Ordine Psicologi – Trento * Migrazioni: « preoccupazione per la rimessa in discussione delle strutture per l’accoglienza, si erano qualificate per competenza e integrazione »

Riceviamo e pubblichiamo integralmente:

Migrazioni e accoglienza: il pensiero del Consiglio dell’Ordine degli psicologi di Trento – Il Consiglio dell’Ordine degli psicologi di Trento, quale rappresentante di professionisti che si occupano del benessere delle persone, ritiene di dover esprimere il proprio pensiero e la propria preoccupazione per gli scenari sociali riguardanti il fenomeno della migrazione.

L’art. 10 della nostra Costituzione prescrive che ha diritto d’asilo il cittadino straniero «al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana». Il diritto internazionale, citando l’art. 33 della Convenzione di Ginevra, ha consolidato il divieto di espellere o respingere «in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate». Per queste ragioni, al fine di dare piena attuazione a queste prescrizioni, e in accordo con la normativa europea, l’Italia aveva introdotto l’istituto della “protezione umanitaria”.

La politica di contrasto all’immigrazione clandestina e di controllo del territorio è ovviamente dovuta e auspicabile, ma al tempo stesso appare poco sensibile al profilo umanitario. La cancellazione del Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), cioè il sistema di accoglienza pubblica porta all’espulsione dal sistema di tutti i richiedenti asilo, anche coloro che sono considerati vulnerabili, siano essi disabili, anziani, donne in stato di gravidanza, vittime della tratta di esseri umani, persone per le quali è stato accertato che hanno subito torture, stupri ecc. Nello Sprar resteranno solamente i titolari di “protezione internazionale” e minori stranieri non accompagnati.

La preoccupazione fortemente sentita dal Consiglio dell’Ordine degli psicologi di Trento non è la conseguenza di una particolare sensibilità umana posseduta solo dai suoi membri, poiché si suppone che un’attenzione all’umano e alla sua sofferenza sia una prerogativa di ogni persona. Tantomeno deriva da posizioni politiche differenti a quelle che hanno ispirato il “Decreto sicurezza”, dal momento che gli psicologi non sono tenuti a uniformarsi alle idee di una specifica fazione politica a discapito di un’altra. Piuttosto, e questo deve essere chiaro, deriva nel concreto dai princìpi cui la psicologia si ispira e a cui ogni psicologo si rivolge nel declinare la sua professione in ogni campo, rispetto ai quali, e solo a questi semmai, è tenuto a uniformarsi.

La psicologia è una disciplina molto variegata al suo interno, con una molteplicità ricca e complessa di visioni dell’uomo, però è anche uniformemente e profondamente equidistante da ogni fede, credenza o appartenenza, avendo come riferimento vincolante il rispetto dell’individualità e della soggettività. A questo proposito può essere utile riferirsi al Codice deontologico dello psicologo che recita negli artt. 3 e 4 : «Lo psicologo [ha] il dovere di … promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità…. opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere se stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace»; … rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base al religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità…». Questi sono peraltro valori contenuti nella dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo.

È bene però precisare che per lo psicologo queste non sono mere dichiarazioni di principio, perché nel proprio lavoro sa benissimo che rappresentano le condizioni indispensabili affinché una persona possa trovare un equilibrio interno, un senso di benessere, delle relazioni soddisfacenti con gli altri e quindi essere nella condizione ideale di esprimere le proprie potenzialità creative. In un circolo virtuoso queste persone saranno cittadini migliori, perché soltanto quando sono soddisfatti i bisogni fisici e psicologici di base si è in grado di affrontare le sfide della convivenza sociale, che richiedono tolleranza alla frustrazione, controllo degli impulsi, rispetto delle regole e capacità di riconoscere i bisogni altrui.

C’è inoltre un altro aspetto da ricordare e riguarda il fatto che i disturbi psicologici e psichiatrici hanno un costo economico elevato per la collettività in termini di cure mediche, funzionalità ridotta, peso assistenziale e sociale. Al contrario, l’intervento di sostegno psicologico che alleggerisce la sofferenza si traduce in un risparmio sui costi sanitari superiore rispetto ai costi sostenuti per erogarlo. Queste affermazioni sono ormai confermate da un’ampia letteratura dell’intervento psicologico, in particolare straniera (Francia, Inghilterra), e dimostrati dalla ricerca sull’efficacia dei costi (la cost-effectiveness research). Purtroppo, questo aspetto è ancora poco apprezzato o forse non capito dalla politica e dalla popolazione in generale.

Tuttavia, si vorrebbe risparmiare sulla gestione dei richiedenti asilo, anche a costo di peggiorare fortemente le loro condizioni di vita, con il rischio concreto e paradossale che le sofferenze di queste persone producano un costo sociale ed economico maggiore del risparmio atteso.

Queste considerazioni ci riconducono al problema da cui eravamo partiti. Da alcuni anni sia- mo in presenza di un movimento migratorio verso i paesi occidentali (per alcuni inevitabile, che impone uno sforzo di accettazione e controllo, per altri da contenere, se non da rifiutare e contrasta- re) che ha portato sul territorio nazionale il transito e poi la permanenza di un gran numero di migranti. Questi sono persone nella maggioranza traumatizzate con gravi ripercussioni a livello psicologico. Se la migrazione in sé è un’esperienza sempre molto dura sul piano individuale, le violenze patite nei paesi d’origine e i “viaggi della speranza” affrontati in maniera disumana, aggravano ulte- riormente le condizioni in cui versano queste persone.

Lo Stato italiano ha recepito le numerose convenzioni internazionali in materia, con diversi Decreti Legge, ultimo dei quali il D. Leg. n. 18/2014 che fornisce indicazioni sull’attuazione di interventi appropriati con la presa in carico e il trattamento di vittime di violenza e l’accoglienza per i rifugiati. In questi settori gli psicologi sono state figure chiave per il raggiungimento degli obiettivi, possedendo per formazione competenze specialistiche sia cliniche che umane. Tra queste troviamo la presa in carico di persone traumatizzate, dei disturbi post traumatici da stress, della deprivazione psico-fisica, sostenendo il recupero delle competenze relazionali, cognitive ed emotive. Tutto questo avendo come riferimento il rispetto del duplice vincolo del già citato art. 4 del codice Deontologico e del mandato istituzionale del D. Leg. 18/2014.

Questi interventi hanno l’obiettivo diretto dell’alleviamento delle sofferenze indivi- duali, ma anche secondario di prevenzione a tutela della comunità, poiché solamente persone con un livello minimo di benessere possono garantire un’integrazione nel tessuto sociale e una riduzione dei comportamenti disadattivi.

Il Consiglio dell’Ordine degli psicologi di Trento non può che accogliere con grande preoccupazione la politica dell’immigrazione anche in territorio trentino, con una rimessa in discussione delle strutture per l’accoglienza che fino a questo momento si erano qualificate per la loro alta competenza, avendo ottenuto ottimi risultati in termini d’integrazione e quindi di adattamento alla nostra realtà.

In questi provvedimenti legislativi cogliamo una incompatibilità con i principi che sostengono ogni singola azione della professione dello psicologo, perché negano alcuni diritti in base all’etnia e alla nazionalità, lasciando in stato di sofferenza psico-fisica gruppi interi di persone.

Non possiamo che esprimere empatia e vicinanza per chi sta vivendo una situazione di negazione dei propri diritti e dei propri bisogni.

Auspichiamo un confronto franco e coraggioso su queste tematiche, certi di poter offrire im- portanti elementi di conoscenza e di esperienza per migliorare le condizioni di vita di persone sofferenti, nel rispetto delle regole della pacifica convivenza.

 

*

Il Consiglio dell’Ordine degli psicologi di Trento