Dopo anni di silenzio quasi tombale, la serata organizzata dagli amici de “La Busa” il 27 giugno a Nago, ha certamente dato una scossa all’apatia nella quale la vicenda di Chico era caduta.

L’evento, intitolato “Ultima chance per Chico” e organizzato dalla rivista “La Busa” e dal “Consorzio Cento”, è stato improntato sulla proiezione su grande schermo della trasmissione realizzata dalla televisione americana CBS nel servizio “48HOURS”, trasmesso il 4 maggio scorso in tutta l’America e seguito da milioni di telespettatori.

Il film era sottotitolato in italiano e tutti i presenti hanno potuto farsi un’idea precisa di come la CBS abbia fatto il massimo sforzo per far pendere l’ago della bilancia dalla parte dell’innocenza di Chico.

È giusto sottolineare che questi americani si sono sobbarcati tutte le ingenti spese che questo programma ha comportato, mettendo in campo uno staff eccezionale di esperti e investigatori.
A Fabio Galas e Stefano Chelodi che, insieme a Gianfranco Tonelli, hanno organizzato in maniera egregia l’evento, va il mio più vivo ringraziamento.

La serata è stata aperta dal vicesindaco di Nago/Torbole – Luigi Masato – il comune che ha ospitato gratuitamente l’evento e che intende concedere la cittadinanza onoraria a Chico.
È scritto giusto di poi seguito un saluto registrato di Chico, commentato con commosso fervore dalla giornalista Rai, Manuela Moreno.
Poi il “pezzo forte” della serata, il filmato della CBS commentato dalla corrispondente italiana Sabina Castelfranco.

A seguire è stata proiettata un’appassionata intervista del compianto avvocato italiano di Chico, Ferdinando Imposimato, con il contributo dell’onorevole Emanuela Corda e di Mauro Ottobre, promotori di due mozioni in Parlamento a favore di Chico.

L’ultimo filmato è stata la presentazione del documentario “Framed in Miami”, in fase di realizzazione e prodotto dalla TV svedese, rappresentata in sala dall’avvocato americano Philip Mause, che fatto un appassionato intervento a favore della causa di Chico.

Questa in breve la cronaca dalla serata, tutto sommato fin troppo tranquilla, fino all’intervento conclusivo del presidente del Consiglio provinciale Walter Kaswalder, che ha ulteriormente surriscaldato l’ambiente – dove la temperatura superava già i 40° senza condizionamento o areazione – tuonando a tutto campo contro gli americani.

Mi pare giusto però sintetizzare qui la prima parte del suo intervento:
”Grazie per l’invito e dico subito che sono sconvolto. Stasera vado a casa con un peso sullo stomaco e un senso di impotenza come da tantissimi anni non mi succedeva. Aver visto questo filmato mi convince ancor di più che Chico è una brava persona e merita di tornare a casa.

Recentemente ci siamo trovati in Consiglio provinciale e ci stiamo impegnando in un’azione politica, soprattutto nazionale, per capire come ci si potrà muovere.

È chiaro che dopo vent’anni bisognerebbe finirla con le chiacchiere e fare un’azione forte e concreta d’alto livello, con il ministro degli esteri con il presidente del Consiglio dei ministri Conte. Non credo che per fare questo ci voglia tantissimo, basterebbe la buona volontà di volerlo fare, perché solo così si potrà risolvere il problema. Io cercherò di fare tutto il possibile, anche se mi rendo conto che non è semplicissimo”.

La seconda parte del suo intervento invece, è uscita dai binari dello spirito della serata.
Kaswalder ha dichiarato la sua più esplicita antipatia per l’America e per gli americani, definendoli un popolo di “guerrafondai”. Opinione del tutto personale, ha precisato subito lui, ribadendo però che non avrebbe mai messo piede in quel Paese.

La reazione mediatica e politica del giorno dopo, ha scatenato un vero proprio putiferio e riempito polemicamente le pagine dei giornali locali.

Anch’io sono stato chiamato in causa per esprimere il mio pensiero sulla questione.

Desidero subito dire che durante i miei innumerevoli viaggi negli Stati Uniti, ho trovato molta solidarietà da parte di molti americani che hanno sposato la causa di Chico.
Quindi bisogna distinguere!

Tornando alla serata, io penso che le esagerate esternazioni di Kaswalder siano state dettate dalla rabbia e dalla frustrazione per la vicenda di Chico e in quel momento non ha saputo frenare le sue convinzioni personali di natura politica.

Ebbene, quella rabbia e quella frustrazione le ho provate (e le provo) anch’io da quando ho viaggiato in Florida nel vano tentativo di sovvertire la condanna di Chico, vittima di una giustizia cieca e spietata, che non si piega neanche di fronte all’evidenza. Cito alcune ragioni.

Una procura che ha impiegato ventotto mesi per portare Chico al processo, impiegando tutto il suo tempo nella ricerca di prove circostanziali false per creare a tutti i costi la colpevolezza di Chico, invece che dedicare tutto questo tempo alla ricerca della verità.

E questo risulta chiaramente anche da un documento inedito mostrato dalla CBS nel suo servizio.
Il capo della squadra investigativa che si occupava del caso di Chico, ha scritto una lettera al padre della vittima dove si legge testualmente: “La pubblica accusa era fortemente in dubbio se procedere o meno, e abbiamo quasi dovuto minacciarla affinché incriminasse Forti”.

Un procuratore e i suoi collaboratori mentono spudoratamente in tribunale per fuorviare nel giudizio una giuria disattenta e pilotata, per ottenere un verdetto di condanna anche senza alcuna prova.

Una giudice che infligge il massimo della pena – ergastolo senza sconti – sulla base di semplici sensazioni…

Le Corti di Appello che respingono tutte le mozioni di revisione del processo – suffragate da una montagna di documenti a sgravio delle false accuse portate in tribunale – con un laconico comunicato: “Caso Chico Forti chiuso!”, senza opinione, discussione o motivazione.

E allora viene naturale provare un grande risentimento.
C’è però da tener presente che tutto questo si sarebbe potuto probabilmente evitare se gli avvocati di Chico avessero agito correttamente in sua difesa.
Anche il giudice Imposimato aveva dichiarato esplicitamente: “Io non andrò mai in America, perché è un Paese pericoloso e vendicativo per chi non la pensa come loro o li contesta!”

E infatti, c’è il fondato dubbio che l’accanimento contro Chico Forti possa essere nato da una sua inchiesta sul caso Versace/Cunanan, dove, in un filmato, ha dimostrato la scorretta montatura della polizia di Miami sulla fine dello stilista italiano. Punito per aver osato pestare i piedi al corrotto sistema giudiziario in quella vicenda… Non ci sono altre spiegazioni!

Ma gli americani non sono tutti così! La riprova ce l’ha data recentemente proprio la televisione CBS, che ha aperto una larga falla nel muro di gomma costruito intorno a Chico.
Un’altra testimonianza l’ha fornita anche l’avvocato americano Philip Mause – presente alla serata di Torbole – che da anni si sta occupando di Chico, convinto della sua innocenza, dopo aver letto e studiato tutti gli atti del processo.

Philip sta collaborando con una televisione svedese che sponsorizza la produzione di un film/inchiesta sulla vicenda (in fase di ultimazione). Ebbene, questo avvocato americano, nel 2016 ha inviato una lettera a Chico che ritengo giusto riportare qui di seguito:

“Ciao Chico, sono molto contento di avere l’occasione di parlare con te.

Io sono un avvocato degli Stati Uniti e, dopo aver trascorso molti anni esercitando la mia professione in Washington D.C., ora sono in pensione.
Sono nel consiglio di amministrazione di Injustice Anywhere, un’organizzazione che ha l’obiettivo di aiutare le persone che, secondo noi, sono state condannate ingiustamente.

Ho esaminato il tuo caso molto attentamente e sono assolutamente convinto che tu sia stato condannato ingiustamente e che tu sia innocente.
Quindi, voglio dirti alcune cose. Prima di tutto, come americano, mi scuso con te per il modo in cui il nostro sistema giudiziario è stato applicato nel tuo caso.

Questo processo è stato una farsa; un caso che non avrebbe neanche dovuto essere portato in tribunale, né tanto meno avrebbe dovuto concludersi con una condanna.
Sono davvero molto dispiaciuto e come americano sono imbarazzato per quanto ti è successo.

Inoltre, benché sia difficile capovolgere l’esito di un’ingiusta condanna negli Stati Uniti, non è del tutto impossibile… Se mantieni alte le speranze, quelli come noi che credono nella tua innocenza faranno di tutto per risolvere questa situazione.

Grazie mille e come americano mi scuso ancora per quanto ti è accaduto nel nostro Paese.
Philip Mause”E Chico? In una breve e-mail, mi ha detto che – giusto o sbagliato – era ora che qualcuno facesse la voce grossa contro un Paese che gli ha rubato tutto, la vita, la libertà e la famiglia.

Dice che se fosse successo a un americano in Italia quello che è successo a lui negli Stati Uniti, sarebbero già sbarcati i marines…

E il Governo Italiano? Per vent’anni ci hanno detto che il caso di Chico Forti è sempre nella priorità dell’azione del Governo, ma non si può fare nulla se non attraverso un’azione legale in America.

L’attuale avvocato americano, a sua volta, dice invece che non serve a nulla presentare un’ulteriore mozione se prima non c’è un intervento politico ufficiale del Governo Italiano, altrimenti la mozione fallirebbe inevitabilmente come tutte le altre.

Un gatto che si morde la coda.
In tutti i casi, sia per il cattivo patrocinio degli avvocati al processo, sia per lo scorretto comportamento dell’accusatore, Chico si trova in carcere innocente da più di vent’anni.
E allora, perché il Governo Italiano non convoca al più presto gli avvocati di Chico presso il ministero competente per pianificare insieme la migliore strategia da adottare per tirare finalmente fuori Chico dalla galera in cui è sepolto?

Questo è ciò che da sempre aspettiamo e l’”ultima chance per Chico” sta per scadere…

Concludo citando un fatto gravissimo, che tutti conoscono ma che ritengo opportuno ricordare perché strettamente collegato alla storia di Chico.

Il 3 febbraio 1998 – quindici giorni prima dell’arresto di Chico – nei pressi di Cavalese, una località sciistica a circa cinquanta chilometri da Trento, si verificava un tragico incidente.
Un aereo militare statunitense da guerra, che volava a quota bassissima in violazione dei regolamenti, tranciava il cavo d’acciaio della funivia del Cermis. Una cabina con dentro 20 persone precipitava nel vuoto da circa 150 metri schiantandosi al suolo e i passeggeri di varie nazionalità, perirono tutti.

I militari responsabili del disastro vennero trasferiti negli Usa per essere giudicati ma furono tutti assolti da ogni accusa.

Quello che all’epoca suscitò maggior scalpore, fu la rivelazione che il pilota dell’aereo e il navigatore avrebbero provveduto a distruggere i nastri video che avevano girato dalla cabina prima dello schianto. Questi nastri avrebbero mostrato al mondo come quattro militari americani si stavano divertendo in un volo fuori dalle regole, causando criminalmente una strage con venti morti e come alla fine se la siano cavata facendo addirittura carriera.

Che cosa dobbiamo pensare di tutto questo in rapporto al processo fatto a Chico Forti?

Questa lettera non vuole certo difendere le esternazioni e le convinzioni di Kaswalder – ritengo che sia in grado di farlo da solo – ma vuole soltanto cogliere l’occasione per richiamare l’attenzione sulla serata dedicata a Chico, che purtroppo è scivolata in secondo piano.

La vicenda di Chico Forti non ha colore politico, quindi invito tutti, in modo trasversale, ad agire di comune accordo perorando la sua causa ad alto livello, sia presso il Governo italiano che quello americano.

Grazie.

 

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Gianni Forti