Il Sindacato e l’Ordine dei giornalisti del Trentino Alto Adige condannano duramente le affermazioni della consigliera provinciale di Trento Mara Dalzocchio della Lega sul giornalista di Repubblica Stefano Origone – secondo la medesima consigliera- sarebbe stato oggetto di percosse da parte della Polizia- in quanto se la sarebbe cercata (anche se l’espressione usata è di certo meno civile). Egli, per contro, è stato selvaggiamente manganellato due giorni fa a Genova per fare solo il proprio lavoro: documentare le manifestazioni di Casa Pound e degli antagonisti. Tanto è vero che ha già ricevuto le scuse ufficiali del Questore di Genova e numerose altre solidarietà dalle massime autorità dello Stato.

Con il suo linguaggio, che si commenta da solo, la consigliera Dalzocchio non fa altro che fomentare un clima di odio. Ricordiamo alla consigliera Dalzocchio che Sindacato e Ordine dei giornalisti hanno siglato con la PAT un protocollo contro la diffusione del linguaggio di odio nelle scuole trentine che lei continua ad alimentare.
Stefano Origone e con lui tutti i giornalisti della regione ed italiani continueranno a seguire in tutti i luoghi manifestazioni e qualsiasi altro tipo di evento per correttamente informare i cittadini.

Chiediamo al presidente del Consiglio Provinciale Walter Kaswalder e al Presidente della Giunta Maurizio Fugatti di censurare le affermazioni della consigliera Dalzocchio che rappresenta non solo una parte politica, ma tutto il popolo Trentino.
Il segretario del sindacato giornalisti Rocco Cerone

 

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Il presidente ODG Mauro Keller

Sono veramente rammaricata nel constatare che, per l’ennesima volta, la stampa in Trentino abbia dimostrato una faziosità preoccupante, aggravata poi dal fatto che da parte del mio collega Giorgio Tonini non ci sia stata una posizione di condanna nei confronti di quanto avvenuto a Genova. Si è voluto dare a poche ore dal voto una visione distorta circa le mie dichiarazioni sui social, presentandomi agli occhi dell’opinione pubblica come una persona contraria alla libertà di stampa.

Nessuno ha condannato invece i fatti compiuti dai soliti facinorosi di sinistra, nessuno si è preoccupato di pensare che, chi ha agito, ha usato la violenza e chi tace a riguardo si fa complice di questi atti. Ancora di più spiace constatare che il centrosinistra e la sinistra in Trentino non condannino fermamente coloro che hanno un comportamento bellicoso nei confronti delle forze dell’ordine le quali tutelano anche principi come quello della democrazia, concetto che il collega Tonini dovrebbe conoscere dato che il suo partito contiene nel nome la parola democratico.

Espulso nigeriano che ha staccato a morsi un dito ad un poliziotto. Paoloni (Sap): «Finalmente trovano esecuzione norme Decreto Sicurezza. Ora auspichiamo sia subito approvato Decreto Sicurezza Bis»

«Dando esecuzione al Decreto Sicurezza è stata rigettata la richiesta di protezione umanitaria ed è stato espulso il nigeriano che a Torino ha staccato a morsi un dito ad un collega. Esausti delle continue aggressioni che stiamo subendo, finalmente trovano applicazioni le nuove norme previste dal decreto sicurezza a tutela degli operatori delle forze dell’ordine laddove prevedono la revoca del permesso per protezione umanitaria a chi si rende autore dei reati di violenza, resistenza o lesioni gravi a pubblico ufficiale».
A dichiararlo è Stefano Paoloni, Segretario Generale del Sindacato Autonomo di Polizia (Sap).

«Nel rinnovare la nostra solidarietà al collega ferito, ora auspichiamo che sia approvato al più presto il Decreto Sicurezza bis, in particolare per quanto riguarda le norme che tutelano chi indossa una divisa. Oltraggiare, usare violenza o resistenza ad un pubblico ufficiale – prosegue – non può mai essere considerato un fatto di “particolare tenuità” e per tali reati le pene devono essere inasprite proprio per sfruttarne la funzione di deterrenza. Inoltre – conclude -, chi si presenta alle manifestazioni con caschi, scudi o materiale chiaramente destinato a creare disordini e violenze deve risponderne davanti alla legge».

 

Le precisazioni dell’Assessorato alla Salute. Efficientare i servizi razionalizzando la spesa non significa “tagli”.

I media locali hanno dato notizia nei giorni scorsi della lettera con la quale, il 30 aprile scorso, l’Assessorato alla Salute ha richiesto al Direttore generale dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari (APSS) la predisposizione di un Piano di efficientamento contenente le possibili razionalizzazioni da operare alla spesa nel quadriennio 2020 -2023. I resoconti giornalistici, nei quali si parla di “tagli alla sanità”, hanno indotto l’Assessorato alla Salute ad una serie di precisazioni e puntualizzazioni. Ulteriore e distinta precisazione riguarda anche il finanziamento delle strutture sanitarie private.

 

PIANO DI EFFICIENTAMENTO

Si tratta di un passaggio – premette l’Assessorato – che è stato condiviso con la Presidenza ai fini dell’impostazione della prossima manovra di bilancio 2020-2022, avuto riguardo alla futura decrescita complessiva del bilancio provinciale, dal momento che la spesa sanitaria vale oltre 1,3 miliardi di euro all’anno. “In buona sostanza – spiega l’Assessorato – è stato richiesto alla direzione aziendale lo sforzo di individuare e quantificare dal punto di vista tecnico i possibili e percorribili efficientamenti che consentono di mantenere in maniera stabile e duratura per il futuro l’equilibrio di bilancio.” Così proseguono, nel merito, le precisazioni dell’Assessorato alla Salute. “E’ di tutta evidenza che un piano di efficientamento per essere costruito presuppone alcune indicazioni e direttrici di minima, fra le quali vi sono gli obiettivi finanziari; in questo senso l’Assessorato ha ritenuto di stimare i valori target secondo una logica di progressività nel tempo e comunque in misura minore rispetto alla reale decrescita del Bilancio PAT – questa sì da considerarsi “draconiana” – se rapportata all’incidenza della spesa sanitaria sul totale anche tenuto conto, come noto, che la spesa sanitaria, per sua natura, è una tipologia di spesa in crescita fisiologica.

Ciò premesso, occorre ricordare che la Giunta, Presidente ed Assessori non possono esimersi dal valutare possibili strade di contenimento della spesa a fronte di una evidente e risaputa diminuzione delle risorse pubbliche a disposizione. Agire, al contrario, dimenticandosi questa scomoda verità sarebbe sì un comportamento incoerente e non in linea con le responsabilità in capo al Governo provinciale.

Va inoltre ricordato che la competenza sulla programmazione finanziaria e sulla programmazione sanitaria è in capo alla Giunta provinciale e pertanto risulta fuorviante parlare di “tagli”; è invece corretto parlare di ipotesi tecnica di razionalizzazione della spesa sanitaria che il Direttore generale dell’APSS formulerà alla Giunta; e questo nell’ambito delle competenze gestionali e organizzative proprie di un organo tecnico quale egli stesso è. Sarà infatti la Giunta provinciale che si assumerà la responsabilità politica di decidere se e quali azioni di razionalizzazione del piano potranno (o dovranno) essere attuate, nonché, naturalmente, il livello di finanziamento del nostro servizio sanitario provinciale per il prossimo triennio.

Per completezza si segnala che nel compito affidato al Direttore generale non poteva non essere contemplato, oltre alle diverse aree entrata e di spesa della gestione corrente, anche un focus sulle modalità di localizzazione, gestione e acquisizione delle tecnologie sanitarie, area questa assolutamente strategica per un sistema sanitario moderno ed efficiente. In questo processo non verranno messe in discussione le politiche sugli ospedali periferici e sulle guardie mediche, come ben stabilito nel programma della maggioranza provinciale.

In relazione inoltre alle competenze del Direttore generale si ricorda infine che con deliberazione n. 498 del 12 aprile scorso la Giunta provinciale ha assegnato allo stesso, ai sensi dell’art. 26 della legge sulla tutela della salute, gli obiettivi annuali specifici per l’esercizio 2019. Gli obiettivi annuali devono tradursi in azioni organizzative e gestionali finalizzati al miglioramento dell’efficienza del servizio sanitario provinciale da realizzare nell’anno di riferimento, che non comportano oneri aggiuntivi e rispetto ai quali la Giunta provinciale effettuerà la valutazione; si tratta quindi di azioni calate su un orizzonte temporale di breve e di brevissimo periodo che riguardano prevalentemente i processi. Pertanto la citata assegnazione degli obiettivi per il 2019 è indipendente dalla definizione del Piano di efficientamento quadriennale come quello richiesto.”

 

FINANZIAMENTO ALLE STRUTTURE PRIVATE

La Provincia – questa la prima precisazione dell’Assessorato – ad oggi ha mantenuto interamente i budget 2018. “Nell’articolo apparso nei giorni scorsi su un quotidiano – afferma l’Assessorato – non si teneva conto che i budget delle strutture private, riportati nell’articolo stesso, dovevano essere ancora rivisti e assestati, cosa che poi si è perfezionata con la nuova intesa PAT-APSS-Strutture private 2018-2020 del 17 luglio 2018, recepita con delibera della precedente Giunta provinciale (delibera n. 1653 del 7 settembre 2018) a cui poi ha fatto seguito la deliberazione del Direttore generale dell’APSS.”

 

 

 

 

 

Mercatone Uno: notizia appresa con preoccupazione. La notizia improvvisa del fallimento di Mercatone Uno viene appresa con preoccupazione anche dalla Provincia autonoma di Trento. Lo conferma l’assessore allo sviluppo economico che dichiara la massima attenzione e celerità prima di tutto per attivare le tutele previste per i lavoratori ed in secondo luogo per dare mandato a Trentino Sviluppo di verifica delle ipotesi di insediamento alternative che è possibile proporre alla curatela o di individuazione delle imprese già presenti che possano assorbire almeno parte della forza lavoro trentina.

“Non siamo assolutamente d’accordo sul taglio lineare della spesa sulla sanità, era necessario un cambiamento e assolutamente non sentivamo il bisogno di tagli lineari. Necessaria la convocazione degli stati generali della Sanità perché le priorità sono altre e serve un ragionamento a 360 gradi sull’intero comparto della sanità. Ricordiamo poi che il contratto del personale della sanità privata è bloccato per colpa della parte datoeiale e l’assenza della politica trentina da ben 12 anni”, così Giuseppe Pallanch, segretario della Cisl Fp, sull’ipotesi di una razionalizzazione così importante sul settore sanità

“Peraltro Il contratto della sanità privata – prosegue il segretario della Cisl Fp – è fermo da 12 anni: è necessario che la Provincia si impegni con noi per sbloccare quelle risorse e intervenire per distribuire quanto dovuto, poi si possono prevedere altri piani per migliorare i servizi e mantenere alta la qualità della sanità in Trentino”.

Il sindacato chiede inoltre un confronto per analizzare e pianificare l’agenda del comparto della sanità pubblica. “E’ necessario che la giunta convochi un tavolo con le parti sindacali per discutere in modo approfondito sui fabbisogni – dice il segretario -. Si deve sbloccare nel complesso la situazione del settore e chiediamo un confronto in Apran per chiudere il contratto e avviare al contempo la trattativa con risorse certe e aggiuntive”.

La Cisl Fp punta su piano assunzionale, valorizzazione delle professionalità, age-management vista l’età media dei lavoratori e mentoring, così come la capacità di sviluppare le specificità. “La base di partenza in sanità – prosegue Pallanch – è quella di chiudere la trattativa del contratto 2016/18 per mettere un punto fermo e premiare tutti lavoratori sanitari e non. Solo dopo si possono valutare altre azioni e interventi, così come pianificare l’accordo 2019/21. E’ necessaria una maggiore condivisione per il bene di tutta la sanità trentina

 

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Beppe Pallanch
Segretario Generale Cisl Fp Trentino

TRENTINO TRASPORTI spa: grande affermazione della UILTRASPORTI alle elezioni RSU/RLS.

14 Rappresentanti RSU e 3 RLS della UILTRASPORTI risultano eletti nella nuova RSU provinciale aziendale, alla fine delle elezioni, iniziate il 13 maggio e concluse sabato alle 12,30 con lo scrutinio serale nella sede della Trentino Trasporti all’Interporto di Trento.

La UILTRASPORTI ha ottenuto un grandissimo successo, che vede l’elezione di 14 delegati RSU su 39 e di 3 RLS su 7.

Rispetto alle precedenti elezioni sono stati conquistati i seggi di Cavalese/Predazzo, Borgo Valsugana, Riva del Garda a dimostrazione del grande lavoro fatto anche in periferia avvicinando e rappresentando le esigenze di lavoro dei colleghi autisti, di quelli degli impianti fissi e degli impiegati.

La UILTRASPORTI ringrazia tutti i lavoratori e le lavoratrici che hanno riposto fiducia nel nostro operato e ci permette di essere il primo sindacato del settore in Trentino.

“Grande soddisfazione” esprime il Segretario Provinciale Nicola Petrolli, secondo il quale “il grande impegno e la presenza continua e pressante a fianco dei lavoratori ha pagato. E’ un grande risultato che ci onora e per il quale continueremo, con ancora più responsabilità ed impegno a lavorare per tutti i colleghi. Abbiamo avanti l’imminenza del rinnovo del contratto aziendale, scaduto da 18 anni, un nuovo impegno, per il quale già da domani saremo pronti!”

Si allega elenco Eletti UILTRASPORTI.

 

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Il Segretario Uiltrasporti del Trentino

Nicola Petrolli

Elenco eletti RSU/RLS:

Riva del Garda – Benini Alberto
Rovereto Urbano- Zobele Erik e Pellegrini Francesco
Rovereto Extraurbano – Salvetti Moreno e Zoner Matteo
Rovereto Impiegati – Peterlini Umberto
RLS Rovereto – Malerba Onofrio
Trento Urbano – Genoesi Marco e Barabaschi Diego
Trento Extraurbano – Battisti Italo
Officina gomma – Cerbaro Franco
Officina ferrovia – Cristoforetti Gabriele
RLS Trento – Gozzer Emanuele
RLS ferrovia – Pallaver Daniele
Borgo Valsugana – Trentin Cleto
Cles / Fondo – Corazza Christian
Cavalese /Predazzo – Barcatta Luca.

La crisi dei consumi ha colpito tutta l’Italia, anche se con differenze profonde a seconda dei territori. Quel che è certo, è che il segno meno è la costante: anche le famiglie delle regioni tradizionalmente più ricche hanno stretto la cinghia.

Nell’intero panorama nazionale solo le famiglie della Basilicata, hanno visto un piccolo progresso – circa 500 euro di spesa media annuale in più – rispetto al 2011. Le restanti 19 regioni hanno registrato cali, in 10 casi superiori ai 3.000 euro a famiglia, in termini reali.  Il Trentino Alto Adige?  La variazione della spesa annua delle famiglie tra 2011 e 2018 (dati in migliaia di euro, termini reali) segna -0,8%.

“Ecommerce, deregulation commerciale e grandi catene – dice il presidente di Confesercenti del Trentino,  Renato Villotti – mettono in ginocchio i negozi di prossimità.  A questo si aggiunge lo spauracchio IVA che rischia di frenare ulteriormente i consumi delle famiglie. La ricetta? Investire nell’occupazione, regole chiare per tutti, riduzione del costo del lavoro e della tassazione per le PMI che ricordo, sono l’ossatura della nostra economia”.

 

 

Ecco l’analisi di Confesercenti dell’ITALIA CHE NON CRESCE

Se il Paese non cresce, ci sono molte ragioni. E ce ne è una in particolare, grande come una casa. In tanti fanno finta di non vederla: la frenata della spesa delle famiglie italiane.

 

La debole ripresa dei consumi iniziata nel 2014 si è già esaurita, senza recuperare quanto perso durante la crisi. Ad oggi, la spesa media degli italiani è ancora inferiore di oltre 2.500 euro rispetto al 2011. È come se dal bilancio familiare fosse stato cancellato un intero mese di acquisti. Le famiglie italiane vivono con 11 mensilità.  L’impatto sul commercio è stato molto forte. Tra crisi, boom dell’ecommerce e improvvisa ‘deregulation forzata’ il commercio italiano negli ultimi 8 anni ha registrato la perdita di più di 32mila negozi in sede fissa.
La moria di negozi e botteghe ha cambiato anche le nostre abitudini di acquisto e la morfologia delle città, sempre più desertificate e spente. Era il nostro slogan storico: “Se vive il commercio, vivono le città”. Ma andrebbe aggiornato in “Se vive il commercio, cresce l’Italia”, perché un Paese con meno consumi e meno negozi è un Paese più povero.

Il mancato recupero della spesa delle famiglie, infatti, non è un problema solo per i commercianti. Il nostro mercato interno, per dimensioni, è il quarto in Europa ed il sesto al mondo: siamo un grande Paese, anche se a volte ce ne dimentichiamo. I consumi sono responsabili del 60% del valore aggiunto. Se la spesa degli italiani si ferma, si ferma anche il Pil, che nel 2019 sarà a malapena ai livelli del 2011, ma al di sotto del livello pre-crisi per circa 70 miliardi.

 

Con questo report mettiamo sotto la lente di ingrandimento l’andamento della spesa delle famiglie dal 2011 ad oggi, cercando di capire come e quanto sono cambiati i consumi degli italiani, gettando uno sguardo anche alle insidie del 2020 e alla spada di Damocle degli aumenti IVA. E proponendo soluzioni ed interventi per far ripartire la spesa, e quindi la crescita, dell’Italia.

 

 

I consumatori italiani sono stati costretti a muoversi con il passo del gambero, e oggi consumano meno di otto anni fa. Nel 2018 la spesa media annuale in termini reali – cioè al netto dell’inflazione – delle famiglie italiane è stata di 28.251 euro, inferiore di 2.530 euro ai livelli del 2011 (-8,2%). Una cifra superiore ad un mese intero di acquisti da parte di una famiglia media e anche alla perdita effettiva di reddito (-1990 euro) registrata nello stesso periodo.

 

Complessivamente, il mercato interno italiano ha perso circa 60 miliardi di euro di spesa negli ultimi otto anni, ed il bilancio probabilmente continuerà a peggiorare.
Si spende di meno praticamente su tutto – ad eccezione di Istruzione e Sanità – ma la spending review delle famiglie non ha colpito con la stessa forza tutte le voci.

 

Tra le spese più rappresentative nei bilanci domestici, sono state tagliate soprattutto le spese per l’abitazione, -1.100 euro circa all’anno per famiglia rispetto al 2011. Tagli importanti anche su abbigliamento (-280 euro), ricreazione e spettacoli (-182 euro), comunicazioni (-164 euro), alimentari (-322 euro).

 

In proporzione, però, è la voce comunicazioni ad aver perso di più: la flessione della spesa è del 19%. Gli italiani spendono di meno anche per gli smartphone, un tempo passione nazionale. Impressionante anche la riduzione del budget impegnato sugli alimentari: una voce di consumo che un tempo si riteneva una ‘spesa incomprimibile’, e che invece ha perso il 6%. Crescono invece le spese per la sanità (+12,1%) e l’istruzione (+24,7%).

 

La riduzione dei consumi da parte delle famiglie ha avuto un impatto molto forte sulle imprese della distribuzione commerciale. Tra il 2011 ed il 2018 sono spariti oltre 32mila negozi in sede fissa specializzati in prodotti non alimentari. È il saldo tra le aperture e le tante, troppe chiusure di imprese che proseguono a ritmi impressionanti: ancora nel 2018 hanno chiuso 153 negozi al giorno.

 

A sostituire le botteghe, sempre di più, ristoranti ed e-commerce. I pubblici esercizi e le altre imprese della ristorazione negli ultimi 8 anni sono aumentati del 10,1%, pari a quasi 31mila attività in più. L’alloggio ha messo invece a segno un aumento del 15,3%. I negozi su internet sono poi letteralmente esplosi: dal 2011 ad oggi ne sono nati altri 11mila, per un incremento a tre cifre del +119,8%.

Come le farfalle diurne, fondamentali per l’impollinazione ma a rischio estinzione, molti esercizi specializzati in Italia potrebbero sparire per sempre pur offrendo servizi insostituibili, che ‘impollinano’ moda, cultura, qualità, originalità e sono utilissimi per la vita delle nostre città.

La crisi dei negozi ha colpito in maniera diversa le differenti tipologie di attività commerciale. A pagare più di tutti è l’abbigliamento, che lascia sul campo oltre 13mila saracinesche abbassate: la moda non pare più essere nel Dna degli italiani. Ma pesanti perdite si registrano anche per le librerie (-628), le edicole (-3.083), i ferramenta (-4.115) e anche per i negozi di giocattoli (-1.034).

 

Ma c’è anche chi cresce, perché in grado di intercettare i cambiamenti delle abitudini di consumo degli italiani dettati dalla crisi e dalle nuove sensibilità. Un fenomeno evidente tra i negozi alimentari: dal 2011 ad oggi spariscono oltre 3000 macellerie, ed una lieve flessione si registra anche per i prodotti da forno ed i dolciumi (-47). Crescono, invece, i negozi specializzati in prodotti da pescheria (135 negozi in più, per una crescita del +1,6%), quelli che vendono bevande (+768, il 13,3% in più) e di frutta e verdura (+1.659).

 

Anche tra chi resiste, però, non è facile. Il tasso di sopravvivenza delle imprese del commercio, infatti, è via via peggiorato nel tempo. Oggi, delle imprese nate 3 anni fa, ne sopravvive solo il 49%. Una percentuale che si abbassa a quota 45% nell’abbigliamento e del 44% nei pubblici esercizi. Con questo trend, tra le imprese commerciali che hanno avviato la propria attività nel 2018, tra due anni, nel 2020 sarà ancora aperto poco più del 40%. Con la formazione continua, stimiamo che il tempo di vita media delle imprese possa essere addirittura raddoppiato.

 

FOCUS: IL BOOM DELL’ECOMMERCE

Le imprese attive nel commercio via internet, negli ultimi anni, hanno vissuto un autentico boom. Secondo i dati di Confesercenti, nel 2018 sono 22.287, il 119,8% in più rispetto al 2011. Si diffondono a una velocità 12 volte superiore a quella dei nuovi ristoranti, 8 volte superiore a quella di nuove strutture per l’Alloggio. 20 volte superiore a quella di nuovi negozi alimentari. E ogni 3 negozi specializzati che chiudono, nasce una nuova attività sulla Rete.

Gli imprenditori che si dedicano alla vendita via web sono anche più giovani della media. La caratteristica più rilevante del commercio via internet è infatti proprio l’età degli imprenditori, di quasi 10 anni inferiore alla media del commercio al dettaglio (39,7 anni contro 48,2), tanto che la quota di imprenditori con meno di 35 anni è il 28,4% (nel commercio al dettaglio è 14,9%), così come più alta è la quota per gli under 50. Rispetto al complesso del commercio al dettaglio, i mercanti digitali sono anche più spesso italiani (91,6% contro l’83,6% medio del settore) e uomini (69,6% contro 60,7%).

 

SPESA 2020: IVA O NON IVA

Tra questo ed il prossimo anno, la spesa delle famiglie dovrebbe registrare un lieve recupero, anche grazie alle misure espansive adottate nell’ultima legge di Bilancio (vedi Focus): al 2020 si stima una spesa media annuale in termini reali di 28.533 euro, con un incremento annuo di poco più di 140 euro.

La previsione, però, non incorpora il possibile aumento delle aliquote Iva previsto dalle clausole di salvaguardia per il 2020, e non ancora scongiurato ufficialmente.
L’aumento dell’Iva annullerebbe tutti i progressi, portando ad una riduzione di 8,1 miliardi di euro della spesa delle famiglie, pari a 311 euro di minori consumi a testa.

L’impatto dell’IVA avrebbe un effetto devastante anche sul tessuto delle imprese del commercio, già in sofferenza. La frenata dei consumi che seguirebbe l’incremento delle aliquote IVA porterebbe, secondo le nostre stime, alla scomparsa di altri 9mila negozi circa da qui al 2020.

 

SI PUÒ E SI DEVE CRESCERE

La via maestra per rilanciare i consumi delle famiglie è l’occupazione. I temi del lavoro devono essere al centro delle politiche di sviluppo del nostro Paese: abbiamo bisogno di regole chiare e di più coraggio per ridurre il costo del lavoro e far ripartire le retribuzioni.

Abbiamo bisogno di mettere più soldi nelle tasche di chi lavora, in particolare dei salari medi, quelli che hanno più sofferto durante la crisi.
Per questo siamo però convinti che quella del salario minimo sia la strada sbagliata da percorrere. Dobbiamo far ripartire la contrattazione, non cancellarla: diciamo dunque sì, con convinzione, alla proposta di una flat tax sugli aumenti salariali al di sopra dei minimi contrattuali.

Secondo le nostre stime, una detassazione degli incrementi retributivi per tre anni potrebbe lasciare nelle tasche degli italiani 2,1 miliardi all’anno. Risorse che si trasformerebbero in una spinta di 1,7 miliardi di euro ai consumi, di cui 900 milioni accreditabili alla spesa delle famiglie ed il resto ai consumi di imprese e pubblici.

La detassazione degli aumenti, accompagnata al non aumento dell’IVA, ci darebbe nel 2020 circa 9 miliardi di spesa delle famiglie in più, facendo finalmente ripartire il motore dei consumi e quindi la crescita.

 

 

 

Variazione della spesa annua delle famiglie tra 2011 e 2018 Dati in migliaia di euro (termini reali)

 

 

Tagli sanità, la giunta fa pagare il conto ai più deboli. Dichiarazioni dei segretari generali di Cgil Cisl Uil, Franco Ianeselli, Lorenzo Pomini e Walter Alotti.

In vista dell’assestamento di bilancio la giunta provinciale naviga a vista, in maniera contraddittoria, dimostrando di non avere nessuna idea chiara di sviluppo per la nostra comunità. In maniera del tutto irrazionale, l’esecutivo fa trapelare un milionario piano di investimenti a sostegno della natalità, buono nelle intenzioni, non altrettanto nella traduzione concreta, ed aumenta in modo rilevante il finanziamento della sanità privata, anziché aumentare la capacità di assorbimento dell’Azienda sanitaria, dei cittadini in attesa di visite e diagnostica provinciale. Appena 24 ore dopo si scopre, poi, che si chiede all’Azienda sanitaria di fare tagli per 120 milioni di euro nei prossimi quattro anni. Il tutto senza aver mai aperto un confronto con le parti sociali in vista della definizione della manovra.

Siamo, dunque, di fronte ad una situazione che definire preoccupante è poco: si rischia di tagliare servizi fondamentali per i trentini solo per dare corso ad alcune promesse elettorali, di cui beneficeranno in pochi. Crediamo che tagliare la spesa sanitaria sia profondamente sbagliato per le pesanti ripercussioni che scelte di questo tipo, peraltro assunte in totale assenza di ogni tipo di confronto, avranno sulla qualità del servizio assicurato a tutti i cittadini, per il personale già ridotto ai minimi termini.

Risulta difficile inoltre comprendere come la giunta Fugatti pensi di gestire questi tagli di fronte al tanto sbandierato potenziamento dei presidi periferici, a cominciare dalla riapertura dei punti nascita di valle.

L’unica certezza è che in questo modo a pagare ancora una volta saranno le persone più deboli.

Auspichiamo che quanto prima l’esecutivo metta da parte la politica degli annunci e si concentri a governare con provvedimenti e decisioni, anche di politica finanziaria, che facciano realmente il bene dell’intera comunità.

L’Inps e l’Inail pagano le imprese in ritardo, violando la legge. Lo fanno anche metà dei ministeri.  La denuncia arriva dalla CGIA: l’Inps e l’Inail pagano in ritardo i fornitori, facendo balzare all’occhio una contraddizione evidentissima.

“Quando sono le imprese a ritardare il versamento dei contributi previdenziali o assicurativi – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – questi istituti sono solerti e intransigenti nel far scattare immediatamente le sanzioni e gli interessi di mora previsti dalla legge. Diversamente, quando sono chiamati a liquidare i propri fornitori, questa inflessibilità nel rispettare i tempi di pagamento viene inspiegabilmente meno. Al punto che sia l’Inps che l’Inail, l’anno scorso hanno liquidato le imprese in grave ritardo, violando i limiti stabiliti dalla normativa”.

Lo rileva un’indagine dell’Ufficio studi della CGIA che ha estrapolato i dati relativi agli Indicatori di Tempestività dei Pagamenti (ITP) [1] e l’ammontare dei debiti commerciali [2] delle principali Amministrazioni pubbliche presenti nel Paese.

Amministrazioni pubbliche che, per legge, oltre all’ ITP devono pubblicare sul proprio sito anche il numero dei creditori e l’ammontare complessivo dei debiti maturati ogni trimestre e alla fine di ciascun anno per le seguenti voci di spesa: somministrazioni, forniture, appalti e prestazioni professionali.

I dati, dicevamo, sono impietosi: nel 2018 l’Inps ha registrato un ITP pari a +10,13. Questo dato certifica che l’anno scorso l’istituto ha liquidato i propri fornitori con oltre 10 giorni medi di ritardo rispetto alle disposizioni previste dalla legge in materia di tempi di pagamento [3]. Tutto ciò, al 31 dicembre 2018, ha contribuito a produrre un debito commerciale complessivo nei confronti dei fornitori pari a 157,2 milioni di euro [4].

Per quanto riguarda l’Inail, invece, nel 2018 l’ITP (riferito al 4° trimestre 2018 [5]) è stato pari a +54,45: in pratica l’istituto in questo ultimo trimestre ha saldato i propri fornitori con quasi 2 mesi di ritardo. Ed è altrettanto inaccettabile, nonostante tutte le Amministrazioni pubbliche siano obbligate per legge a riportarlo nel proprio sito internet, che a distanza di quasi 5 mesi l’Inail non abbia ancora pubblicato l’ammontare complessivo del debito maturato al 31 dicembre 2018. Una “disattenzione” che, purtroppo, si è verificata anche per gli anni 2016 e 2017.

Afferma il Segretario della CGIA, Renato Mason:

“Nonostante gli sforzi fatti in questi ultimi anni, a ricordarci che la situazione generale rimane ancora molto critica è la Commissione Europea che, nel dicembre del 2017, ha deciso di deferire il nostro Paese alla Corte di Giustizia dell’UE, ribadendo il sistematico ritardo con cui le Amministrazioni pubbliche italiane effettuano i pagamenti nelle transazioni commerciali in palese violazione delle norme europee in materia di pagamenti. Un malcostume tutto italiano che non ha eguali nel resto d’Europa”.

Ma l’Inps e l’Inail non sono le uniche amministrazioni ad aver violato l’anno scorso la legge in materia di pagamenti nei rapporti commerciali con le aziende private. Quasi la metà dei Ministeri, infatti, presenta un valore medio dell’ ITP clamorosamente elevato.

Il Ministero della Difesa, ad esempio, registra la situazione più critica. L’anno scorso ha liquidato i fornitori con 67 giorni di ritardo ed ha maturato a fine anno ben 313,2 milioni di euro di debiti.

Anche il Ministero dell’Interno non brilla certo per puntualità. Nel 2018 ha saldato le fatture dopo 60,9 giorni dalla scadenza e, come nel caso dell’Inail, non ha ancora aggiornato il sito sull’ammontare complessivo dei debiti registrati negli ultimi 3 anni.

Il Ministro delle Politiche agricole, invece, ha saldato le fatture con poco più di un mese di ritardo (ITP 2018 medio pari a +32,82), creando un debito complessivo di quasi 55,6 milioni di euro.

Sebbene non abbiano mai postato sul sito l’ammontare dei debiti accumulati, i più celeri a pagare sono stati il Ministero dell’Istruzione (ITP pari a -7,74), il Ministero degli Esteri (-19,70) e il Ministero della Giustizia (-27,38). In tutti questi 3 casi i pagamenti sono avvenuti ben prima della scadenza prevista per legge.

Fortunatamente non ci sono solo brutte notizie. Sempre nel 2018 l’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) ha anticipato i pagamenti di quasi 13 giorni e al 31 dicembre 2018 aveva azzerato tutti i debiti commerciali (vedi Tab. 1).

Tra le Regioni, infine, la palma della peggiore pagatrice d’Italia spetta alla Sicilia. Con un ITP di +29,76 giorni, al 31 dicembre dell’anno scorso aveva maturato quasi 212 milioni di euro di insoluti. Il Piemonte, invece, con 26 giorni medi di ritardo aveva 6,3 milioni di debiti, mentre l’Abruzzo ha saldato i fornitori dopo 22,7 giorni, “raccogliendo” uno stock di mancati pagamenti pari a 216 milioni di euro.

La situazione più virtuosa, invece, si è verificata in Lombardia. Al Pirellone, infatti, l’ITP medio del 2018 è stato pari a -12,62 e al 31 dicembre non si registrava alcun debito nei confronti delle imprese fornitrici (vedi Tab. 2).

 

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[1] Obbligo di cui all’art. n° 9 del D.P.C.M. del 22 settembre 2014

[2] Obbligo di cui all’art. 7, comma 4-bis, del decreto legge n° 35/2013, convertito con legge n°64/2013 come modificato dall’art. n° 29 del D.Lgs. n° 97/2016

[3] Le Amministrazioni pubbliche devono pagare i loro debiti commerciali (tra i quali rientrano anche le obbligazioni contratte con liberi professionisti) entro 30 (o, nei casi previsti, 60) giorni di calendario decorrenti dal ricevimento della fattura o richiesta equivalente di pagamento. Tale direttiva è stata recepita con il d.lgs n. 231 del 2002, successivamente modificato dal d.lgs. 192 del 2012, i cui artt. 3 e 6 stabiliscono che, in caso di violazione dei termini di pagamento, la Pubblica amministrazione è obbligata a corrispondere interessi moratori nella misura di 8 punti percentuali superiori al saggio legale (indipendentemente da un atto di costituzione in mora), a rimborsare le spese sostenute dall’operatore economico per il recupero del corrispettivo e a risarcire il danno con importo forfettario pari ad € 40,00 (salvo prova di danno maggiore).

[4] Ovviamente, non è dato sapere l’ammontare dei debiti scaduti. Pare evidente, comunque, che avendo registrato un ITP medio annuo positivo, una buona parte di questo importo complessivo lo sia. Per contro, invece, quando il debito è elevato ma l’ITP è negativo, è quasi certo che il debito deve ancora scadere.

[5] A differenza di quanto stabilisce la legge, l’Inail non solo non ha pubblicato nel sito i dati relativi all’ammontare complessivo dei debiti riferito agli ultimi anni, ma nemmeno il dato medio annuo dell’ITP. In riferimento a quest’ultimo indicatore, infatti, per ciascuno degli anni 2016-2017-2018, l’Istituto ha postato solo il dato medio relativo ai 4 trimestri.

 

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