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Di fronte a comunità segnate da “relazioni affaticate e conflittuali, amplificate anche dall’ambiente digitale, dove gli stessi cristiani non mancano di accusarsi e delegittimarsi a vicenda, San Vigilio, padre riconosciuto della nostra Chiesa, ci provoca a una nuova ripartenza”. Così l’arcivescovo Tisi nell’omelia del solenne pontificale del patrono San Vigilio, che avrà inizio tra poco con la processione dalla basilica di S. Maria Maggiore fino in cattedrale per la s. Messa.

Don Lauro invita ad “abitare con fedeltà quest’ora della storia che resta storia santa, storia di salvezza, abbandonando la logica emergenziale che porta a denunciare i mali dell’ora presente, senza assumerne la responsabilità”.

Poi incalza: “Sbagliarsi su Dio è il peggio che ci possa capitare. Perché sbagliarsi su Dio, è sbagliarsi sull’uomo e sul mondo”, e indica in Gesù e nella fedeltà al quotidiano di Nazaret un “Dio che è chances, opportunità straordinaria per rendere più umana e vivibile la nostra storia”. Rilanciando gli stimoli della sua Lettera alla comunità “Come goccia”, scritta in occasione della festa patronale (vedi comunicato di ieri), l’Arcivescovo auspica “uomini e donne abitati dal silenzio”, “liberati dalla maledizione dell’utile, dell’esistere ‘in funzione di’”. E conclude: “Non abbiamo alternative. Serve una Chiesa che si china sui poveri, suo vero tesoro”.

 

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SOLENNITA’ DI SAN VIGILIO – 26 GIUGNO 2019
Omelia arcivescovo Lauro

“Quando il tuo nome in Trentino era ancora forestiero, tu o Dio hai mandato San Vigilio messaggero di salvezza”. Tra poco, ci rivolgeremo a Dio con queste parole (Prefazio di San Vigilio).

Il nome di Dio è tornato a essere forestiero nella nostra terra. A renderlo estraneo contribuisce l’attuale clima culturale che relega Dio alla sfera personale, al “fai da te”, ritenendolo non spendibile sul piano sociale.

Ma non dobbiamo nasconderci che l’estraneità cui siamo approdati va ricercata anche nelle nostre comunità cristiane alle prese con comportamenti che finiscono per deturpare il volto di Dio.

Il terreno della testimonianza ha spesso lasciato il posto a declinazioni formali dell’esperienza di fede, che finisce per risolversi in una stanca narrazione di principi etici, in gesti rituali senz’anima, dove difficilmente si respira l’aria buona della Parola di Dio. Più in generale, le comunità sembrano segnate da relazioni affaticate e conflittuali, amplificate anche dall’ambiente digitale, dove gli stessi cristiani non mancano di accusarsi e delegittimarsi a vicenda.

San Vigilio, padre riconosciuto della nostra Chiesa, ci provoca. Scrivendo a San Giovanni Crisostomo, indica le modalità per una nuova ripartenza. In riferimento ai tre martiri d’Anaunia, precisa la natura della missione a essi affidata: predicare il Dio ignoto, con un’opera di accostamento esercitata con ordine e tranquillità.
Anche alle nostre comunità, San Vigilio affida nuovamente il compito di svelare il nome del Dio ignoto.

Con ordine: abitando con fedeltà quest’ora della storia che resta storia santa, storia di salvezza.

Con tranquillità: abbandonando la logica emergenziale che porta a denunciare i mali dell’ora presente, senza assumerne la responsabilità.

Conoscere Dio è una straordinaria opportunità per la vita. Ma quale Dio?
Sbagliarsi su Dio è il peggio che ci possa capitare. Perché sbagliarsi su Dio, è sbagliarsi sull’uomo e sul mondo.

C’è il rischio concreto che le nostre comunità si trovino descritte dalle forti parole di Paolo agli Efesini: “Eravate senza Cristo e senza speranza”. Non mi stancherò mai di dirvi, e lo faccio oggi nuovamente, che Gesù di Nazareth ci rivela un Dio che è chances, opportunità straordinaria per rendere più umana e vivibile la nostra storia.

Gesù nel Vangelo di Giovanni si presenta come il pastore che offre la vita per le pecore. Fanno parte di quest’offerta i trent’anni nel nascondimento di Nazareth: un Dio con i calli sulle mani, che affronta dure giornate di lavoro, dentro un ambiente familiare fatto di quotidianità e di festa. Un Dio che non si vergogna di imparare a vivere.
Questi tratti di Gesù sono la grande sfida che ci sta davanti. Abbiamo bisogno di uomini e donne in ascolto della vita, che si assumono la responsabilità di abitarla, rinunciando alla superficialità. Uomini e donne per i quali il lavoro non è dazio alla fatica ma partecipazione alla scintilla creativa di Dio.

Uomini e donne abitati dal silenzio. In grado di ascoltare i fremiti del cuore, i sogni, e le attese, liberati dalla maledizione dell’utile, dell’esistere “in funzione di”. Innamorati delle domande, mai sazi di cercare.

Per accreditare come comunità questo Dio non abbiamo alternative. Serve una Chiesa che si china sui poveri, suo vero tesoro, come dicono i Padri. Riscrive se stessa attorno a chi conosce la fatica del vivere. In questa direzione ci orientano anche le parole del vescovo Tonino Bello che, in riferimento all’Eucarestia, scrive: “Anziché dire la Messa è finita, andate in pace, dovremmo poter dire la pace è finita, andate a Messa. Se vai a Messa finisce la tua pace.”

Comunità cristiane così possono dare un importante contributo alla vita delle nostre città e dei nostri paesi, per aiutarli a essere abitati, innovativi, spazi di dialogo e di solidarietà.