Di Luca Franceschi
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Un centinaio di braccianti provenienti dalle baracche di Torretta Antonacci ha occupato la basilica di San Nicola a Bari per protestare contro l’assenza di soluzioni concrete per i lavoratori agricoli. La scelta di occupare un luogo di culto non è casuale: come spiegano i manifestanti, è l’unico spazio in cui la loro esistenza acquista dignità agli occhi della comunità. Fuori da queste mura, la società sembra riconoscerli solo quando hanno le forze per raccogliere i pomodori nei campi.
I lavoratori arrivano dalle file ogni mattina alle sei per chinarvisi sui filari, e da questa occupazione non se ne andranno fino a quando il presidente della Regione Puglia Decaro e il governo Meloni non daranno risposte concrete. Le rivendicazioni sono precise: fondi effettivi contro il sistema delle baracche, documenti per tutti coloro che ne sono sprovvisti, e azioni reali al posto di tavoli di discussione e promesse vuote.
La situazione si è aggravata dal 30 giugno scorso, quando è scaduto il PNRR e i fondi destinati al miglioramento delle condizioni di vita nel più grande ghetto agricolo della Capitanata non sono stati resi utilizzabili. Una scelta consapevole, non un semplice errore, per la quale rispondono il Governo, la Regione, la Prefettura e il Comune.
Un bracciante senza documenti e senza casa è un bracciante in ginocchio, e un bracciante in ginocchio costa poco. Questa la logica che i lavoratori denunciano, raccontando di colleghi morti di fatica come Algaie e Mamadou, e della quotidiana sofferenza di lavorare a quaranta gradi sotto il sole. Senza documenti, i braccianti rimangono vulnerabili al ricatto dei caporali, intrappolati in un sistema di sfruttamento.
L’occupazione della Cattedrale rappresenta solo l’inizio della mobilitazione. I lavoratori preannunciano scioperi durante la stagione di raccolta, presidi permanenti, blocchi e manifestazioni pubbliche. Le loro richieste non sono aiuti assistenziali, ma misure di giustizia sociale: fondi nazionali la cui gestione sia condivisa con i lavoratori stessi, servizi pubblici essenziali, e documenti di identità per tutti. Non carità, ma diritti.
