Di Luca Franceschi
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I dati diffusi oggi dall’OCSE rappresentano un campanello d’allarme che l’esecutivo non può permettersi di sottovalutare. L’organizzazione internazionale ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita economica per l’Italia, stimando un incremento dello 0,4% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027, con una contrazione rispettivamente di 0,2 e 0,1 punti percentuali rispetto alle valutazioni di dicembre. Si tratta dell’ennesima riduzione delle stime in un arco temporale breve, in relazione a un’economia che già faceva registrare tassi di sviluppo tra i più modesti dell’intero continente europeo.
Il confronto con le altre nazioni europee risulta particolarmente severo. L’OCSE prevede per la zona dell’euro una crescita dello 0,8% per il corrente anno e dell’1,2% nel 2027, ossia il doppio rispetto alle proiezioni per il nostro Paese. Sia la Francia che la Germania, malgrado le loro rispettive criticità, mantengono ritmi di espansione economica significativamente superiori a quelli dell’Italia. Non si tratta di una questione meramente ciclica attribuibile esclusivamente ai dazi commerciali o ai conflitti internazionali: benché questi fattori incidano su tutti gli Stati, l’Italia parte da una posizione strutturalmente fragile che la rende particolarmente vulnerabile e caratterizzata da minore capacità di adattamento.
L’attuale governo ha condotto il Paese senza delineare una strategia complessiva volta alla crescita economica. Ha operato una gestione dei conti pubblici concentrata sulla gestione delle emergenze momentanee e rimandando decisioni e trasformazioni necessarie. Le conseguenze sono visibili: un prodotto interno lordo che procede faticosamente, benché alimentato dalle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza; una domanda interna che non mostra segnali di recupero; gli investimenti nelle attività produttive bloccati da ostacoli burocratici e da regolamentazioni instabili; il comparto manifatturiero in una fase di ridimensionamento continuo.
Il Documento di economia e finanza che l’esecutivo dovrà presentare nel mese di aprile rappresenta l’ultimo momento significativo prima della definizione della manovra di bilancio autunnale. Non può limitarsi a un mero esercizio contabile di mantenimento degli equilibri di finanza pubblica. Deve incorporare una strategia solida e credibile per dinamizzare lo sviluppo economico: intensificazione degli investimenti pubblici, riduzione dei costi energetici per i cittadini e le aziende, una effettiva programmazione industriale dedicata ai comparti prioritari, una radicale semplificazione dei processi amministrativi a beneficio di chi intenda impegnarsi in investimenti produttivi.
Qualora il DEF dovesse ridursi esclusivamente a una dichiarazione rassicurante sulla sostenibilità dei conti pubblici, rappresenterebbe un’ulteriore occasione mancata per il Paese, con la prospettiva che le valutazioni successive dell’OCSE si riveleranno ancora più allarmanti di quelle attuali.
