OPENPOLIS * ASSISTENZA UMANITARIA GLOBALE: NEL 2016 HA REGISTRATO UN NUOVO RECORD RAGGIUNGENDO I 27,26 MILIARDI DI DOLLARI

L’assistenza umanitaria globale nel 2016 ha registrato un nuovo record, raggiungendo i 27,26 miliardi di dollari. Si tratta di un indicatore sviluppato da Development Initiatives, che comprende sia fondi privati sia fondi pubblici provenienti da paesi membri del comitato sviluppo (Dac) dell’Ocse, da paesi non membri e dalle istituzioni europee.

L’assistenza umanitaria globale è un indicatore che considera contributi sia dei paesi membri del Dac sia dei paesi non membri.

 

 

La politica umanitaria dell’amministrazione Trump

Il primo elemento preoccupante è costituito dall’intenzione dell’amministrazione Trump di ridimensionare il contributo americano alla cooperazione internazionale. Gli Stati Uniti come membri del comitato sviluppo (Dac) dell’Ocse hanno aderito all’obiettivo raggiungere lo 0,7% del reddito nazionale lordo (rnl) in aiuto pubblico allo sviluppo (aps).

Rispetto a questo impegno il governo americano non ha fatto molti progressi negli anni e ancora oggi risulta uno dei contributori meno generosi in termini percentuali tra i paesi Dac con lo 0,19 aps/rnl. Anche rispetto all’aiuto umanitario gli Stati Uniti risultano solo al 18° posto nella classifica dei paesi donatori, mentre l’Italia non rientra neanche tra i primi 20.

 

 

 

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DESCRIZIONE

Considerando il volume degli aiuti in termini assoluti gli Stati Uniti risultano primi contribuendo con il 31% del totale. Il dato della Turchia può essere considerato fasullo perché include le spese interne sostenute per i rifugiati. L’Italia risulta quindicesima contribuendo con 420 milioni di euro
DA SAPERE

Nella classifica viene considerato l’aiuto umanitario fornito dalle istituzioni Ue, dai governi parte del comitato Dac e dai governi che non ne fanno parte.

FONTE: Global humanitarian assistance report 2017
(ultimo aggiornamento: giovedì 5 aprile 2018)

Vista sotto questa luce l’intenzione dell’amministrazione Trump di ridurre considerevolmente i fondi destinati agli aiuti internazionali assume un’importanza fondamentale. Questo a maggior ragione se si considera che, secondo le Nazioni Unite, il gap tra aiuto umanitario e bisogni non soddisfatti è in continuo aumento e nel 2016 ha raggiunto il 40% rispetto alle necessità delle emergenze in atto.

Nel 2018 il congresso statunitense ha fortemente ridimensionato i tagli inizialmente previsti dalla nuova amministrazione, non è detto però che lo stesso avvenga per il bilancio del 2019.

L’aiuto umanitario dovrebbe avere un carattere indipendente e neutrale, basato sulla salvaguardia delle vite umane in pericolo.

Nelle intenzioni del presidente, dichiarate esplicitamente nel discorso sullo stato dell’unione, gli aiuti dovrebbero andare solo ai paesi considerati amici degli Stati Uniti. Si tratterebbe di quei paesi che nei voti dell’assemblea delle Nazioni unite si sono uniformate alle posizioni di Washington. Questa non è una pratica del tutto nuova, ma non era mai stata dichiarata in maniera così esplicita e diretta, ponendosi in aperta contraddizione con i principi dell’aiuto umanitario stabiliti a livello internazionale.

 

 

 

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I dati distorti dell’aiuto umanitario di Ankara

Il secondo elemento che emerge osservando i dati è che la Turchia spenderebbe poco meno degli Stati Uniti in aiuto umanitario. Questo dato risalta in misura ancora maggiore se la spesa di ciascun paese viene messa in rapporto alle sue capacità economiche. Vista in questa prospettiva la Turchia risulta di gran lunga il paese più generoso, ma si tratta in realtà di un trucco contabile.

Non facendo parte dei comitato dei paesi Dac, Ankara non ha obblighi specifici sui metodi di rendicontazione e fornisce i dati su base volontaria. Buona parte dei 6 miliardi dichiarati infatti si riferisce a spese sostenute in Turchia per i rifugiati.

Peraltro una parte di questa spesa viene sostenuta grazie al discusso accordo tra Unione Europea e Turchia del marzo 2016. Con questo accordo infatti l’Unione ha stanziato 3 miliardi di euro per il biennio 2016-2017 per sostenere la Turchia nel fronteggiare la crisi prodotta dall’arrivo di 3 milioni di profughi siriani.

Un contributo questo che da molti è stato letto come un modo per l’Ue di esternalizzare il problema dell’accoglienza, e che fornirebbe alla Turchia un importante strumento di pressione nei confronti dell’Europa, sia rispetto alle preoccupanti dinamiche interne che rispetto al conflitto siriano.
Aiuto umanitario e interesse geopolitico in Yemen

Tra i primi dieci contributori di questa seconda classifica troviamo poi gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait, mentre tra i primi venti si trovano anche Arabia Saudita e Qatar, paesi che fino a pochi anni fa non rientravano in queste classifiche.

In particolare il caso dello Yemen sembra spiegare il fenomeno. In questo paese è in corso dal 2015 un conflitto che ha portato alla più grave crisi umanitaria mondiale. Nonostante questo la comunità internazionale sembra in gran parte ignorare il problema.

Nel 2016 sono affluiti in Yemen circa 1,6 miliardi di dollari di aiuto umanitario, rispetto ai quali Europa e nord America hanno contribuito per il 46%. Tuttavia due soli paesi del golfo, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita sono riusciti a fare di più, contribuendo con 762 milioni di dollari.

Arabia Saudita e Emirati Arabi hanno stanziato più fondi per l’aiuto umanitario in Yemen di quanto non abbiano fatto Europa e Stati Uniti messi insieme.

Visto che sia l’Arabia Saudita che gli Emirati sono attori coinvolti in prima fila nel conflitto in Yemen a sostegno di una delle parti in conflitto, è difficile pensare che questi contributi siano stati dati in puro spirito umanitario.

Detto questo anche interpretare questi contributi in modo del tutto negativo sarebbe comunque una semplificazione eccessiva. Infatti sempre di aiuti umanitari si tratta, aiuti di cui il paese ha estremamente bisogno e a cui la comunità internazionale ha contribuito fino a questo momento in maniera insufficiente.