PARITA’ DI GENERE: CONSIGLIO PROVINCIALE PAT, IERI ANCORA FUMATA NERA

Riceviamo e pubblichiamo integralmente il seguente comunicato stampa:

(Fonte: Ufficio stampa Consiglio Pat) – Il Consiglio ha concluso un’altra sessione in aula senza arrivare all’esame degli articoli del disegno di legge che introduce norme per garantire la parità di genere nel sistema elettorale del Trentino. Si è parlato ancora di punti nascita e poi dell’emendamento antiostruzionismo di Bezzi. Respinto un altro ordine del giorno di Borga. Iniziata la discussione dell’ultimo

La sessione di aprile del Consiglio provinciale si è conclusa questo pomeriggio in aula senza arrivare all’esame degli articoli, gravati da oltre 5000 emendamenti, del disegno di legge proposto da Maestri (Pd) e Bezzi (F) per introdurre la parità di genere nella normativa elettorale del Trentino. L’assemblea legislativa si è inizialmente occupata ancora una volta della contestata chiusura dei punti nascita di Cavalese e Arco. Su richiesta di Giuliani del Patt il presidente Dorigatti ha convocato i capigruppo che hanno deciso di chiedere al riguardo una comunicazione dell’assessore Zeni.

Questi ha riferito del suo incontro al ministero della salute sull’ipotesi, che sembra riprendere quota, di non chiudere la struttura di Cavalese. Nessuna speranza sembra esservi invece per il punto nascita di Arco. Dopo il dibattito su questo tema, durato poco più di un’ora, si è tornati a discutere del ddl sulla parità di genere e in particolare dell’emendamento presentato dal solo consigliere Bezzi per superare l’ostruzionismo delle opposizioni, emendamento giudicato irrilevante dal presidente Dorigatti perché privo delle firme necessarie per essere esaminato. Infine è stato respinto un altro ordine del giorno collegato al ddl, proposto da Borga. La sessione si è conclusa con l’avvio della discussione dell’ultimo ordine del giorno ammesso, sempre di Borga.

 

 

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Zeni sui punti nascita: apertura ancora possibile a Cavalese ma non ad Arco.

 

La seduta pomeridiana si è aperta con la richiesta rivolta da Luca Giuliani del Patt all’assessore alla salute Luca Zeni e condivisa da Civettini (CT), Degasperi (M5s), Fugatti (Lega) e Cia (misto), di riferire al Consiglio sui contatti da lui avuti con il ministero per evitare la chiusura del punto nascite di Cavalese. Sull’argomento è intervenuto ancora il presidente Rossi, ricordando di aver già risposto stamane in aula a questa domanda ora riproposta da Giuliani in modo a suo avviso “poco rispettoso”.

Il presidente Dorigatti ha convocato i capigruppo che hanno deciso di dare spazio ad un dibattito sull’argomento dei punti nascita, con una comunicazione di un quarto d’ora dell’assessore Zeni. Bezzi (FI) ha protestato con il presidente Dorigatti, colpevole a suo avviso di voler “affossare” il disegno di legge utilizzando il regolamento. Dorigatti ha spiegato che la comunicazione dell’assessore risponde ad una esplicita richiesta di 7 consiglieri, come previsto dal regolamento.

L’assessore Zeni ha ricordato di aver chiesto il suo incontro di ieri al ministero per discutere del punto nascita di Cavalese dopo averne discusso con altre regioni. Regioni che hanno manifestato la difficoltà a reperire nei punti nascita delle zone svantaggiate tutti i professionisti medici previsti per i punti nascita come pediatri e anestesisti. Si tratta allora di capire se si possono garantire standard di sicurezza nelle sale parto introducendo condizioni più flessibili. Il ministero, ha riferito l’assessore, ha dimostrato apertura su un’ipotesi di percorso di verifica tecnica in questa direzione, che non sarà breve. Si tratta infatti di valutare se e come sia possibile nei punti nascita delle zone svantaggiate rendere sicuro il parto anche senza gli specialisti previsti. Se i tecnici dovessero arrivare a formulare delle proposte in tal senso, queste dovranno comunque passare al vaglio prima della conferenza Stato Regioni e poi del ministero prima di modificare i criteri attuali, e per questo occorreranno non meno di 12-18 mesi. Rispetto ai requisiti previsti dal decreto dell’11 novembre 2015 per i casi concedere la deroga alla chiusura dei punti nascita con meno di 1000 parti all’anno, nulla cambia. Anzi. Zeni ha aggiunto infatti che il ministero intende rendere ancor più restrittivo il concetto di “area svantaggiata” riferito ai punti nascita. L’obiettivo è permettere che sotto soglia restino alla fine aperti non più di 15-20 punti nascita in tutta Italia. E tra questi non vi sarà quello di Arco, cui diversamente dal punto nascita di Cavalese, non è stata riconosciuto il collocamento in una zona svantaggiata. L’assessore ha concluso informando che per il punto nascita di Cavalese sono pervenute diverse domande di pediatra e l’obiettivo della Giunta è arrivare ad avere le figure professionali necessarie per l’apertura della struttura.

Claudio Cia (gruppo misto) ha preso atto che il ministero sembra riconoscere per certi punti nascita di zone svantaggiate l’esistenza di elementi che possono garantire la sicurezza delle partorienti anche quando non vi sono tutti gli specialisti richiesti. Tuttavia per Cia dovrebbero essere considerati svantaggiati anche i punti nascita di Tione e Arco. Ad Arco in particolare esistono grosse difficoltà di movimento a causa del traffico che renderebbe difficile il trasporto urgente anche in ambulanza nel caso si presentasse la necessità. Questo sarebbe stato un elemento da far presente a Roma. In ogni caso per Cia, “sui punti nascita la politica, se vuole, può imporsi”.

Luca Giuliani (Patt) ha ringraziato l’assessore per aver fatto chiarezza sulle notizie fornite dalla stampa, precisando che per il momento non cambia assolutamente nulla. Occorreva per Giuliani assicurare la giusta informazione ai cittadini per prevenire l’insorgere di conflittualità su questo tema tra i territori del Trentino.

Claudio Civettini (Civica Trentina) ha evidenziato come la richiesta di un chiarimento, che a suo avviso l’assessore Zeni non ha dato, sia emersa da un esponente della maggioranza.

Marino Simoni (Progetto Trentino) ha giudicato sconcertante che un componente della maggioranza prima ottenga sui punti nascita spiegazioni dal presidente, e poi non fidandosi di quest’ultimo torni a domandare chiarimenti dall’assessore.

Anche filippo Degasperi (M5s) ha segnalato la difficoltà di capire la posizione del consigliere Giuliani sui punti nascita di Cavalese e di Arco. Secondo il consigliere il problema è che con la chiusura dei punti nascita il sistema sanitario e gli elicotteri stanno dimostrando di non saper garantire alle partorienti la sicurezza necessaria.

Maurizio Fugatti (Lega) ha contestato la “troppa solerzia” con cui il presidente Dorigatti ha sospeso la discussione del disegno di legge sulla parità di genere nella normativa elettorale pur non avendo la richiesta scritta per dare spazio alla comunicazione dell’assessore. Fugatti ha preannunciato la volontà, se si riaprisse la partita dei criteri per il punto nascita di Cavalese, di chiedere anche quella di Arco.

L’assessore Zeni nella sua replica ha osservato che il tema sotteso a questo dibattito e riguarda il rapporto tra tecnica e politica. Tra queste per Zeni vi sono molte intersezioni. Non esiste infatti la tecnica neutra, perché le indicazioni dei tecnici non hanno valore assoluto. Al tempo stesso però anche la politica deve decidere tenendo conto delle indicazioni della comunità scientifica. E quest’ultima è pressoché unanime e ferma sulle emergenze sanitarie in sala parto. Dove, affermano i tecnici, o vi è una struttura in grado di intervenire tempestivamente, oppure i rischi sono altissimi.

Chi chiede che la politica si imponga sulla tecnica ignora due questioni: la ragionevolezza delle scelte, per occorre tener conto delle regole indicate da medici ed esperti; il secondo è in basse al diritto alcune competenze appartengono agli organi statali, altre alla Provincia. E se una zona del Trentino non viene riconosciuta disagiata, la Provincia non può prescindere da questo dato. Quanto al tema del traffico e dell’assimilazione di Arco ad una zona svantaggiata, l’assessore ha osservato che il problema riguarda la possibilità per i mezzi di emergenza di arrivare all’ospedale baipassando le colonne. Zeni ha poi evidenziato che i diritti delle donne non comportano necessariamente quello di avere tutti i servizi sotto casa, perché vi sono strutture che devono essere in rete. Su Cavalese l’assessore ha ricordato di aver sospeso le attività non potendo garantire gli standard richiesti.

Per questo, ha aggiunto, stiamo cercando il personale medico necessario. E ha concluso: “sarebbe utile per evitare l’apprensione della popolazione che su un tema tanto delicato vi sia anche un minimo di volontà condivisa cercando di accompagnare questi percorsi con serietà spiegando le motivazioni delle scelte e informando i cittadini sulle modalità di intervento”.

 

 

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Respinto l’ordine del giorno 18 proposto da Borga.

 

A seguire è proseguita la discussione dell’ordine del giorno numero 18 proposto da Rodolfo Borga (Civica Trentina), alla fine respinto con 24 no, 6 sì e 4 astenuti, riguardante il disegno di legge proposta da Maestri (Pd) e Bezzi (FI) per introdurre la parità di genere nella normativa elettorale del Trentino. Il testo dell’ordine del giorno prevede di impegnare la Giunta a costituire un gruppo di esperti che studi le modalità per prevedere non solo la parità di genere in Consiglio provinciale ma anche un’equa rappresentanza delle diverse professioni e categorie economiche che spesso hanno esigenze molto diverse.

Walter Viola (Progetto Trentino) ha ribadito che non è affatto certo che una legge sia il modo più sicuro per promuovere una vera parità uomo-donna. Sul principio sono tutti d’accordo, il problema è il “come”. Se in Danimarca, dove pur non essendoci nessuna legge sulla parità questa trova attuazione molto più che in tutti gli altri Paesi europei, ciò significa che esiste una “politica di contesto” che promuove molto meglio il riconoscimento dell’importanza della presenza femminile in tutti gli ambiti della società. Alla parità giovano quindi più le politiche di contesto che le politiche coattive. In Trentino solo 17 Comuni su 170 hanno approvato la mozione sulla democrazia paritaria e questo indica che non vi è tutta questa volontà dal basso di perseguire questo obiettivo. Oltretutto la Provincia ha già una normativa sulle pari opportunità. Il problema è attuarla. Non è quindi assolutamente detto che obbligando per legge l’espressione della preferenza si ottenga poi il risultato auspicato.

Degasperi (M5s) ha espresso qualche perplessità sul merito dell’ordine del giorno, a suo avviso non condivisibile. E ha poi stigmatizzato chi oggi in Trentino predica la democrazia paritaria poi non applica questo principio nei Comuni, come nel caso di Trento, dove un assessore donna è stata sostituita da un uomo senza che nessuno prendesse le sue difese.

Bottamedi (misto) ha chiesto al presidente Rossi che intenzioni ha su questo ddl visto che si è tornati in una situazione di stallo. Bottamedi ha ricordato che la proposta avanzata da lei e altri colleghi per sbloccare lo stallo non era uno scherzo. “Ci aspettavamo che la maggioranza, che dovrebbe tenere a questo ddl, andasse fino in fondo. Invece ci è stato detto che stavamo giocando a poker. La verità è che la maggioranza sta giocando a nascondino. Il presidente dica allora come si va avanti per non trascinare la discussione fino alle 18.30 e perché ne abbiamo diritto noi e chi segue questo teatrino davvero svilente”.

Il presidente Dorigatti ha precisato che non esiste alcuna proposta ma solo un emendamento non utilizzabile perché privo di firme. Restano invece 1500 emendamenti validi.

Giacomo Bezzi (FI) ha ribadito di non capire la posizione del collega Degasperi del M5s, secondo cui questo ddl favorirebbe una parte delle donne e non altre che hanno altro da fare. Questo è un atteggiamento “da destra conservatrice e non al passo con i tempi”.

Filippo Dagasperi (M5s) ha replicato osservado che probabilmente Bezzi non ha ascoltato le spiegazioni già fornite in precedenti interventi. La posizione del M5s è chiara ed è stata seguita ovunque tranne che nel Veneto, mentre uno sbandamento sulla legge elettorale per la parità di genere ce l’ha eventualmente Forza Italia nel caso del Trentino.

Lucia Maestri (Pd) ha ricordato di essere stata avvicinata ieri dai consiglieri Bottamedi e Bezzi che le hanno presentato la proposta “fantomatica” (perché l’emendamento non esiste) del 60/40 e delle doppia preferenza di genere, sulla quale sarebbero stati d’accordo anche Fasanelli e Bezzi. Avevo chiesto a Bottamedi che prima di parlare alla stampa di questa proposta era bene accertarsi che fosse percorribile. Invece è stata venduta la pelle dell’orsa prima che fosse ucciso.

Manuela Bottamedi (misto) ha ribattuto ricordando di aver espresso a Maestri anche l’intenzione di cercare le firme necessarie a sostegno dell’emendamento. Ieri Degasperi è stato chiaro nel dire apertamente di no. Alle 12.45 Cia aveva reso nota la proposta e nel pomeriggio in aula sono state cercati i consensi e le firme. Maestri ha incoraggiato quest’iniziativa. Ci siamo quindi mossi nella piena correttezza, ha concluso Bottamedi.

Massimo Fasanelli (misto) ha segnalato che la “maglia nera” in tema di parità di genere il Trentino ce l’ha sulle nomine di rappresentanti di genere femminile all’interno della Giunta provinciale. Dato questo che non dipende dalla legge elettorale ma dai partiti. Quanto alla nomina del presidente dell’A22, i 18 mesi della carica assegnata al Patt scadranno nel dicembre prossimo. Il Pd che dovrà nominare il nuovo presidente ha quindi tutto il tempo per individuare un candidato donna.

Claudio Cia (misto) ha ribadito che la proposta di emendamento c’era e ha osservato che “purtroppo anche la seduta di oggi si concluderà senza arrivare al risultato sperato”. Il presidente della Giunta aveva detto che questa legge rientrava nel programma di governo, per cui nel 2018 dovrebbe risultare acquisita. Chi ha votato per il centrosinistra perché prometteva una legge sulla doppia preferenza di genere come uno dei capisaldi del programma della coalizione, rimarrà deluso. Il problema non è dato quindi dall’ostruzionismo delle opposizioni ma dalla maggioranza di centrosinistra. Tant’è vero, ha ripetuto Cia, che i partiti di centrosinistra hanno sempre preferito uomini a donne nell’assegnazione delle cariche politiche.

Gianfranco Zanon (PT) è tornato sull’emendamento da lui presentato per il mantenimento delle tre preferenze, di cui una di genere diverso dall’altra anche se se ne esprimono due, utile a portare in aula un numero maggiore di donne rispetto alla situazione attuale. Non si tratta di una fregatura come qualcuno sostiene, ha spiegato Zanon. L’emendamento prevede anche una maggior percentuale di donne nelle liste. Un accordo su questo punto sarebbe, secondo il consigliere, un primo piccolo passo verso l’obiettivo. Diversamente non cambierà nulla perché questo ddl non passerà.

 

 

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Emendamenti fuori termine inutili senza le firme di 7 capigruppo.

 

Filippo Degasperi (M5s) ha chiesto a Dorigatti spiegazioni sull’emendamento proposto ieri per superare l’ostruzionismo. Fino ad oggi gli emendamenti presentati come questi fuori termine erano ammissibili solo con un sostanziale accordo di tutta l’assemblea. Vi sono novità al riguardo?=

Il presidente Dorigatti ha chiarito che i cosiddetti emendamenti fuori termine in realtà non esistono. Si è convenuto tuttavia con un’apposita circolare di ammettere emendamenti di questo tipo solo in presenza del consenso della maggioranza dei consiglieri dei due schieramenti. La prassi è stata quindi che per proporre emendamenti cosiddetti “fuori termine” servano almeno 4 firme della maggioranza e tre delle minoranze. L’emendamento di questa mattina è agli atti ma non ha alcun valore perché privo di firme. Se ne raccogliesse 7 si potrebbe procedere, ma ci troveremmo poi comunque con ancora 1500 emendamenti. Rispondendo a una successiva osservazione di Borga (CT), il presidente ha ribadito che quell’emendamento non avrebbe affatto “spazzato via” tutte le proposte di modifica di natura ostruzionistica.

Bottamedi ha insistito nel sostenere che ieri in realtà la partita sull’emendamento proposto era aperta e che Fasanelli non aveva firmato in attesa di capire la posizione della maggioranza.

Bezzi (FI) ha lamentato il diverso trattamento riservato in passato per prassi alle “firme tecniche” per presentare emendamenti fuori termine in occasione dell’esame delle leggi finanziarie. E ha preannunciato che negherà la propria firma tecnica se in futuro gli verrà richiesta per qualche finanziaria.

Borgonovo Re (Pd) ha ricordato il potere del presidente del Consiglio di ammettere eccezionalmente emendamenti fuori termine, che il regolamento lascia tra l’altro alla totale discrezionalità del presidente. Quanto alla firma della maggior parte dei presidenti dei gruppi consiliare, questa va per prassi interpretata 3 firme di capigruppo di minoranza e 4 di quelli di maggioranza per l’ammissibilità degli emendamenti. Per questo l’emendamento in questione, privo delle firme necessarie, non costituisce uno strumento formale per i lavori d’aula.

 

 

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Iniziata la discussione dell’ultimo ordine del giorno.

 

Rodolfo Borga di Civica Trentina ha poi illustrato il testo dell’ultimo ordine del giorno ammesso alla discussione dal presidente e da lui proposto per dare rappresentanza in Consiglio provinciale a tutte le diverse età dei cittadini del Trentino, distinguendo tra segmenti demografici non superiori a 10 anni. Borga ha citato dati Ocse che ha evidenziato come la presenza di troppe donne sulle cattedre delle scuole come insegnanti danneggia l’apprendimento degli alunni. Per questa ragione alcuni Paesi come il Regno Unito hanno preso provvedimenti per promuovere una maggior presenza maschile tra i docenti. Le donne docenti nelle scuole di ogni ordine e grado in Italia costituiscono la stragrande maggioranza e questo, secondo studi accreditati, favorisce le studentesse mentre produce effetti negativi sugli studenti maschi. “Dovremmo quindi preoccuparci allora, insieme alla Commissione per le pari opportunità, anche di questo squilibrio, che incide in modo rilevante in un settore importante come quello dell’educazione”. Non si tratta, ha precisato Borga, di espellere dalle scuole le insegnanti donne ma di considerare anche questo problema.

L’assessora Ferrari ha motivato il no della Giunta all’ordine del giorno perché non c’entra nulla con il ddl in discussione, il cui scopo è di realizzare quanto previsto dall’articolo 51 della Costituzione.

Civettini (CT) ha osservato che il rischio, obbligando alle due preferenze di genere, è che i cittadini siano indotti a votare a causa delle abbinate elettorali promosse da non pochi gruppi di pressione politica, candidati sconosciuti, uomini o donne che siano.

Filippo Degasperi (M5s) ha denunciato chi doveva dimostrare con i fatti di essere a favore del disegno di legge e quando è arrivato il momento giusto per farlo non c’era. Le donne che la Provincia nomina all’interno dei cda sono poche, come quelle nominate dal Comune di Trento. Poche “privilegiate”, secondo Degasperi, che sottraggono possibilità a tutte le altre. “Penso che questa sia una discriminazione nei confronti di tante altre donne e anche degli uomini”.

Massimo Fasanelli (misto) ha segnalato il caso di aziende che funzionano bene perché le donne da cui sono guidate dimostrano qualità che superano quelle degli uomini. Per questo sono state preferite a dirigenti dell’altro genere. La parità di genere che il disegno di legge prevede giustamente nel Consiglio provinciale, per Fasanelli si dovrebbe perseguire in tutti gli altri settori della società, la cui importanza non è certo inferiore.

Claudio Cia (misto) ha ricordato che quando era stata istituita la Commissione dei 75 da cui era stato elaborato il testo della Costituzione italiana, le donne presenti erano 21. I costituendi che avevano nominato questa Commissione erano 556. Le trentine in questa Commissione erano due: Elisabetta Conci e Maria De Unterrichter. Pare quindi che vi fosse più volontà politica di avere donne al potere allora che non adesso.

Marino Simoni (PT) ha motivato l’astensione del proprio gruppo su questo odg, da cui emerge l’esigenza che anche gli anziani siano rappresentati in Consiglio provinciale. “Così come formulato – ha osservato – questo disegno di legge non sarà mai approvato. Si potrà votare solo con l’emendamento del collega Zanon”. Per Simoni è improprio il coinvolgimento del presidente della Camera.

Maurizio Fugatti (Lega) è tornato a mettere in discussione l’effettiva volontà della maggioranza di volere davvero l’approvazione di questo disegno di legge. Non a caso per Fugatti i quotidiani hanno riferito che la maggioranza è rimasta spiazzata dall’emendamento proposto da Bezzi. I cittadini devono sapere se all’interno delle minoranze vi sono sensibilità diverse su questa proposta, ma il vero motivo per cui essa non procede dipende dalla mancanza di convinzione nell’ambito della maggioranza.

 

 

 

In allegato il comunicato stampa:

Consiglio concluso senza esame ddl

 

 

 

 

Foto: archivio Consiglio provinciale Pat