PROVINCIA BOLZANO – KOMPATSCHER * MIGRANTI: ” SOLUZIONE EUROPEA PER LA QUESTIONE DEI PROFUGHI, UN SISTEMA LOCALE FONDATO SULL’ACCOGLIENZA DIFFUSA”

Profughi, migranti, richiedenti asilo: sono senza ombra di dubbio alcune delle parole più utilizzate nel corso degli ultimi anni. Il tema è stato affrontato dal presidente Arno Kompatscher durante l’incontro di fine anno con i media locali, nel corso del quale è stato ribadito che l’Alto Adige continuerà a fare la propria parte all’interno del contesto italiano ed europeo.

“La questione dei migranti potrà essere affrontata e gestita in maniera seria solo tramite una soluzione europea – ha detto Kompatscher – che incentivi e coordini al meglio la cooperazione fra i paesi della Ue.

Sono stati fatti passi in avanti, gli sbarchi e i morti nel Mediterraneo sono calati, ma la situazione resta comunque drammatica”.

Per quanto riguarda nello specifico la realtà altoatesina, il Landeshauptmann ha spiegato che “il numero dei richiedenti asilo è in leggero calo da quest’estate, e attualmente si attesta attorno a quota 1.650 persone.

La strategia è quella di attuare un’accoglienza diffusa su tutto il territorio, con piccoli gruppi di richiedenti asilo più facili da integrare nel tessuto locale. Sono convinto che operando in questo modo la situazione sia assolutamente gestibile e non rappresenti un’emergenza”.

Per quanto riguarda la questione dei fuori quota, ovvero di quelle persone senza diritto di asilo ma comunque presenti sul territorio, Kompatscher ha ribadito che “la Provincia farà tutto il possibile per dare un’accoglienza dignitosa a queste persone.

Si tratta di una questione umanitaria, anche se la soluzione del problema passa attraverso gli accordi con gli stati di origine per il rimpatrio”.

Parlando del caso del ragazzino curdo deceduto nei mesi scorsi a Bolzano, il presidente altoatesino ha sottolineato che “si è trattato di una vicenda drammatica che ha profondamente colpito tutti quanti.

Qualcosa non ha funzionato nella catena dell’accoglienza, in quanto il ragazzo e la sua famiglia rappresentavano un cosiddetto “caso vulnerabile”, e sarebbe dovuta intervenire una struttura pubblica”.