News immediate,
non mediate!
Categoria news:
OPINIONMIX

ISTAT * «L’APERTURA INTERNAZIONALE DELL’ECONOMIA»

Scritto da
12.00 - giovedì 16 luglio 2026

Indice

Le transazioni economiche con l’estero

Dopo l’Unità nel 1861 l’Italia era un’economia periferica in ambito europeo, dipendente dall’estero per finanziare la spesa pubblica, gli investimenti e i consumi di prodotti finiti, e che esportava prodotti primari, lavoratori e servizi turistici e di trasporto; oggi è invece un’economia manifatturiera avanzata, esportatrice netta di merci e di investimenti, in grado di attirare lavoro e generare flussi di rimesse verso l’estero: questa evoluzione e i passaggi difficili che l’hanno caratterizzata possono essere letti – sia pure per sommi capi – dall’andamento dei saldi della Bilancia dei pagamenti (Figura 1).

Dall’Unità agli anni ’30 del Novecento l’Italia ha compensato per quanto possibile il deficit commerciale con i surplus nei servizi e soprattutto con le rimesse degli emigrati: il debito pubblico e gli investimenti infrastrutturali erano finanziati non senza difficoltà ricorrendo al risparmio estero, con l’accumulo di uno stock di passività e, di conseguenza, un disavanzo rilevante nei redditi da capitale. Nei primi decenni post-unitari il saldo complessivo è frequentemente negativo1, mentre a cavallo tra ‘800 e ‘900 l’afflusso dei redditi da lavoro permette di sostenere l’espansione dei consumi privati e del deficit commerciale, realizzando contemporaneamente un avanzo nel saldo complessivo della Bilancia dei pagamenti. Tra le fasi di crisi e instabilità internazionale che hanno caratterizzato il ’900  possiamo riconoscere, oltre alle due guerre mondiali, le crisi petrolifere del 1973-74 e del 1979-80, le crisi finanziarie del 1992-93 con l’uscita della lira dal Sistema monetario europeo (SME), preceduta e accompagnata da ingenti esborsi per i redditi da capitale, quella del 2008, alla quale è seguita la crisi del debito sovrano del 2011 (nel 2010 il disavanzo netto dell’Italia aveva raggiunto il 3,2% del Pil), e la recente crisi energetica nel 2022, conseguente l’invasione russa dell’Ucraina.

Dal Secondo dopoguerra si sono avuti periodi prolungati di saldi attivi durante il miracolo economico e, più recentemente, grazie agli avanzi commerciali conseguenti il deprezzamento della lira avvenuto tra 1992 e 1995 (c.d. svalutazione competitiva) e, dagli anni ’10 del secolo corrente, col deprezzamento del cambio reale associato alla disciplina fiscale e al contenimento salariale e dei prezzi (c.d. svalutazione interna). Va pure notato come dagli anni ’80 i trasferimenti netti diventino negativi, per effetto del saldo dell’Italia nel bilancio comunitario e, successivamente, anche delle rimesse degli immigrati, e come negli anni più recenti i servizi segnino spesso un deficit, associato ai trasporti e alle attività professionali avanzate.

Il commercio internazionale

Fino al Secondo dopoguerra l’Italia era un’economia relativamente chiusa, se considerata con gli occhi di oggi: le esportazioni di beni e servizi rappresentavano meno del 10% del Prodotto interno lordo, mentre negli anni più recenti hanno superato il 30%; inoltre, fino agli anni ’80 era strutturalmente deficitaria negli scambi di merci (Figura 2).

L’evoluzione dell’apertura commerciale riflette quella del contesto geopolitico: fino alla Seconda guerra mondiale – con poche eccezioni – in gran parte dei Paesi prevalevano politiche di protezione più o meno accentuata delle produzioni nazionali, culminata con la chiusura agli scambi durante la grande depressione degli anni ’302. Nel dopoguerra, invece, la crescita degli scambi è stata favorita prima dall’Accordo generale sul commercio (GATT, in vigore dal 1950), poi – per l’Italia – dalla creazione della Comunità economica europea (con la liberalizzazione del commercio tra i fondatori dal 1958), e infine dall’apertura alle economie emergenti che può riportarsi all’istituzione dell’Organizzazione mondiale del Commercio nel 19943.

Altrettanto profondi sono i cambiamenti nella composizione merceologica degli scambi commerciali, nei decenni post-unitari le esportazioni italiane oltre che modeste erano concentrate in un numero limitato di prodotti, prevalentemente agricoli (nel complesso i prodotti primari rappresentavano oltre l’85% del valore complessivo, e la sola seta greggia ne costituiva circa il 30%), mentre oggi i manufatti rappresentano oltre il 95% del valore dell’export; analogamente, per l’insufficienza delle produzioni agricole i prodotti agroalimentari (e in particolare il grano) rappresentavano poco meno del 30% dell’import, mentre con lo sviluppo industriale hanno acquisito rilievo le materie prime destinate alla trasformazione, i prodotti energetici (prima il carbone, poi il petrolio e più recentemente il gas) e – con la crescita degli scambi intra-industriali – un complesso di altri prodotti (Figura 3).

L’evoluzione della composizione merceologica dell’export inizia con i prodotti dell’industria tessile, nel dopoguerra è segnata dallo sviluppo della meccanica (macchinari, apparecchi elettrici, mezzi di trasporto negli anni ‘60 arrivano a rappresentare quasi un terzo del totale del valore delle esportazioni) e, negli anni ’70-’80, di altre specializzazioni (calzature, mobili, prodotti della lavorazione dei minerali non metalliferi); negli ultimi decenni la concorrenza delle economie emergenti penalizza fortemente le esportazioni di queste filiere e del tessile abbigliamento, mentre si consolida la specializzazione nei macchinari e si rafforza quella farmaceutica.

L’evoluzione geografica degli scambi è associata ai mutamenti dei flussi merceologici e all’evoluzione geo-economica e politica mondiale: il peso degli Stati europei confinanti e del Regno Unito tra l’Unità e oggi è passato da 4/5 a poco più di  1/5 del valore delle esportazioni; il ruolo della Germania in entrambi i flussi è prima aumentato e poi diminuito, così come il ruolo di fornitore degli Stati Uniti, mentre si è accresciuto quello della Cina e dei paesi terzi fornitori di energia (Figura 4).

Questo percorso è segnato da numerosi episodi e fasi diverse dell’evoluzione geopolitica: dall’esito drammatico della guerra commerciale con la Francia negli anni ’80 dell’800, all’azzeramento degli scambi con gli imperi centrali durante la Prima guerra mondiale, al forte recupero dei flussi con Francia e Germania dopo l’istituzione della CEE; è anche importante evidenziare come negli ultimi 60 anni la quota dell’attuale Unione europea a 27 sia relativamente stabile sugli scambi commerciali dell’Italia (intorno al 50% per l’export, maggiore per l’import), con la crescita del peso dei nuovi entrati nell’Ue (Spagna e Polonia i maggiori) rispetto ai membri fondatori della Comunità europea.

Tra il 1995 e il 2025, l’andamento in valore delle esportazioni italiane di merci è stato più sostenuto rispetto a quelle francesi, per quasi tutto il periodo in linea con la Germania (che è andata in crisi nell’ultimo quinquennio, colpita anch’essa dalla concorrenza asiatica, in particolare nel comparto automobilistico), e inferiore rispetto alla Spagna, che partiva da condizioni di maggior chiusura e ha avuto una performance migliore dell’Italia nei settori di specializzazione comune (Figura 5a). I saldi normalizzati (in percentuale della somma di export e import) in Francia sono sempre negativi a partire dal 2003 e peggiorati nel corso del tempo, e in Germania sono rimasti sempre ampiamente positivi; in Italia e Spagna, pure se con ampie differenze di livello, hanno andamenti analoghi associabili alla similitudine dei movimenti del cambio reale nei due paesi: deprezzamento (valutario e reale) nei primi anni ’90, apprezzamento reale fino alla grande recessione (per i livelli di inflazione più elevati) seguito da deprezzamento (Figura 5b).

Nello stesso periodo, invece, l’evoluzione delle esportazioni di servizi in Italia è stata molto meno favorevole che in Francia e, soprattutto, Spagna e Germania: negli ultimi 35 anni, infatti, nonostante l’apporto positivo dal turismo, il contributo dei servizi di carattere professionale (ICT, finanziari, della proprietà intellettuale e servizi alle imprese), a più rapida crescita negli scambi mondiali di servizi, è stato assai minore rispetto agli altri Paesi, a indicazione della debolezza delle imprese nazionali, aggravata dalla lunga crisi del mercato interno (Figura 5c).

L’internazionalizzazione produttiva

L’integrazione internazionale dell’economia attraverso il commercio negli ultimi decenni è stata accompagnata anche dall’ampliamento oltre i confini nazionali delle filiere produttive. In quest’ambito, per le specificità del proprio modello produttivo (prevalenza di imprese di piccole dimensioni, eventualmente collegate in rete, spesso a carattere territoriale, come nei distretti industriali) l’Italia era e resta di gran lunga la meno internazionalizzata tra le quattro maggiori economie dell’Unione, nonostante la rilevanza degli stock di investimenti esteri diretti (IDE) tra il 1990 e il 2023 sia quasi quintuplicata – la media di quelli esteri nell’economia e di quelli nazionali all’estero è salita dal 5 al 24% del Pil – e oggi sia stabilmente un investitore netto sull’estero, con un saldo intorno al 5% del Pil (Figura 6).

Le imprese multinazionali sono, d’altra parte, attori fondamentali nell’interscambio commerciale dell’Italia: nel 2023 le filiali italiane di imprese estere (con 1,8 milioni di addetti, pari al 9,8% del totale) erano responsabili del 35,8% delle esportazioni e del 49,7% delle importazioni nazionali; le imprese estere a controllo nazionale (che occupavano 1,7 milioni di addetti) invece contribuivano alle esportazioni dei paesi ospiti con un valore pari al 28,7% dell’export totale dell’Italia.

Le differenze regionali nell’export

Fin dalla nascita dello Stato unitario, le esportazioni italiane hanno mostrato una marcata concentrazione territoriale, con una posizione dominante delle regioni del Nord, più avanzate nello sviluppo industriale, e questa caratterizzazione perdura ancora oggi. Tra il 1985 e il 2025, tuttavia, è diminuita di 6 punti percentuali, al 37%, la quota delle regioni Nord-ovest (il peso della Lombardia resta comunque superiore a un quarto del totale) e sono cresciute di 5 punti ciascuna le quote delle regioni del Nord-est (al 31%, in particolare l’Emilia-Romagna) e del Centro (soprattutto negli ultimi anni Toscana e Lazio), Il Mezzogiorno ha complessivamente perso quattro punti, ma al suo interno si è ridotto il peso di Sicilia, Puglia e Sardegna, mentre le altre regioni del Sud a eccezione della Calabria hanno migliorato le proprie quote (Figura 7).

Dati e approfondimenti


  1. Già nel 1866 lo Stato è obbligato a imporre il corso forzoso della lira per far fronte agli impegni debitori. ↩
  2. Nel caso dell’Italia, la situazione è stata aggravata prima dall’apprezzamento della lira rispetto alle maggiori valute (culminato coi controlli sui cambi e sul commercio dal 1934) e poi dalle sanzioni per l’invasione dell’Etiopia (1935-36): nel 1935-36 le esportazioni di beni e servizi scendono a poco più del 5% del Pil, i valori più bassi della storia nazionale a eccezione delle due guerre mondiali. ↩
  3. La fase della globalizzazione in cui – con alcuni sussulti – ci troviamo anche oggi, ha in realtà inizio in scelte politiche avviate già negli anni ’80, ed è caratterizzata dalla rimozione delle barriere ai movimenti di capitali (rendendo più agevole la delocalizzazione produttiva) e di quelle non tariffarie (di particolare rilevanza per l’Italia la fine del c.d. accordo multifibre, che limitava l’accesso al mercato europeo delle produzioni tessili dalle economie emergenti), in un quadro di generale riduzione dei dazi. ↩

Link alla notizia

Categoria news:
OPINIONMIX

Per donare ora, clicca qui



A.I. - IMPAGINAZIONE EDITORIALE OPINIONE
POSSIBILE UTILIZZO INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Opinione si avvale di applicazioni basate su Intelligenza artificiale al fine di ottimizzare l'impaginazione editoriale curata dalla nostra redazione.
I contenuti potrebbero presentare interpretazioni di testo difformi dall'originale del comunicato stampa ricevuto: nel caso è gradita una segnalazione a: [email protected]


© RIPRODUZIONE RISERVATA
DELLA FONTE TITOLARE DELLA NOTIZIA E/O COMUNICATO STAMPA

È consentito a terzi (ed a testate giornalistiche) l’utilizzo integrale o parziale del presente contenuto, ma con l’obbligo di Legge di citare la fonte: “Agenzia giornalistica Opinione”.
È comunque sempre vietata la riproduzione delle immagini.

I commenti sono chiusi.