Rai1 l’amichevole di calcio Inghilterra – Italia ha fatto registrare 6 milioni 261 mila spettatori e uno share del 23.6 per cento.

Su Rai2 gli episodi della serie “Hawaii Five-0” hanno ottenuto complessivamente 1 milione 286 mila spettatori e uno share del 5.4 per cento, mentre su Rai3 “#Cartabianca” è stato visto da 1 milione 301 mila spettatori con uno share del 5.6 per cento.

Da segnalare anche, in prima serata sulle reti specializzate i film “Medicus” su Rai4 con 488 mila spettatori e il 2 per cento di share, “Passione sinistra” su Rai Movie con 438 mila e uno share dell’1.6 per cento, e “La donna che canta” su Rai5 con 269 mila e l’1.1 per cento di share.

Bene l’ascolto dell’intera giornata di Rai Yoyo con 114 mila telespettatori e l’1.1 per cento di share.

La reti Rai si aggiudicano il prime time con 10 milioni 729 mila e il 40.16 di share e l’intera giornata con 3 milioni 963 mila e il 37.8 di share.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, Generale di Squadra Aerea Enzo Vecciarelli, il seguente messaggio:

«Nel 95° anniversario della costituzione dell’Aeronautica Militare, il mio pensiero va alla Bandiera, simbolo di unità, onore e valore militare e agli aviatori di ogni ordine e grado dell’Arma Azzurra, caduti per la difesa della Patria, per la salvaguardia delle libere istituzioni democratiche e della pace.

L’Aeronautica Militare, insieme alle altre Forze Armate nazionali e a quelle dei Paesi con cui partecipiamo a missioni decise dalla comunità internazionale, offre il suo contributo per il raggiungimento ed il consolidamento della fraterna convivenza tra i popoli.

In un contesto di continue sfide agli equilibri internazionali, che in quest’inizio di millennio pongono stabilità, sicurezza e diritti umani al centro delle preoccupazioni dell’intera collettività, l’Aeronautica Militare continua a raccogliere unanime apprezzamento in Italia e all’estero grazie all’elevatissima professionalità delle proprie donne e dei propri uomini, alle loro qualità umane, all’elevata prontezza ed efficacia operativa e ai propri mezzi caratterizzati da elevate prestazioni e contenuti tecnologici.

La riconoscenza del Paese va, in particolare, a tutto il personale della Forza Armata che in questo momento è lontano dall’Italia e dai propri affetti, impegnato nelle tante missioni internazionali.

L’opera dell’Aeronautica Militare nel suo ruolo di salvaguardia dello spazio aereo a tutela della sicurezza della Repubblica, di concorso con le altre Forze Armate e Corpi Armati dello Stato alla difesa interna del territorio e di soccorso alle popolazioni colpite da calamità naturali, di raccolta ed elaborazione dati meteo, di ricerca e soccorso aereo, di trasporto sanitario, di medicina e di esplorazione aerospaziale, merita la gratitudine del popolo italiano.

Con questi sentimenti di stima e gratitudine in questa giornata di festa, rivolgo alle donne e agli uomini in servizio ed in congedo, al personale civile e alle famiglie dell’Arma Azzurra, il mio saluto affettuoso e gli auguri di tutto il Paese.

Viva l’Aeronautica Militare, viva le Forze Armate, viva la Repubblica!»

Milano, operazione “Tax Offset”. Danno all’Erario per oltre 40 mln di euro. Debiti d’imposta compensati con crediti inesistenti tramite accollo.

I finanzieri del Gruppo Milano ed i funzionari del Settore Contrasto Illeciti dell’Agenzia delle Entrate, attraverso l’esecuzione di articolate indagini di polizia giudiziaria coordinate dalla Procura della Repubblica di Milano, hanno portato alla luce un complesso schema fraudolento basato sull’apparente possesso di crediti d’imposta di fatto inesistenti, utilizzati per compensare debiti di soggetti terzi, attraverso lo strumento dell’accollo del debito. Tale istituto, previsto dallo Statuto del contribuente, non può essere peraltro utilizzato per versamenti tramite compensazione.

Il meccanismo fraudolento, che ha interessato oltre 200 imprese operanti sull’intero territorio nazionale, è stato ideato da una consulente di Milano, che, con la collaborazione del coniuge e di ulteriori professionisti, si accollava direttamente, ovvero attraverso due società alla stessa riconducibili, i debiti d’imposta delle imprese accollate, procedendo poi a compensarli in F24 con crediti inesistenti, a fronte di un compenso mediamente pari al 70% del valore nominale dei crediti.

Gli approfondimenti investigativi hanno evidenziato la natura assolutamente simulata dei crediti utilizzati nelle indebite compensazioni. In taluni casi, a testimonianza del comportamento spregiudicato tenuto dall’indagata, i crediti fittizi utilizzati in compensazione risultavano riferibili ad anni d’imposta antecedenti la costituzione stessa delle società che ne vantavano la formale titolarità.

In capo alle imprese accollate ne è derivata una situazione di irregolarità fiscale e contributiva dovuta agli omessi versamenti superiori a 40 milioni di euro, oltre al danno connesso all’esborso di quanto pattuito nei contratti di accollo a favore degli ideatori della frode.

Le indagini hanno permesso di intercettare una quota significativa dei flussi finanziari distratti dagli indagati, transitati sul conto corrente della principale società utilizzata nel disegno criminoso, costretta al fallimento. E’ stata eseguita pertanto la misura degli arresti domiciliari nei confronti dell’ideatrice del sistema fraudolento, in procinto di allontanarsi dall’Italia per trovare riparo nelle Isole Cayman, nonché del coniuge arrestato in un lussuoso chalet di una nota località turistica Valdostana.

Nel complesso, sono stati contestati a 9 soggetti i reati di cui agli artt. 110 c.p., 10 quater del D. Lgs. 74/2000, 216 e 223 della Legge Fallimentare, eseguendo sequestri preventivi finalizzati alla confisca di beni immobili, autovetture, imbarcazioni, conti correnti e quote societarie per un importo complessivo pari ad oltre 4,5 milioni di euro.

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