GARANTE DETENUTI: BOLDRINI, IL CARCERE E’ CARTINA TORNASOLE DI DEMOCRAZIA

Riceviamo e pubblichiamo integralmente il seguente comunicato stampa:

(Fonte: Ufficio stampa Camera dei Deputati) – Intervento Boldrini a presentazione relazione Garante dei detenuti; Sala della Regina, Montecitorio.

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“Saluto la Ministra per i rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro, il Sottosegretario alla Giustizia Gennaro Migliore, il Presidente del Garante Nazionale Mauro Palma, le componenti del Collegio Daniela de Robert e Emilia Rossi, le autorità, i parlamentari e tutti voi che siete qui presenti.

Mi fa veramente piacere ospitare qui alla Camera dei deputati la prima relazione al Parlamento del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale.

La prima, perché l’istituzione di questo organo indipendente di garanzia è molto recente. E’ uno dei frutti più significativi di una legislatura, come quella attuale, che si è molto impegnata sui temi della giustizia, della condizione dei detenuti e delle carceri italiane.

Il Governo e il Parlamento hanno lavorato in modo intenso in questo ambito, spinti dalla sentenza di condanna nei confronti dell’Italia – sentenza che non ci faceva certo onore – per il sovraffollamento delle carceri che la Corte Europea dei diritti dell’uomo aveva emesso l’8 Gennaio del 2013, poche settimane prima dell’inizio della legislatura.

Ma spinti anche dalla consapevolezza che il dettato costituzionale e i principi dello Stato di diritto non consentono “ trattamenti contrari al senso di umanità”, “trattamenti inumani e degradanti”. Ce lo ricorda anche Voltaire: “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”.

I diversi provvedimenti approvati dalle Camere hanno consentito una significativa riduzione della popolazione detenuta. E questo è il presupposto per fare un buon lavoro, perché in una situazione di drammatico sovraffollamento non solo si condannano i detenuti ad una pena aggiuntiva di particolare disagio che nessun tribunale ha mai deciso e che non consente alcun riscatto, ma è impossibile programmare e svolgere con efficacia tutte quelle attività finalizzate al recupero e al reinserimento sociale del condannato che è, secondo la Costituzione, ciò a cui la pena deve tendere. Come si fa, quando in una cella ci sono 6-8 persone ammassate? Lì esce il peggio della persona, se possibile.

Adesso che abbiamo ridotto il numero delle persone, diminuito il sovraffollamento, bisogna fare tutto il resto. E per farlo serve la collaborazione di tutti: delle istituzioni nazionali, degli enti locali e delle forze sociali, perché lo dobbiamo al nostro Paese.
In questo contesto il ruolo del Garante Nazionale, così come di quelli regionali, diventa necessario e prezioso per la sua funzione di vigilanza e di garanzia del rispetto dei diritti non solo dei detenuti ma di tutte le persone private della libertà personale: quelle affidate alla custodia nei luoghi di polizia, nei Centri di identificazione e di espulsione; quelle che si trovano nei cosiddetti hotspot, un’altra dimensione sulla quale è forse il caso di andare a fondo, mi permetto di suggerire; quelle che sono nelle residenze in esecuzione delle misure di sicurezza psichiatriche, o sottoposte a trattamenti sanitari obbligatori. Un enorme lavoro da fare, per il Garante.

Mi preme, in questo contesto, che sia chiara una cosa. Garantire questi diritti alle persone detenute non è altra cosa rispetto all’obiettivo di garantire la sicurezza, di rendere le nostre città e le nostra società più sicure. Torna nel dibattito pubblico e sui mezzi d’informazione il tema della sicurezza. C’è chi lancia l’allarme in totale controtendenza rispetto ai dati oggettivi e alla relazione che il Ministro dell’Interno ha fatto alle Camere:  diminuiscono gli omicidi, i furti, le rapine, ma nel nostro Paese sembra che ci sia, secondo la narrazione, un Far West.

Non è così. Grazie allo sforzo di tanti, delle forze dell’ordine, non è così. Eppure c’è questa percezione che esiste, e dobbiamo farci i conti. Sarebbe un errore dire: “è una percezione, non è un problema reale, quindi andiamo avanti”. No, bisogna anche capire perché, chiedersi perché ci sia questa percezione. E quali siano le risposte da dare.

Io penso che una società è più giusta e viene percepita come tale quando si fanno alcune cose. Una società è più sicura e viene percepita come più sicura se è coesa, se è inclusiva, se ha gli strumenti per vincere la solitudine nella quale vivono le fasce più deboli della popolazione. Persone che nelle nostre città hanno paura di uscire perché sono sole. Gli anziani, i nuovi poveri, i giovani senza lavoro. Si sentono insicuri, nonostante non ci siano elementi di insicurezza, perché si trovano senza protezione sociale.

Per far sì che i nostri concittadini abbiano una percezione diversa, bisogna creare una società che sia capace di non lasciare indietro le persone, aumentare il senso di appartenenza ad una comunità. E una città viene percepita come più sicura non solo grazie al lavoro degli apparati di sicurezza, ma anche se le sue strade sono illuminate, se i suoi parchi pubblici sono curati e frequentati dalle famiglie, se non ci sono rifiuti ammassati nelle piazze, se iniziative culturali e sociali riescono ad animare la vita notturna. Ognuno di noi ha avuto sdegno nel vedere immondizie, ha avuto paura nell’attraversare una strada buia.

Su questo si devono concentrare gli sforzi di Sindaci e amministrazioni comunali se vogliono che le loro città vengano percepite come più sicure. Non c’è bisogno che si occupino di altro. E già questo per loro è un compito gravoso: rendere le nostre città più vivibili.
E preoccuparci delle condizioni di chi vive e lavora nelle carceri non significa mostrarsi indulgenti verso chi ha commesso reati: qualcuno userebbe questa parola odiosa, ‘buonisti’.  Significa anche preoccuparci della sicurezza collettiva, perché restituire alla società una persona migliore rispetto a quella che ha fatto il suo ingresso in carcere, è nell’interesse di tutta la collettività.

In questi 4 anni da Presidente della Camera ho visitato diversi carceri. Il mese scorso sono stata a Bollate (Milano) dove, come sapete, è in atto un progetto a custodia attenuata volto alla graduale inclusione sociale dei detenuti, soprattutto attraverso il lavoro. Ho visto la differenza che c’è tra chi sta in carcere lavorando, facendo un percorso, e chi sta in carcere senza nessuna prospettiva di riabilitazione.Le carceri dove vengono sviluppate esperienze di questo tipo sono definite degli esempi.

Ma non dovrebbero rappresentare isole felici, un’eccezione. Tutti dovrebbero pensare a farlo, anche con l’inclusione della società del luogo: a Bollate hanno fatto un asilo dove vanno i figli delle persone del quartiere; le aziende danno lavoro e chi è dentro lavora su tre turni, ed ha la voglia di rimettersi in piedi, con dignità. Perché chi ha sbagliato deve avere una seconda chance, in un Paese democratico.

E perché questo sia possibile abbiamo tutti un gran lavoro da fare, caro Garante: voi, ma non solo voi. Mi sento di dire che noi come Camera continueremo in questo impegno, lo porteremo avanti perché riteniamo che questo sia una dei temi prioritari, una cartina di tornasole del livello del livello di democrazia del nostro Paese”.
 

 

 

 

 

Foto: © Archivio fotografico Camera dei Deputati