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Lobsang Sangay, capo del Governo tibetano in esilio, è stato ospite stamane a palazzo Trentini, ricevuto dal vicepresidente del Consiglio provinciale, Alessandro Olivi. Il premier del Governo di Dharamsala – ricercatore universitario ad Harward ed esperto di diritto internazionale – è in Trentino per la cerimonia che oggi porterà la bandiera del suo Paese a sventolare presso la Campana dei Caduti di Rovereto. In quest’occasione ha voluto manifestare una volta ancora l’interesse verso la nostra istituzione autonomistica: per dare un doppio messaggio – ha detto oggi nell’ufficio del vicepresidente Olivi – alla Cina e ai tibetani, facendo sapere che esiste un assetto istituzionale cui fare riferimento per risolvere la dolorosissima controversia relativa al Tibet.

Lobsang Sangay, è già stato in Trentino nel 2009 insieme al Dalai Lama, nel 2012 ha poi inaugurato a Palazzo Trentini una mostra sul Tibet, nel 2013 è stato nuovamente in visita. Stamane è giunto in via Manci assieme a Chhimay Ringzen, esponente di una minoranza linguistica tibetana e nuovo rappresentante di Sua Santità il Dalai Lama a Ginevra. Ad accompagnarli, come in altre occasioni, c’era Roberto Pinter.

Il premier ha ricordato con gratitudine il diretto sostegno del Trentino alla gestione di un ospedale in una zona di confine con l’India.
Olivi ha voluto ribadire all’ospite che il Trentino tiene molto all’amicizia con il popolo tibetano e riconosce nel Dalai Lama e nel Governo tibetano i legittimi rappresentanti del popolo tibetano. Ha espresso anche l’augurio che davvero un’Autonomia sul modello di quella della nostra regione possa essere in futuro la soluzione anche quelle lontane terre alte. Massima soddisfazione, inoltre, per il fatto che la bandiera del Tibet possa essere issata tra le bandiere delle nazioni alla Campana dei Caduti.

L’incontro si è concluso in grande cordialità, con la consegna a Olivi di importanti segni di amicizia del popolo tibetano, a partire dalla sciarpa bianca portatrice di pace.

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Nell’ultimo anno in Trentino ci sono stati 222 attacchi da parte di orsi e lupi a coltivazioni, alveari, greggi e mandrie che hanno colpito pecore, vitelli, mucche e asini, anche all’interno delle aziende vicino agli alloggi degli agricoltori o nei pressi dei centri abitati. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti alla manifestazione che in piazza Dante a Trento ha raccolto oltre mille agricoltori scesi da pascoli e malghe per protestare contro i gravi danni causati dai grandi predatori alle attività di montagna con rischi per la sicurezza e l’incolumità delle persone. Simbolo della manifestazione in piazza con allevatori e agricoltori la capretta “Cappuccettorosso” scampata all’assalto dei lupi #stoconcappuccettorosso.

Una situazione fuori controllo, sottolinea Coldiretti, per la quale le misure ordinarie non bastano più e la resistenza di chi lavora e vive sul territorio è ormai al limite considerato che nel solo territorio del Trentino ci sono quasi 70 orsi fra cui il pericoloso M49 che negli ultimi quattro mesi del 2019 è stato protagonista di 16 tentativi di intrusione in zone abitate e 13 uccisioni di animali da allevamento. Ma in circolazione – avverte la Coldiretti – ci sono poi 7 branchi di lupi o ibridi che mettono a rischio anche l’integrità genetica della specie.

“Il problema dei grandi carnivori sta diventando insostenibile ed è necessario trovare una soluzione in tempi rapidi – spiega Gianluca Barbacovi, presidente Coldiretti in Trentino – una questione delicata che deve tenere in debita considerazione numerosi fattori a partire dalla sicurezza degli agricoltori costretti ad abbandonare i territori montani con la perdita della tradizionale attività di alpeggio nelle numerose malghe con costi economici, ambientali e sociali incalcolabili”. Agli animali uccisi si aggiungono – precisa la Coldiretti – i danni indotti dallo spavento e dallo stato di stress provocato dagli assalti, con ridotta produzione di latte e aborti negli animali sopravvissuti.

Negli ultimi anni si è reso necessario un continuo vigilare su greggi e mandrie, al fine di proteggerle dagli attacchi poiché recinzioni e cani da pastori spesso non sono sufficienti per scongiurare il pericolo. La resistenza degli agricoltori è al limite – spiega la Coldiretti – è urgente trovare nuove modalità di azione all’interno dei piani di governo della fauna selvatica che permettano di organizzare in maniera più efficace un sistema di gestione di questi animali predatori, che non sono più specie in via di estinzione.

Sono necessarie misure di contenimento – evidenzia Coldiretti – per non lasciar morire i pascoli e costringere alla fuga migliaia di famiglie che da generazioni popolano le montagne ma anche i tanti giovani che faticosamente sono tornati per tutelare la biodiversità con il recupero delle storiche razze italiane. Serve responsabilità nella difesa degli allevamenti, dei pastori e allevatori che – sottolinea Coldiretti – con coraggio continuano a presidiare le montagne e a garantire la bellezza del paesaggio, contro degrado, frane e alluvioni che minacciano anche le città. La Coldiretti ha chiesto che il problema dei predatori sia affrontato ai massimi livelli in un vertice con il Ministero dell’Ambiente e con il Presidente della Regione per stabilire le misure da adottare a tutela delle comunità montane.

Del resto, questa situazione si somma ai problemi di sovrappopolamento di numerose altre specie selvatiche, dai cinghiali ai caprioli fino alle nutrie che si moltiplicano in una situazione di assoluta mancanza di adeguate misure di programmazione necessaria per evitare il conflitto con il lavoro agricolo.

Gli animali selvatici che distruggono i raccolti, sterminano gli animali, causano incidenti stradali per un totale di danni nei campi che – stima la Coldiretti – in Italia raggiunge i 100 milioni di euro, senza contare i casi in cui ci sono state purtroppo anche delle vittime.

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Militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Forlì stanno eseguendo l’ordinanza con la quale il GIP del Tribunale di Forlì (dott.ssa Monica Galassi), su richiesta della Procura della Repubblica, ha disposto una misura interdittiva di “divieto di esercitare attività d’impresa” nei confronti del principale indagato ed il sequestro preventivo di beni per il valore complessivo di circa 9 milioni di euro.
L’attività eseguita dal Gruppo di Cesena giunge nell’ambito di complesse indagini che hanno interessato la locale società di calcio che è stata dichiarata fallita nell’agosto del 2018.

Le investigazioni effettuate dalle fiamme gialle hanno tratto origine da attività informativa svolta nel mese di febbraio del 2018, in merito a possibili condotte illecite connesse alla compravendita di giovani calciatori avvenute tra la società fallita (già militante nel campionato di calcio di serie B) e il Chievo Verona .
In ragione delle informazioni acquisite la Procura della Repubblica di Forlì ha immediatamente avviato il relativo procedimento penale che ha indotto a ipotizzare fondatamente la commissione dei reati di bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e i reati tributari di emissione ed utilizzo di fatture false.

Nello specifico è emerso che, negli anni dal 2014 al 2018, il Cesena Calcio ed il Chievo Verona hanno effettuato delle reciproche compravendite di calciatori minorenni che, in realtà, si verificavano solo cartolarmente (atteso che il giocatore non si trasferiva mai presso la nuova società in ragione della contestuale stipula del “prestito”) ed a valori del tutto sproporzionati. I giovani atleti, infatti, oltre a non venir mai utilizzati dalla società acquirente venivano addirittura “prestati” a squadre dilettantistiche.
In tale ambito è ad esempio significativa la vicenda di un giovane calciatore, ceduto dalla squadra veneta alla romagnola al prezzo di 1,8 milioni di euro, che ha deciso addirittura di smettere di
giocare a calcio in quanto mai schierato proprio a causa del suo scarso valore tecnico.

Le false plusvalenze ricostruite nel periodo 2014-2018 ammontano a quasi 30 milioni di euro e costituivano l’escamotage per mantenere in vita una società che avrebbe dovuto richiedere l’accesso a procedure fallimentari da diversi anni e che continuava ad omettere con sistematicità il versamento delle imposte trasformando tale espediente straordinario nella normalità della gestione imprenditoriale. Il debito accumulato con l’Erario ammontava a oltre 40 milioni di euro.

Tali illecite operazioni, confermate da alcuni indagati nel corso di conversazioni telefoniche intercettate, hanno comportato la completa alterazione dei bilanci delle due società che hanno potuto così riportare in positivo i risultati di esercizio pur essendo, in realtà, in perdita ed omettendo così l’adozione delle misure di ripristino del patrimonio previste dalla legge.
Inoltre, grazie agli artifici contabili adottati, le due società hanno potuto formalmente rispettare le norme imposte dalla Federazione Italiana Gioco Calcio ed ottenere così l’iscrizione ai campionati di serie A e B nelle ultime 4 stagioni sportive.
AI reati tributari si sommano – come già anticipato – quelli di natura fallimentare che, peraltro, avevano portato la Procura della Repubblica di Forlì a richiederne il fallimento che è stato poi disposto nell’agosto del 2018. Numerose le distrazioni ricostruite e poste in essere anche dallo stesso presidente del Cesena Calcio che, nei giorni caldi del luglio 2018 – allorquando i tifosi erano in apprensione per le sorti della loro squadra, continuava a farsi pagare fatture per operazioni inesistenti al solo fine di svuotare i conti della società ed adottava accorgimenti per tutelare i propri beni personali in vista delle possibili azioni esecutive della magistratura.
Il provvedimento emesso è volto al recupero di somme complessive pari a:
– 3,7 milioni di euro nei confronti del Chievo Verona e del suo attuale presidente;
– 5,3 milioni circa nei confronti del Cesena Calcio e società satellite, oltre che del suo ex
presidente e di altri 2 indagati.
In totale sono 29 le persone indagate nel procedimento penale.

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La Polizia di Stato di Ragusa ha arrestato un vittoriese di 37 anni per omicidio stradale aggravato dallo stato di ubriachezza, per essersi dato alla fuga e per aver procurato il grave ferimento di un altro bambino.

Alle ore 20.50 di ieri, la Squadra Volanti del Commissariato di Vittoria interveniva in Via IV Aprile per un sinistro stradale con il ferimento di due bambini. I poliziotti arrivati sulla scena del crimine unitamente all´ambulanza del 118 capivano immediatamente la gravità dei fatti notando il corpo esanime di un bambino riverso a terra ed un altro minore in condizioni disperate.
Considerata la gravità di quanto accaduto convergevano sul posto una pattuglia della Squadra Mobile ed altri uomini del Commissariato che spontaneamente sono intervenuti per dare una mano ai colleghi.

Il personale del 118 ha trasportato d´urgenza i due bambini presso il pronto soccorso dell´ospedale “Guzzardi” di Vittoria dove uno dei piccoli giungeva cadavere, mentre l´altro veniva urgentemente operato per 5 ore e successivamente trasferito al policlinico di Messina dove vi è un centro specializzato.
Le immediate indagini permettevano di ricostruire ogni aspetto del grave fatto reato commesso dall´autore. I poliziotti della Squadra Mobile e del Commissariato, dopo aver ascoltato alcuni testimoni ed effettuato accertamenti sul veicolo abbandonato sulla scena del crimine dal conducente, hanno avviato le ricerche del caso rintracciando il fuggitivo dopo meno di mezzora. Grazie alla piena conoscenza del territorio, gli investigatori identificavano anche gli altri 3 occupanti dell´auto che dopo il sinistro si erano dati alla fuga. Anche se inizialmente hanno tentato di favorire l´autore dell´omicidio stradale, i tre passeggeri si determinavano a fornire un´esatta dinamica di quanto accaduto addebitando ogni responsabilità al conducente. Utilissime anche le immagini di alcuni impianti di videosorveglianza acquisiti che hanno ripreso le fasi del sinistro stradale.
Dalle immagini è possibile appurare che l´arrestato, a folle velocità, ha effettuato un sorpasso in prossimità di un incrocio di Via IV Aprile per poi perdere il controllo e travolgere i bambini, manovra di sicuro dettata dallo stato di ebbrezza alcolica.

Nelle more delle attività investigative condotte mediante la verbalizzazione delle dichiarazioni dei testimoni, un altro team conduceva l´indagato presso il pronto soccorso di Vittoria per gli accertamenti sanitari volti a verificare la presenza di sostanze alcoliche e/o stupefacenti nel sangue. Lo stesso arrestato durante le analisi riferiva ai poliziotti di aver fatto uso di cocaina e di aver bevuto una birra. Il soggetto non ha fatto bene i conti delle birre bevute, difatti dalle analisi strumentali effettuate dal laboratorio dell´ASP di Ragusa è risultato positivo al test con un tasso alcolemico pari a quasi 4 volte quello consentito, elemento di un´inaudita gravità.

Sul posto interveniva, su richiesta della Polizia di Stato, la Polizia Locale per i rilievi del sinistro stradale. L´auto condotta dall´arrestato è stata sequestrata e sarà disposta in futuro la confisca. Insieme agli investigatori sono intervenuti anche gli uomini della Polizia Scientifica per curare tutti gli aspetti tecnici del sopralluogo e la ricerca di tracce utili ai fini probatori.
I poliziotti durante il controllo del veicolo guidato dall´arrestato, si sono accorti che il soggetto portasse con se un manganello telescopico ed una mazza da baseball segno di un´indole volta all´aggressività, pertanto l´autore del reato è stato denunciato anche per questi motivi.
Gli altri occupanti del veicolo sono stati denunciati in stato di libertà per omissione di soccorso e favoreggiamento personale. I passeggeri, dopo il sinistro stradale, nonostante le evidenti gravissime condizioni dei bambini, si sono dati alla fuga senza prestare alcun soccorso. Rintracciati tutti e tre, nessuno di loro ha fornito indicazioni chiare dall´inizio ma solo dopo aver compreso che la Polizia di Stato aveva già raccolto gravi indizi di colpevolezza a carico di tutti e 4, si sono determinati a fornire precise indicazioni su quanto accaduto.

Interrogati tutta la notte negli uffici del Commissariato di Vittoria, gli amici dell´arrestato sono stati rimessi in libertà in attesa anche delle dichiarazioni che renderà l´indagato al giudice in sede di udienza di convalida.
Sono tuttora in corso attività investigative per acclarare ulteriormente la dinamica dei fatti accaduti.
Al termine delle attività investigative l´arrestato è stato condotto in carcere dagli uomini della Polizia di Stato a disposizione dell´Autorità Giudiziaria.

“La Polizia di Stato iblea dopo aver prestato i primi soccorsi ai bambini, ha svolto ogni attività d´indagine al fine di assicurare alla giustizia gli autori del reato. Determinante anche la piena collaborazione delle famiglie coinvolte nel tragico evento”.

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La Stazione Carabinieri di Arco, dipendente della Compagnia di Riva del Garda (TN), nell’ambito delle attività di contrasto ai reati contro la persona ed in particolare contro la violenza di genere, ha arrestato un arcense responsabile di violenza sulla madre pensionata.

Negli ultimi mesi i Carabinieri di Arco hanno effettuato 4 interventi in una palazzina dell’Oltresarca per litigi furiosi tra madre e figlio invitando la donna, che non voleva sporgere querela, a recarsi presso il Centro Antiviolenza per farsi aiutare. Nei primi giorni del mese di giugno la madre, dopo aver seguito il consiglio dei militari della Stazione, ha trovato la forza di recarsi presso il presidio dell’Arma di via Nas per denunciare il figlio per i soprusi subiti, in particolare violenze fisiche e psicologiche, in quanto non assecondava le continue richieste di denaro per motivi legati al mondo della tossicodipendenza.

Infatti la donna riferiva di essere stata picchiata e vessata più volte e di temere per la propria incolumità, costringendola a lasciare la propria abitazione per recarsi dalla sorella.

Il 2 luglio, il Tribunale di Rovereto su proposta della Procura della Repubblica ha emesso la Misura Cautelare Personale dell’Allontanamento dalla Casa Familiare dell’uomo che i Carabinieri hanno prontamente eseguito avvisandolo delle conseguenze se si fosse avvicinato all’abitazione della madre. Nel contempo i militari con l’ausilio dei Servizi Sociali della Comunità Alto Garda reperivano un alloggio temporaneo presso una Casa Famiglia per la madre, in modo da poter essere tutelata e seguita.

L’uomo la stessa sera si è recato dalla madre, che per precauzione era rimasta dalla sorella e arrampicandosi sui balconi fino al secondo piano per forzare una finestra e poter entrare, ma i vicini hanno allertato le Forze dell’Ordine che sono intervenute cogliendo il figlio sul fatto.
L’immediata segnalazione della violazione delle prescrizioni del Giudice roveretano Dott.ssa Monica IZZO, hanno avuto come conseguenza l’emissione di Ordinanza che sostituiva l’Allontanamento dalla Casa Familiare con la Custodia Cautelare in Carcere che anche qui i Carabinieri di Arco hanno eseguito sabato 5 luglio reperendo l’uomo sul luogo di lavoro a Riva del Garda e conducendolo a Spini di Gardolo.

L’uomo, M.D., 28enne, disoccupato, pregiudicato di Arco, dovrà rispondere delle accuse di estorsione, lesioni personali e minacce aggravate continuate.
La madre ha ringraziato con le lacrime agli occhi i Carabinieri per la solerzia, sensibilità e professionalità che le hanno consentito di riappropriarsi dell’abitazione e soprattutto per una ritrovata tranquillità, augurandosi comunque che il figlio possa intraprendere un percorso riabilitativo che gli consenta di uscire dalla dipendenza e ricostruirsi una vita con l’affetto della madre che ha scelto come “extrema ratio” di denunciare il figlio per la situazione insostenibile.

Come in tutti questi casi i Militari dell’Arma, oltre alla parte prettamente penale, hanno messo in atto il protocollo di tutela della vittima con, in primissima battuta, l’invio al Centro Antiviolenza e poi con la protezione presso una struttura idonea per persona offesa sia dal punto di vista piscologico che materiale, garantendo l’ausilio di specialisti e una struttura dove poter stare. Come in questo caso, poi le vittime possono fare rientro presso l’abitazione, senza dover temere per la propria incolumità. Anche il contributo dei vicini è stato importante perché ha consentito l’intervento dei militari, quindi il senso civico ha avuto un importante ruolo e si chiede alle persone che sono testimoni di fatti simili di contribuire allertando le Forze dell’Ordine.

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Buongiorno,

con la presente abbiamo il piacere di invitarVi ad una conferenza stampa in cui verrà illustrata un’evoluzione della composizione della maggioranza che governa il Trentino.
L’appuntamento è fissato per domani, sabato 13 luglio, alle ore 11.00, presso la struttura del ristorante Galloway (Via Lidorno n. 3) dinnanzi al Museo Caproni di Trento.

Vi aspettiamo!

*
Mattia Gottardi
Vanessa Masè
Roberto Piffer
Luca Scaramella
Claudio Chini

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Sono circa un migliaio gli agricoltori e gli allevatori scesi per la prima volta in città da malghe e pascoli di montagna per far conoscere le drammatiche storie di paura e danni provocati dall’orso M49 e dai lupi, spesso ibridi, che stringono d’assedio abitazioni, famiglie, campi e allevamenti facendo strage di pecore, capre, vitelli, asini, devastando stalle ed alveari e minacciando la sicurezza delle persone. L’iniziativa è della Coldiretti a Trento in piazza Dante dove è presente anche la capretta Cappuccetto rosso sopravvissuta agli attacchi insieme agli uomini e alle donne che vivono quotidianamente rischi e difficoltà divenuti insostenibili. Sono stati esposti striscioni e cartelli con le scritte #Stoconcappuccettorosso, i nostri animali non sono meno importanti di quelli selvatici, senza l’uomo la montagna muore, agricoltura = presidio del territorio ma anche foto di mucche che dicono il Trentino e anche nostro. Alcuni mostrano sullo smartphone le immagini dei loro animali sbranati. Se non si risolve il problema – dicono gli agricoltori – si rischia l’abbandono di interi territori con la fine di un’economia di montagna che da sempre tutela l’ambiente dal dissesto idrogeologico e promuove le produzioni agricole Made in Italy più sostenibili.

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Per la prima volta al mondo è stato realizzato un modello computazionale realistico che spiega il meccanismo di replicazione del prione, una proteina tossica che a metà degli anni Novanta è diventata famosa in tutto il mondo in quanto responsabile del “morbo della mucca pazza”: a descriverlo sulle pagine di PLOS Pathogens* è stato il gruppo di ricerca dell’Istituto Telethon Dulbecco presso l’Università di Trento guidato da Emiliano Biasini, in collaborazione con il gruppo di Pietro Faccioli del dipartimento di Fisica dello stesso ateneo e afferente all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

I prioni sono versioni anomale di proteine normalmente presenti nel cervello dei mammiferi (ma presenti anche in altre specie come per esempio gli uccelli) in grado di replicarsi e propagarsi in maniera simile a virus e batteri. L’esatto meccanismo è ancora sconosciuto, ma si sa che possono indurre il cambiamento della loro forma normale in quella anomala: nel tempo quest’ultima prende il sopravvento e forma degli aggregati che uccidono le cellule nervose, provocando delle gravissime patologie neurodegenerative chiamate encefalopatie spongiformi trasmissibili. Quelle che colpiscono l’uomo note finora sono la malattia di Creutzfeldt-Jakob, l’insonnia fatale familiare e la malattia di Gerstmann-Sträussler-Scheinker: si tratta di malattie spontanee, genetiche o infettive molto rare, che insorgono in genere in età adulta dopo una latenza molto lunga, ma con un’evoluzione rapida e infausta dopo la comparsa dei primi sintomi. Molto nota è anche l’encefalopatia spongiforme bovina, che ha provocato una vera e propria epidemia a partire dalla metà degli anni Ottanta nei bovini prima in Inghilterra e poi in tutta Europa e ha fatto registrare anche alcuni rari casi di trasmissione all’uomo conseguente all’ingestione di carne infetta.

«Pur essendo noti fin dagli anni Ottanta grazie al lavoro del Premio Nobel Stanley Prusiner, i prioni sono agenti tuttora molto “sfuggenti” per chi li studia, perché non si possono osservare direttamente – spiega Emiliano Biasini, professore associato al Dipartimento CIBIO dell’Università di Trento e scienziato Telethon. «La loro tendenza ad aggregare, infatti, ha reso finora impossibile applicare la cristallografia a raggi X o la risonanza magnetica nucleare, i metodi più comunemente utilizzati per caratterizzare finemente la struttura delle proteine, fino al livello atomico; d’altra parte, un modello affidabile della proteina prionica è essenziale per disegnare delle strategie terapeutiche mirate. In questo senso, un grosso aiuto è arrivato da una disciplina apparentemente distante dalla biologia e dalla chimica, ovvero la fisica subatomica».

I ricercatori Telethon hanno rivisitato la struttura dei prioni e proposto un nuovo modello di conformazione in linea con i più aggiornati dati sperimentali. Grazie poi alla stretta collaborazione con il gruppo di Pietro Faccioli, hanno sfruttato un innovativo metodo di calcolo computazionale derivato da metodi matematici sviluppati in fisica delle particelle, per ricostruirne il meccanismo di replicazione. «L’interdisciplinarietà è stata la chiave vincente – spiega Giovanni Spagnolli, studente di dottorato al Dipartimento CIBIO dell’Università di Trento e primo autore del lavoro. Senza l’apporto dei colleghi fisici non saremmo stati in grado di eseguire calcoli così complessi con tempi e costi accessibili, mentre grazie a loro abbiamo trovato il modo di farlo con un grado di approssimazione affidabile ma al contempo sostenibile. Per la prima volta siamo riusciti a ricostruire il modo con cui i prioni riescono a replicarsi e contiamo di sfruttare queste informazioni per cercare o addirittura costruire razionalmente molecole in grado di bloccare la replicazione dei prioni e arrestare il processo neurodegenerativo ad oggi incurabile».

«Il metodo di calcolo che ha portato a questo risultato si fonda su metodi matematici di fisica teorica che sono stati originariamente sviluppati per studiare fenomeni tipici del mondo subatomico, come l’effetto tunnel quantistico. Questi metodi matematici sono stati da noi adattati per consentire la simulazione di processi biomolecolari complessi, come il ripiegamento e l’aggregazione di proteine – sottolinea Pietro Faccioli, professore associato nel Dipartimento di Fisica dell’Università di Trento e affiliato all’ Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

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E’ in programma martedì 16 luglio, alle ore 12.00, presso la sala specchi situata nell’ex monastero agostiniano di San Michele all’Adige, la conferenza stampa di presentazione della Visione 2019-2028 della Fondazione Edmund Mach. Gli esperti della Fondazione hanno effettuato nel corso dell’ultimo anno una dettagliata analisi del contesto agroalimentare e ambientale del Trentino, delle principali criticità e problematiche future e individuato le possibili soluzioni. Il documento sintetico che verrà presentato è il risultato di questo lungo percorso ideato e promosso dalla Presidenza e realizzato grazie al contributo del personale dell’ente e dei suoi organi di governo.

Interverranno il Presidente FEM, Andrea Segrè, l’Assessore provinciale alla agricoltura, foreste, caccia e pesca, Giulia Zanotelli e l’Assessore provinciale allo sviluppo economico, ricerca e lavoro, Achille Spinelli.

Il documento rappresenta la prima analisi scientifica e documentata del contesto attuale e la prima proiezione delle possibili criticità future che un’area come quella del Trentino potrà dover fronteggiare in un’ottica di cambiamento globale. Il documento pone quindi le basi per programmare quella che sarà l’attività di FEM da qui al 2028 nel contesto in cui opera e sulla base delle competenze e delle conoscenze ivi presenti. Dopo un percorso iniziato il 5 settembre 2018 che ha coinvolto più di 300 esperti di FEM divisi in gruppi di lavoro sono stati individuati 13 ambiti tematici in riferimento ai comparti agricoltura, alimentazione e ambiente; dopo una precisa analisi del contesto del sistema trentino, il gruppo di esperti ha individuato criticità e soluzioni per ogni tematica. L’obiettivo finale sarà quello di orientare la ricerca, la formazione e la consulenza in agricoltura al fine di sostenere il benessere, la salute e l’economia del Trentin

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“Ribadiamo la nostra forte contrarietà alla regolamentazione per legge del salario minimo: la contrattazione collettiva garantisce già condizioni e strumenti per sostenere i redditi e individuare modalità per migliorare la produttività. Quello che bisogna evitare è, invece, la proliferazione di contratti pirata, sottoscritti da organizzazioni prive di rappresentatività, che generano dumping salariale e determinano l’applicazione di trattamenti economici non congrui rispetto a quelli dei contratti collettivi stipulati da chi realmente rappresenta il mondo delle imprese e del lavoro”. Lo afferma Claudio Corrarati, presidente di CNA Trentino Alto Adige, illustrando la posizione di CNA nazionale e di Rete Imprese Italia sul salario minimo.

Secondo la CNA regionale “si deve dare valore legale ai minimi contrattuali stabiliti dai contratti collettivi sottoscritti dai soggetti comparativamente più rappresentativi e, insieme, andrebbe resa più incisiva la vigilanza degli organi ispettivi. Occorre, inoltre, agire per una progressiva riduzione della pressione fiscale, ferme restando la necessaria attenzione agli andamenti della finanza pubblica e la prosecuzione dell’azione di contrasto e recupero dell’evasione e dell’elusione fiscale, per rendere più pesanti le buste paga dei lavoratori e per dare impulso ai consumi delle famiglie ed agli investimenti delle imprese”.

“La fissazione ex lege del salario – conclude Corrarati – sminuirebbe il ruolo svolto dalla contrattazione collettiva per l’individuazione di trattamenti economici congrui e coerenti e rischierebbe di colpire anche tutele collettive e sistemi di welfare integrativi. Proprio sulle prestazioni integrative sociali e sanitarie erogate ai lavoratori, l’Alto Adige e il Trentino hanno sviluppato una solida offerta grazie agli enti bilaterali che intendiamo sviluppare e valorizzare ulteriormente”.

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