Questa mattina, aprendo il giornale, ho letto la notizia dell’ennesima interrogazione di Ghezzi per conoscere i “numeri” e i ” costi” del Punto nascita dell’ospedale di Fiemme.
Ovviamente qualsiasi consigliere propone le richieste che ritiene opportune alla Giunta ma terrei, data l’importanza del tema e l’energia ed il lavoro profusi negli scorsi anni affinché il Punto nascita e alcuni servizi (anestesia in testa), trovassero piena attivazione in favore delle trentine, dei trentini e degli ospiti delle nostre valli, a ribadire un messaggio che spesso pare essere relegato in secondo piano: quello del diritto ai servizi sanitari nei territori di montagna non è tema che possa essere ridotto a mere questioni matematico/economiche.

Certo, i conti sono importanti nella gestione di un bilancio provinciale, ma la salute e il diritto di accesso alla salute lo sono molto di più.

E’ questo il motivo principale per il quale abbiamo chiesto e ottenuto a Roma – amministratori provinciali e locali, associazioni, mamme, papà e tutti coloro i quali a vario titolo si sono sentiti coinvolti sul tema ospedale – standard speciali per territori con bisogni speciali, come sono appunto il Trentino e le nostre valli. E ora che questa riapertura è stata avviata, le si dia, speriamo che il consigliere Ghezzi ne possa tener conto, il tempo di entrare a regime e, soprattutto venga data ai fiammazzi, ai fassani, ai cembrani, ai primierotti e agli ospiti che ogni anno vengono da noi la certezza di sentirsi tutelati e sicuri . Il Trentino è autonomo in modo giusto anche se dimostra di essere diverso dagli standard e riesce ad andare incontro alle necessità dei suoi abitanti, anche se bisogna, magari, spendere di più.

 

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cons. Pietro De Godenz – UpT

Nel pomeriggio di oggi 7 maggio è stato rinvenuto nelle acque del bacino Stramentizzo nel Comune di Castello/Molina di Fiemme (TN) il corpo di CORRADINI Floriano scomparso dalla propria abitazione il 17 aprile scorso. Le operazioni di ricerca, coordinate dal Commissariato del Governo per la Provincia di Trento attraverso gli uomini della Compagnia dei Carabinieri di Cavalese e del Corpo dei Vigili del Fuoco Volontari del Distretto della Valle di Fiemme e Permanenti di Trento, hanno purtroppo avuto il tragico epilogo nella giornata odierna. A supporto delle operazioni è stato anche impiegato un drone, messo a disposizione dalla squadra S.A.P.R. del Corpo dei Vigili del Fuoco di Trento, grazie al quale è stato possibile avvistare il corpo nelle acque impigliano tra alcuni tronchi.

Le prime ricerche si erano già svolte all’indomani dell’allontanamento da casa ed erano proseguite per alcuni giorni, ma senza risultato. Trascorse due settimane circa, proprio nella giornata di ieri, a seguito di una riunione tra i Carabinieri, i Vigili del Fuoco ed il Sindaco di Castello Molina di Fiemme, si è valutata la possibilità di riattivare il piano provinciale di ricerca e, quale primo obiettivo di perlustrare proprio l’area del bacino. Tale attività si è potuta concretizzare proprio nel pomeriggio odierno, avendo il progressivo ritorno delle condizioni metereologiche che assicurava maggior sicurezza per gli operatori e maggior accuratezza nelle ricerche. Alle ore 15,30 infatti è stato avvistato il corpo ed è stato possibile procedere al conseguente recupero ed al suo riconoscimento.

I Carabinieri della Stazione di Molina di Fiemme, che svolgo le indagini e che hanno notiziato l’Autorità Giudiziaria di Trento, riferiscono che il decesso del povero Floriano è stato causato da annegamento. La salma è stata trasportata presso la camera mortuaria dell’ospedale di Cavalese. I Carabinieri hanno informato i familiari.

 

 

Nel pomeriggio di oggi la riunione del organismo presso la sede del Commissariato del Governo di Trento. “Esiste un problema sicurezza per la presenza di lupi in val di Fassa”.

“Dalla riunione odierna del Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza è emerso che la presenza di un branco di lupi in val di Fassa, molto confidente verso l’uomo, può rappresentare un problema per la sicurezza delle persone. E’ la prima volta che il Commissario del Governo e il rappresentante di Ispra accostano alla presenza del lupo in Trentino la questione dell’incolumità delle persone, siano esse residenti o turisti”. E’ questa la sintesi del presidente della Provincia autonoma di Trento sul tavolo di lavoro convocato per il primo pomeriggio presso la sede del Commissariato del Governo di Trento.

“Attendo ora – ha aggiunto il presidente – che il prefetto Sandro Lombardi invii il verbale della seduta, con una comunicazione ufficiale, così da procedere con la richiesta, che recapiteremo al ministero dell’Ambiente , di operare in deroga alle attuali normative e procedere al prelievo, in particolare la cattura, degli esemplari che più volte in passato sono entrati nel centri abitati della val di Fassa. Questi esemplari si sono spinti fin nei giardini delle abitazioni private o nei parchi giochi, frequenti in quel momento da adulti e bambini”. In chiusura, è intervenuta anche l’assessora provinciale all’agricoltura, foreste, caccia e pesca: “Condivido le preoccupazioni del mondo agricolo e degli allevatori in particolare. Le nostre risorse dovrebbe essere rivolte a investimenti nelle aziende per aumentarne la competitività e non in recinzioni dall’efficacia limitata”.

In apertura dei lavori del Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza, il prefetto Sandro Lombardi ha riassunto l’attività fin qui svolta dal gruppo di lavoro, riassumendo le diverse prescrizioni della normativa nazionale e locale in materia di grandi predatori. Lo stesso commissario del Governo ha ricordato la preoccupazione crescente degli amministratori e delle popolazione, compresi gli allevatori, per i ripetuti avvistamenti, incontri e predazioni del grande predatore all’interno anche dei centri abitati. Inoltre, il commissario ha ricordato il numero di lupi presenti in Trentino: 70 esemplari, divisi in 7 branchi, localizzabili soprattutto nelle zone della val di Fassa, Vallagarina (Monti Lessini), e Alta val di Non.

“Nel corso di questi mesi – come ha ricordato il commissario del Governo -, proprio per rispondere alla mancanza di serenità da parte della gente, sono state attivate le prime misure preventive, quali gli incontri informativi con le popolazioni e i controlli da parte delle forze dell’ordine in diverse fasce orarie della giornata”.

Il tavolo di lavoro ha visto poi gli interventi dei sindaci, in particolare della valle di Fassa.

Il sindaco di Canazei ha sottolineato come sia venuta meno la garanzia che il lupo possa attaccare l’uomo: “Di recente abbiamo inviato a tutte le famiglia del Comune un opuscolo con le informazioni e i comportamenti da tenere in caso di incontro con un lupo”. Inoltre, il sindaco ha espresso preoccupazione per possibili forme di contagio da parte dell’esemplare, più volte avvistato in paese, affetto da rogna. Un’ipotesi questa ridimensionata dal rappresentante dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari.

Il sindaco di Sèn Jan (San Giovanni di Fassa) e la procuradora del Común general de Fascia hanno portato all’attenzione dei partecipanti del tavolo le testimonianze di coloro che si sono ritrovati il lupo nel giardino di casa o in aree pubbliche. Di predazioni hanno invece parlato i colleghi di Mazzin e Moena: “I danni registrati dai gestori di malghe sono importanti e questo rischia di minare la fiducia degli allevatori che potrebbero preferite la stalla all’alpeggio estivo”, hanno aggiunto.

Della stesso tenore sono stati gli interventi dei rappresentanti degli allevatori (Coldiretti, Cia e Confallevatori): “A poco più di mese dalla riapertura della stagione degli alpeggi c ‘è molta preoccupazione, sia per le predazioni dei capi di bestiame sia per l’incolumità degli stessi pastori che spesso dormono all’aperto con gli animali. Se gli allevatori rinunciano a portare al pascolo gli animali – hanno concluso – il danno non è solo limitato al nostro comportato ma anche a quello turistico e commerciale”.

Il Corpo forestale della Provincia autonoma di Trento ha segnalato due novità in tema di gestione dei lupi, ovvero l’autorizzazione da parte del ministero dell’Ambiente ad interventi di dissuasione e, soprattutto, la cattura di 5 esemplari per consentire approfondimenti e studio sulle loro abitudini.

Piero Genovesi, del Servizio per il coordinamento delle attività della fauna selvatica di Ispra (il braccio tecnico del ministero dell’ambiente), ha ricordato le numerose segnali di avvistamento di lupi che arrivano dall’intera penisola: “Il pericolo per l’uomo non va sottovalutato, non esiste rischio zero ma limitato”. In particolare per la valle di Fassa, anche in risposta alle sollecitazioni dei sindaci e del presidente della Provincia autonoma di Trento, il tecnico ha concordato circa la possibilità che, comportamenti oltremodo “confidenziali” da parte di alcuni esemplari, possano generare possibili situazioni a rischio sicurezza e incolumità per le persone. Inoltre Genovesi ha ipotizzato l’opportunità di monitoraggio per il branco di lupi che ha colonizzato i monti Lessini e che si è protagonista delle incursioni in Vallagarina.

 

Il presidente della Provincia: “Il professor Sgarbi rimane al suo posto”. Anche l’Anac si è espressa sulla correttezza della nomina alla presidenza del Mart.

“Il professor Sgarbi rimane al suo posto”: lo chiarisce il presidente della Provincia, con riferimento alle recenti polemiche rimbalzate anche sugli organi di informazione, relative alla nomina del nuovo presidente del Mart. Il presidente della Provincia sottolinea come l’amministrazione si sia mossa nel pieno rispetto delle regole esistenti. “La nomina di Sgarbi – spiega il governatore – è stata dichiarata corretta anche dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone, il quale ha infatti deliberato l’insussistenza di ipotesi di violazione della normativa in materia ‘a condizione che non vengano attribuite al presidente del Consiglio di amministrazione del Mart specifiche deleghe gestionali’, cosa che infatti non è avvenuta. Se quindi anche il massimo organo nazionale anticorruzione legittima il nostro operato, tutto possiamo dire eccetto che si sia trattato di una ‘pagliacciata’. Il professor Sgarbi ha accettato l’incarico a titolo gratuito, e crediamo che il suo operato debba essere valutato sulla base dei risultati che otterrà e non delle polemiche politiche prodotte ad arte”.

Interrogazione a risposta scritta n. I primi cinque mesi dalla riapertura del punto nascite di Cavalese. Premesso che:

in data 4 gennaio 2019 è stata protocollata l’interrogazione n. 140, avente ad oggetto la riapertura del punto nascita di Cavalese, in merito al quale si chiedevano i dati della struttura relativi al mese di dicembre 2018;

l’interrogazione è stata inviata all’interessato il giorno stesso, il 4 gennaio 2019;
è stata fornita una risposta interlocutoria il giorno 22 gennaio 2019, che ha specificato che l’interrogazione presentata riguardava un argomento complesso;

pertanto l’art. 151, comma 4 del Regolamento interno del Consiglio prevede che la risposta definitiva venga fornita entro trenta giorni rispetto alla prima risposta;
la scadenza per l’interrogazione a risposta complessa era il giorno 18 febbraio 2019;

è stata sollecitata una risposta il 20 marzo e il 16 aprile 2019;
pertanto,

SI INTERROGA IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA PER SAPERE

dalla data di riapertura del punto nascite fino al 30 aprile,

1) quanti parti si sono avuti presso il riaperto reparto di ostetricia dell’ospedale di Cavalese;
2) quale la loro tipologia;
3) quale il tasso di utilizzo delle équipe medico-infermieristiche;
4) quanti siano i “gettonisti” contrattualizzati per coprire i turni;
5) qual è stato il costo complessivo dei primi cinque mesi di operatività;
6) quale il costo medio per parto a Cavalese;
7) qual è il costo medio di un parto all’ospedale di Trento;
8) quale il costo medio di un parto a livello provinciale;
9) quanti trasferimenti verso altri ospedali si sono finora verificati a causa della riorganizzazione delle sale operatorie conseguente alla riapertura del punto nascite.

 

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PAOLO GHEZZI
consigliere provinciale FUTURA 2018

LUCIA COPPOLA
consigliera provinciale FUTURA 2018

 

Nella mattinata del 7 maggio 2019, i militari del Comando Carabinieri per la Tutela Ambientale – su richiesta della Procura della Repubblica di Catanzaro, nell’indagine condotta dal Sostituto Procuratore dott. Vito Valerio, con il coordinamento del Procuratore aggiunto dott. Vincenzo Capomolla e del Procuratore della Repubblica dott. Nicola Gratteri- hanno proceduto alla notificazione dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di diciotto indagati.

Le contestazioni preliminari sono state mosse a carico di amministratori pubblici, esponenti politici, imprenditori, e riguardano, a vario titolo, i delitti di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione, corruzione aggravata, turbata libertà degli incanti, traffico di influenze illecite, frode in pubbliche forniture, abuso in atti di ufficio.

Le complesse attività investigative, delegate inizialmente e principalmente al Reparto Operativo – Sezione Operativa Centrale – del Comando Carabinieri per la Tutela Ambientale di Roma, sono state condotte attraverso l’ausilio di intercettazioni telefoniche e ambientali, con l’acquisizione di consistente documentazione e con l’esecuzione di consulenze tecnico-specialistiche di professionisti incaricati dal Pubblico Ministero per valutare analiticamente le procedure di gara di appalti pubblici e di nomina di posizioni dirigenziali apicali.

In particolare, sono stati posti al vaglio i bandi di gara relativi al collegamento metropolitano Cosenza-Rende-Unical, alla riqualificazione del collegamento ferroviario Cosenza-Catanzaro, alla realizzazione del nuovo ospedale di Cosenza, al ripristino della tratta ferroviaria turistica della Sila, alla realizzazione del museo di Alarico ed alla nomina del direttore generale di Calabria Lavoro.

Le indagini, così condotte hanno consentito di ipotizzare la sussistenza di un gruppo organizzato di soggetti che, nei rispettivi ruoli politici, amministrativi, istituzionali ed imprenditoriali, si muovevano nell’interesse di orientare, in proprio favore, tutte le attività connesse alla realizzazione di opere pubbliche in ambito regionale ed all’individuazione illecita di persone da nominare in ruoli amministrativi e strategici.

Gli indagati, di volta in volta, concorrenti nelle condotte illecite si muovevano nella principale direzione di individuare e determinare le scelte strategiche di interesse regionale, quindi, di mantenere il controllo sulle procedure di aggiudicazione delle principali opere pubbliche e di favorire la realizzazione delle stesse, attraverso il coinvolgimento di imprese intranee o comunque sponsorizzate dagli indagati, nonché di indirizzare le rilevanti nomine in ruoli amministrativi e/o istituzionali, in capo a soggetti ritenuti favorevoli ai desiderata del gruppo.

Si è ipotizzata una diffusa e stratificata gestione illegittima della cosa pubblica regionale, in cui le decisioni di alta amministrazione (nella gestione degli appalti come nelle nomine dirigenziali) intervenivano all’interno di un cerchio chiuso ed alimentato da favoritismi e facilitazioni in evidente pregiudizio degli interessi pubblici sottesi.

Quorum più basso nei referendum provinciali. Sui due disegni di legge dei 5 stelle e del Pd l’esame in Prima Commissione proseguirà il 15 maggio e il voto finale in aula slitta a fine giugno. Mediazione possibile se la Giunta “aprirà” alla proposta del Pd di adottare la soluzione contenuta nel ddl parlamentare che prevede la validità dei referendum abrogativi se i “sì” sono più dei “no” e sono espressi dal 25% degli aventi diritto al voto. Le audizioni del professore Toniatti e dell’associazione Più Democrazia.

In tema di quorum per la validità dei referendum abrogativi, quando mercoledì 15 maggio la Prima Commissione, riunitasi oggi, si ritroverà nuovamente a palazzo Trentini saprà se la Giunta avrà deciso di non scostarsi dalla disponibilità ad abbassare fino a non più del 40% la soglia che oggi per la validità delle consultazioni popolari la legge provinciale 3 del 2003 fa coincidere con la partecipazione della maggioranza degli aventi diritto al voto, oppure di contribuire alla ricerca di una mediazione tra di due ddl attualmente in discussione.

Mediazione che potrebbe permettere alla Commissione di lavorare all’unificazione dei due testi proposti entrambi da consiglieri di minoranza, ma aderenti a gruppi diversi. Si tratta dei ddl 2 del Movimento 5 stelle, sottoscritto anche da Futura 2018, Autonomisti popolari e da due esponenti del Patt. E del ddl 6 promosso dai 5 rappresentanti del Pd. Testi accomunati solo dall’obiettivo di modificare la normativa provinciale in materia (la lp 3 del 2003), ma nettamente distinti nella scelta del “fino a dove” abbassare l’asticella del quorum. Oggi la soglia della maggioranza degli aventi diritto al voto è da tutti giudicata troppo alta. Ma il ddl dei 5 stelle, che era nato 7 anni fa da un’iniziativa popolare con il sostegno di migliaia di firme, la cui versione originaria prevedeva l’azzeramento del quorum, è stato poi “ammorbidito” nella scorsa legislatura e rilanciato in questa, abbassa la soglia al 20% degli aventi diritto al voto. Il ddl del Pd stabilisce invece che al referendum debba partecipare “almeno la metà della percentuale media dei votanti sugli aventi diritto” che si sono recati alle urne alle ultime elezioni provinciali. La Prima Commissione ha effettuato oggi le audizioni con il professor Toniatti dell’Università di Trento e con Daniela Filbier, referente dei firmatari della petizione popolare 1 a sostegno del ddl dei 5 stelle.

L’apertura dell’assessore ad una valutazione della proposta del capogruppo del Pd.
A riservarsi di valutare con l’esecutivo e la maggioranza la possibilità di non ribadire il quorum che per la Giunta non dovrebbe scendere sotto il 40%, trovando un punto d’incontro tra i due ddl, è stato oggi l’assessore agli enti locali, riassetto istituzionale e rapporti con il Consiglio, al termine della seduta della Commissione, alla quale è intervenuto. La sua apertura è emersa a fronte della proposta avanzata dal capogruppo del Pd, di prendere in considerazione una “terza via” rispetto ai due provvedimenti in discussione. Quale? Il disegno di legge attualmente all’esame del Parlamento, frutto anch’esso di mediazione politica, che prevede di considerare validi i referendum abrogativi in Italia a due condizioni: che i “sì” superino i “no” e che siano espressi da almeno il 25% degli aventi diritto al voto.

In tal modo alle urne saranno sollecitati a recarsi molti più aventi diritto, non solo tra i favorevoli ma anche tra i contrari al quesito, se vorranno prevalere sui “sì”. Si supererebbe in tal modo – ha spiegato il capogruppo del Pd – l’effetto distorsivo astensionistico prodotto dall’attuale quorum, troppo elevato, della partecipazione del 50% più uno degli aventi diritto al voto, imposto per poter considerare validi i referendum abrogativi. Soglia che induce i contrari ad astenersi e a lavorare per l’astensione caricando sulle spalle dei favorevoli non solo la responsabilità di far vincere i “sì”, ma anche l’onere di portare alle urne la maggioranza assoluta degli aventi diritto, compreso chi è deciso a votare “no”. Mission impossible. “Si è arrivati così – ha concluso l’esponente del Pd – prima allo svuotamento e poi alla fine dell’esperienza del referendum abrogativo in Italia”.

Minoranze alla ricerca di una possibile mediazione.
La proposta ha incontrato il consenso dell’UpT, il cui rappresentante ha considerato questa soluzione “un buon compromesso” perché si otterrebbe un “quorum qualificato” e ci si avvicinerebbe alla soglia del 40% degli aventi diritto al voto, al di sotto della quale per ora la Giunta ritiene di non poter scendere.
Disponibile a ragionare su soluzioni come questa si è detto anche il capogruppo del Patt, tra i firmatari del ddl dei 5 stelle, “purché il Consiglio porti a compimento il percorso legislativo”. Per questo ha invitato la Giunta ad apprezzare la possibilità di arrivare, “con un po’ di elasticità” e in tempi brevi ad aprire la strada alla elaborazione, a partire dai due ddl, di una proposta unitaria, evitando che vi siano vinti e vincitori. E dimostrando la capacità di “sviluppare una mediazione virtuosa”.
L’assessore ha precisato di non conoscere la proposta nazionale in discussione sul quorum legato al 25% dei favorevoli, che va effettivamente nella direzione di far partecipare il 50% degli aventi diritto. E si è impegnato ad approfondire il tema con la Giunta senza precludere la disponibilità ad una mediazione. “Sul tema – ha concluso – la Giunta ha una posizione unitaria, ma ci confronteremo con la maggioranza per valutare questa proposta”.
La presidente della Commissione ha ricordato che questa dovrebbe essere la seduta conclusiva, se il ddl dovesse andare in Aula in maggio. Se invece si decidesse di cercare una formulazione nuova e condivisa l’esame in Aula slitterebbe al mese prossimo.
Il consigliere dei 5 stelle ha espresso la preoccupazione che dopo 7 anni di attesa il ddl non approdi ancora una volta in Aula. Per questo ha inizialmente ribadito l’obiettivo di tener fermo il testo da lui proposto. Tuttavia, dopo aver ottenuto da tutti la garanzia che si tratterebbe di rinviare l’esame e il voto conclusivi in Consiglio solo di qualche settimana (dalle sessione del 28, 29 e 30 maggio a quella del 18, 19 e 20 giugno) ha accolto la proposta di lavorare ancora sul ddl in Commissione.
Il primo firmatario del ddl del Pd ha ribadito la volontà di tentare la strada di un ddl congiunto. Questo vuol dire rinunciare a volersi limitare a sventolare la bandiera del quorum al 20%.
La presidente della Prima Commissione ha osservato che la volontà emersa non sembra essere quella di procrastinare e di “menare il can per l’aia” ma di una mediazione politica intelligente per raggiungere un risultato migliore. “Rimandare di una tornata il ddl con questo impegno preciso non equivale a rimuovere il tema dall’agenda”.

LE AUDIZIONI

Poco prima la Commissione aveva effettuato due audizioni, consultando sui due ddl Roberto Toniatti, professore ordinario di diritto costituzionale comparato presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Trento, e la referente dei firmatari della petizione numero 1 a sostegno del ddl 2, Daniela Filbier, accompagnata dall’ex parlamentare trentina Lucia Fronza Crepaz.

Toniatti: si punti alla qualità della democrazia e ad un’identità politica territoriale.
Toniatti ha evidenziato come i due disegni di legge abbiano una portata modesta perché non concorrono a modificare la forma di governo della Provincia, che resta ancorata al modello della democrazia rappresentativa, la cui forma è “semiparlamentare”. A suo parere questi due progetti di legge considerano la democrazia diretta uno strumento di integrazione e di correzione puntuale all’attuale forma di governo contrassegnata dalla democrazia rappresentativa. I due testi si dimostrano inoltre disattenti al fenomeno della democrazia partecipativa, oggetto degli sviluppi innovativi più rilevanti degli ultimi 10 anni. La democrazia partecipativa consente infatti ai cittadini forme capillari e diffuse di coinvolgimento nei processi decisionali. Il Trentino, ha ricordato il professore, conosce varie forme di democrazia partecipativa, che però sono occasionali. A suo tempo si era tentato di razionalizzare la materia: nel maggio 2014 il Consiglio provinciale approvò la mozione 22 sulla democrazia partecipativa e successivamente promosse una conferenza di informazione sull’argomento. Il confronto tra diverse esperienze regionali di altri Paesi europei, mostra che dare più spazio alla democrazia partecipativa potrebbe attenuare il conflitto tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta. Toniatti ha poi riassunto le sue osservazioni puntuali agli articoli dei due ddl (vedi il documento allegato, da lui distribuito alla Commissione) e risposto alle domande dei consiglieri.

La discussione sull’intervento del professore.
Il consigliere dei 5 stelle, primo firmatario del ddl 2, gli ha chiesto cosa pensi delle due due critiche più consuete rivolte agli strumenti della democrazia diretta: la prima sostiene che in tal modo piccole minoranze organizzare possono determinare le decisioni riguardanti un’intera comunità; la seconda è che gli interventi dei cittadini possono bloccare o rallentare l’attività legislativa di un governo incaricato dagli elettori di attuare un programma. Toniatti ha risposto che risposto che i cittadini hanno la possibilità di contrapporsi al prevalere di minoranze organizzate e che gli istituti di democrazia diretta hanno una funzione pedagogica. Perché inducono ad informarsi e ad intervenire. L’indice di successo della politica non è fare molte leggi ma leggi buone. In secondo luogo secondo il professore è infondato il rischio che i cittadini con la democrazia diretta impediscano ad una maggioranza di governare. Con la democrazia diretta gli stessi cittadini che hanno condiviso l’indirizzo programmatico di un governo hanno semplicemente la possibilità di dissentire da alcuni obiettivi. Condividere un indirizzo non significa automatico sostegno a tutte le iniziative di un governo.

Alla domanda di un consigliere del Pd sul tipo di quorum proposto dal ddl da lui firmato, Toniatti ha risposto che l’indicazione di una soglia del 20% o di un’altra simile va messa in rapporto a cosa si vuole favorire. Il 50% del quorum di affluenza alle urne lascia la produzione legislativa esclusivamente in mano al Consiglio e quindi qualunque soglia inferiore a questa è meno restrittiva e penalizzante per la democrazia. C’è poi a suo avviso un possibile conflitto di interessi per un Consiglio provinciale che legifera in materia di democrazia diretta e approfitta della potestà di disciplinare la materia per trattenere il più possibile per sé questo potere.

Ad una consigliera della Lega che ha chiesto se con un abbassamento così drastico del quorum si rischi un abuso dello strumento referendario, il professore ha risposto che va apprezzato il fatto che la democrazia diretta susciti il confronto tra i cittadini a prescindere da chi vinca un referendum. E poi anche se vi può essere un abuso non è detto che questo si traduca in vittorie referendarie. L’obiettivo non è la vittoria ma la crescita culturale dei cittadini. Del resto l’abuso può esservi anche nel caso di un Consiglio che non produca leggi quando ve ne sarebbe bisogno. Per Toniatti l’obiettivo che si dovrebbe porre una comunità piccola come il Trentino dovrebbe essere quello della “qualità” della democrazia. Si tratta di trovare un sistema equilibrato di strumenti di partecipazione per favorire il raggiungimento di questo obiettivo. Correndo anche il rischio dell’abuso che però può produrre buoni risultati.

Il capogruppo di Futura 2018 ha chiesto a Toniatti se ha qualche strada da suggerire perché si vada verso una riforma più strutturale e la qualità della democrazia. Toniatti ha detto di non avere consigli da dare in tal senso, ma ha ribadito che a suo avviso l’attuale democrazia rappresentativa si dovrebbe integrare con la democrazia partecipativa. Al riguardo ha ricordato che nei primi anni ‘90 l’allora consigliere regionale Benedikter disse di essere contrario alla democrazia diretta, aggiungendo però che sarebbe favorevole se questa fosse espressione di una cultura politica alpina. La sua frase esprimeva l’idea di una identità politica territoriale. La domanda da porsi allora è: il Trentino ha una sua identità politica territoriale? Se il rifiuto dell’omologazione nazionale dovesse passare anche attraverso istituti di partecipazione più diretti e articolati dei cittadini, coinvolgendo i territori, questo a suo avviso sarebbe positivo. Ecco perché secondo Toniatti converrebbe utilizzare vari strumenti partecipativi.

Più Democrazia: imitare la legge approvata dalla Provincia di Bolzano.
Daniela Filbier, referente dei firmatari della petizione numero 1 presentata a sostegno del ddl 2, accompagnata dall’ex deputata Lucia Fronza Crepaz, ha ricordato che questa è la terza legislatura in cui il tema della modifica della normativa sul referendum è sottoposto all’attenzione del Consiglio provinciale. “I risultati in questi 7 anni di lavoro di Più Democrazia – ha osservato – sono stati pari a zero. Miglio è andata in campo comunale grazie ad un intervento legislativo regionale del 2014. l’abbassamento per legge al 25 e 30% del quorum nelle amministrazioni locali di tutta la regione è stato un importante progresso in termini di democrazia diretta. Nella provincia di Bolzano nel luglio 2018 la legislatura si è chiusa con l’approvazione in Consiglio di una legge sulla democrazia diretta completa e strutturale. Il quorum è stato fissato al 25%. A Trento nello stesso periodo il Consiglio provinciale ha invece rifiutato di discutere del tema in Aula. La petizione lanciata da Più Democrazia nel novembre scorso ha chiesto di tornare a parlarne in questa legislatura ripartendo dal punto in cui si era rimasti. Ha riconosciuto all’ex presidente della Provincia di aver favorito il negoziato per accogliere questa proposta di ddl “minimale”.

Ora Più Democrazia chiede che l’Aula si esprima in modo trasparente sull’argomento. E in particolare su 7 punti qualificanti: l’abbassamento del quorum al 20% (già frutto di un negoziato perché Più democrazia chiedeva il quorum zero); una Commissione per i referendum istituita a inizio legislatura; l’ampliamento della finestra di celebrazione dei referendum nell’arco di una legislatura (tenendo conto, ad esempio che il Svizzera le votazioni per i referendum sono previste 4 volte all’anno e sono già programmate per i prossimi 20 anni); una informazione pubblica di qualità perché democrazia diretta non è democrazia digitale o dei clic. La tecnologia è solo uno strumento (in Svizzera il voto avviene per via postale); non è plebiscitaria, non è assemblearismo. Gli istituti referendari sono stati creati per essere nella disponibilità dei cittadini e delle minoranze. Le richieste di referendum devono venire dai cittadini. I plebisciti vengono dal potere politico. La democrazia diretta è una metodologia precisa e rigorosa che evita e riduce al minimo questi rischi. In questo l’informazione svolge un ruolo importantissimo.

Fronza Crepaz ha aggiunto due ragioni per incoraggiare l’approvazione di questo ddl: la prima è che democrazia diretta non è contro la democrazia rappresentativa ma aiuta quest’ultima a svolgere il proprio compito e a raggiungere i propri fini; in secondo luogo le persone hanno voglia di partecipare se però vi è potere sul tavolo. Non si può chiedere partecipazione se non vi è davvero possibilità di partecipare e di incidere sulle decisioni. La democrazia diretta è un modo per portare alla luce e dentro il dovere di prendere decisioni il sapere diffuso dei cittadini. I cittadini devono poter disporre di canali regolati per poter dire la loro. Fronza Crepaz ha concluso: se la partecipazione non la regolate, la subirete.

La discussione. L’esame finale in Aula a fine giugno.
Il capogruppo del Patt ha ricordato i dubbi manifestati alla fine della precedente legislatura in merito a questa proposta normativa. La firma da lui posta oggi in calce al ddl 2 indica un sostegno ai promotori dell’iniziativa popolare. Ha ricordato che nella passata legislatura il ddl non era approdato all’Aula non perché la Giunta l’abbia impedito, ma perché non vi erano garanzie che il testo approvato in Commissione sarebbe stato rispettato. E perché alcune parti politiche dichiararono che quel livello di mediazione raggiunto non era soddisfacente. Il capogruppo del Patt ha anche chiesto come intendano muoversi i firmatari della petizione rispetto alle difficoltà emerse in Prima Commissione in merito al quorum indicato dal ddl 2.

Il capogruppo del Pd ha illustrato la ratio del ddl del proprio gruppo, ispirato ad una proposta di Augusto Barbera: si prende il livello di partecipazione dei cittadini nell’ultima votazione, e si considera la metà più uno del tasso di partecipazione. Ha poi segnalato l’esistenza di una terza proposta oggi all’esame del Parlamento. Il criterio di questa proposta è nuovo e interessante: per considerare valido un referendum i sì devono essere più dei no e rappresentare almeno il 25% degli aventi diritto al voto. E ha chiesto cosa pensino i firmatari della petizione di questa proposta.

Filbier, a proposito della possibilità di alzare il quorum del 20% proposto dal ddl sostenuto dai firmatari della petizione popolare, ha risposto che sarà l’Aula consiliare a decidere se questa soglia va bene o meno. La responsabilità sarà individuale e politica di ciascun consigliere. L’importante è che i consiglieri valutino le ragioni. “Non è un mercato, perché al di del 20, del 25 o del 28% ogni consigliere esprimerà una valutazione politica e una visione del mondo. Perché la questione non è trovare il modo migliore per evitare “incursioni” dei cittadini, ma rispondere alla domanda se si vuole o non si vuole favorire la loro partecipazione alla vita politica. “Deciderete voi: noi ci riserviamo la libertà di dire se la legge ci piace o non ci piace”. Infine ha citato il caso del Comune di Cavalese, dove il quorum per il referendum del 30% non è stato superato per 65 voti. Il quorum per i firmatari della petizione “è comunque e sempre lesivo della democrazia”, e la sua non opportunità è stata evidenziata dalla Commissione di Venezia.

Non piace quindi, ai firmatari della petizione sulla democrazia diretta, il “quorum qualificato” proposto dal capogruppo del Pd e oggetto del ddl all’esame del Parlamento. Per loro il testo è frutto di un negoziato con il Pd accettato dal ministro per arrivare ad una formulazione quanto più condivisa possibile senza dover chiedere la fiducia. Certo il quorum qualificato sarebbe comunque migliorativo, ma in Italia il problema è che gli istituti referendari non sono pienamente godibili a causa delle modalità di accesso. Dunque il problema esiste: questa assemblea legislativa intende affrontarlo e parlarne?

Fronza Crepaz ha ricordato che il quorum in origine era frutto della situazione dell’Italia del Dopoguerra, quando la percentuale di partecipazione al voto era altissima. Oggi la situazione è molto cambiata e la legislazione sul referendum dovrebbe prenderne atto anche in materia di quorum. “La questione è vostra – ha concluso: abbiate coraggio”.
Il consigliere 5 stelle ha presentato alcuni emendamenti al proprio ddl con cui intende recepire altre due proposte dei firmatari della petizione popolare sulla democrazia diretta: la prima per chiedere una semplificazione nella presentazione delle firme a sostegno della richiesta di referendum, perché le certificazioni elettorali dei promotori siano produrre dalla pubblica amministrazione; la seconda sull’informazione istituzionale da garantire in occasione dei referendum anche attraverso appositi opuscoli da distribuire ai cittadini perché possano votare consapevolmente. Norme queste già introdotte dalla Regione Valle d’Aosta e in Provincia di Bolzano.

L’assessore ha apprezzato le audizioni ma ribadito la non condivisione della Giunta alle proposte legislative emerse. Ha contestato in particolare l’affermazione del professor Toniatti secondo cui un quorum basso avrebbe una funzione pedagogica. Sbagliato, a suo avviso, sostenere che il quorum è addirittura lesivo della partecipazione, come pure che se a prendere l’iniziativa di un referendum è il potere politico la consultazione si trasforma in un plebiscito e ha quindi una valenza totalitaria. Anche l’affermazione che per motivare la partecipazione dei cittadini occorre mettere potere sul tavolo, non è condivisibile. Infatti la partecipazione ha valore non solo quando con l’esercizio di questo diritto si comanda.

Apprezzabile, invece, per l’assessore è l’affermazione di Toniatti che il Trentino deve dotarsi di una propria identità politica territoriale, che tuttavia non deve necessariamente essere quella della Svizzera anche se lì referendum ha un ruolo importante per la democrazia. Non è per pan-alpinismo che si può prendere come oro colato quel che fanno gli altri. Infine a suo avviso nella nostra provincia non vi sono difetti di partecipazione e di democrazia rappresentativa perché ogni volta che il corpo elettorale viene attivato risponde. Certo vi è un trend negativo anche nel Trentino, ma la partecipazione dei cittadini alle consultazioni elettorali è comunque più alta che nel resto d’Italia e dell’arco alpino. E ha concluso ribadendo la disponibilità della Giunta a condividere una nuova legge se il quorum fosse del 40%. Diversamente il parere rimarrà negativo.

L’esponente dei 5 stelle ha ricordato sul quorum il parere espresso dalla Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa sulle questioni costituzionali, invitata a pronunciarsi nel 2014 in merito al ddl da lui proposto. Il provvedimento venne giudicato in linea con la posizione dell’organismo. Il consigliere ha aggiunto che la soglia del 20% esprime la volontà di mediazione tra posizioni altrimenti inconciliabili e che una ventina di anni fa la Baviera adottò un quorum analogo, ottenendo il placet della Corte costituzionale dello Stato.

La Provincia dovrebbe quindi rifarsi alle buone prassi del patrimonio costituzionale europeo. A suo avviso Toniatti ha chiarito che lo strumento referendario è solo un piccolo tassello per far progredire la democrazia rendendo partecipe il popolo solo di alcune decisioni, come auspicato anche da Alcide Degasperi, Mortati e don Sturzo. Uno studio dimostra inoltre che proprio grazie ai referendum in Svizzera il cittadino medio è più preparato del politico medio tedesco, avendo la possibilità di esprimersi in modo assiduo su temi che lo riguardano direttamente. Anche la performance economica di un territorio e la qualità dei servizi della pubblica amministrazione migliorano perché vi sono strumenti di partecipazione con soglie di accesso molto basse.

Il primo firmatario del ddl del Pd ha spiegato che il provvedimento da lui proposto non esalta il principio della sovranità popolare rispetto a quella della democrazia rappresentativa ma cerca il bilanciamento delle condizioni utili ad una democrazia di qualità. D’altra parte l’obiettivo dei due ddl è lo stesso: abbassare il quorum attuale rispetto a quello introdotto in una determinata situazione storica. Per questo ha chiesto alla Commissione di adottare un metodo di lavoro che permetta la ricerca di una proposta congiunta attraverso una mediazione che tenga conto anche del ddl all’esae del Parlamento.

La presidente della Prima Commissione riconvocherà l’organismo il 15 maggio per proseguire l’esame che, a questo punto, determinerà lo spostamento dell’esame finale in Aula del provvedimento o, nel caso non si riuscisse ad elaborare un testo unitario, dei due disegni di legge a fine giugno.

 

 

 

Osservazioni prof. Toniatti

 

 

Osservazioni Daniela Filbier

Ajax-Tottenham – Champions League, in diretta dalla Johann Cruijff Arena la semifinale di ritorno 90 minuti per un posto nella storia. La sintesi di Ajax-Tottenham, semifinale di ritorno di Champions League, in programma domani, mercoledì 8 maggio, alle 21, alla Johann Cruijff Arena di Amsterdam, è tutta qui. Da una parte i giovani lancieri, eredi di una tradizione calcistica che riporta ai fasti degli anni ’70 e dell’Arancia Meccanica, dall’altra l’energia e la voglia di stupire ancora di un gruppo, quello plasmato da Mauricio Pochettino, che non molla mai, anche se stavolta sarà durissima. Dopo il blitz orange di Londra si riparte dall’1-0 per gli olandesi, che in casa, in questa stagione, hanno perso solo una delle 24 partite giocate finora: per i londinesi le speranze si chiamano Eriksen, Son e soprattutto Harry Kane, un po’ appannato dopo una stagione senza pause ma sempre pericolosissimo.

Ajax-Tottenham sarà trasmessa in diretta, su Rai1, a partire dalle 20.40, subito dopo il Tg1, preceduta e seguita dallo Speciale Champions League, a cura di Raisport, condotto in studio da Paola Ferrari e Alberto Rimedio, con Paolo Rossi. La telecronaca della partita, invece, sarà di Stefano Bizzotto e Antonio Di Gennaro, con gli interventi dal campo di Alessandro Antinelli e le interviste di Andrea Riscassi. La partita, poi, sarà visibile anche in altissima definizione sul canale Rai 4K, per i televisori dotati di teconologia 4K con CAM Tivùsat: al di là del risultato, sarà un’esperienza di visione straordinaria.

 

Contrasto al traffico di droga, le congratulazioni del presidente per l’operazione della Polizia di Stato. Di oggi la notizia di arresti e indagini.

“Ringrazio gli uomini della Polizia di Stato di Trento che hanno portato a termine un’altra importante operazione di contrasto al traffico di droga. La Magistratura accerterà le responsabilità delle persone coinvolte ma oggi, di fronte alla notizia degli arresti e delle indagini in corso, non possiamo che essere soddisfatti nel vedere mantenuta alta la guardia a tutela della comunità ed in particolare dei giovani, le principali vittime di chi ancora vende la morte sulle nostre strade. Oggi possiamo ribadire che in Trentino, grazie all’incessante opera delle forze di polizia e della Magistratura, ma anche grazie alla collaborazione delle istituzioni e della comunità, non c’è posto per chi traffica in sostanze stupefacenti. C’è ancora molto da fare per debellare il fenomeno o ridurlo ai minimi termini.

Grazie all’impegno di tutti però – ne sono sicuro – la nostra comunità ha gli strumenti per rispondere adeguatamente a questa minaccia, partendo da una capillare e continua opera di educazione e sensibilizzazione dei giovani, che sappia proporre modelli di vita salutari oltre che rispettosi della legge, per arrivare al contrasto vero e proprio dei reati da parte di chi ne è preposto. A breve saremo pronti per approvare in Giunta provinciale un programma specifico per contrastare, con un impegno che non ha precedenti, il fenomeno dello spaccio, specie tra i giovanissimi, che dobbiamo tutti saper convincere che quella della droga è una scorciatoia che porta alla schiavitù e spesso alla morte”: con queste parole il presidente della Provincia autonoma di Trento ha voluto commentare la notizia, diffusa oggi, dell’operazione antidroga realizzata dalla Polizia di Stato.

 

 

I militari della Compagnia Carabinieri di Borgo Valsugana, impegnati in servizi coordinati del territorio, disposti dal Comando Provinciale di Trento, hanno denunciato una persona per porto abusivo di coltello.

Alla centrale operativa giungeva la chiamata di un cittadino che, allarmato, denunciava di aver assistito ad una lite tra due uomini, degenerata poi in aggressione durante la quale, uno dei due, estraeva un coltello e minacciava l’altro. Le chiamate al 112, di altri cittadini, tutte denuncianti lo stesso accaduto, si ripetevano mentre già i carabinieri della stazione di Pergine Valsugana, velocemente raggiungevano il posto segnalato.

Al loro arrivo, dopo pochi minuti, la situazione si era calmata. Dando subito impulso alle indagini, riuscivano a rintracciare il probabile detentore del coltello, che veniva sottoposto a perquisizione personale. Sulla sua persona, all’interno della giacca, veniva rinvenuto un coltello serramanico con una lama di circa 10 centimetri di lunghezza, che veniva sequestrata. Viene identificato in E.U., italiano 35enne, con alcuni precedenti penali. Accompagnato in caserma, veniva sottoposto alle operazioni di routine e denunciato all’A.G..

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